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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Antropologia culturale

Storia

Il compito dell'antropologia culturale consiste principalmente nella lettura e nell'interpretazione di concreti fenomeni umani, colti nella loro complessità, entro la quale tende a distinguere le varie dimensioni e a riproporne l'articolazione, ove emerge la rete delle relazioni e delle dipendenze reciproche, sino alla ricostruzione totale del fenomeno analizzato.

Il primo configurarsi dell'antropologia culturale può essere fatto coincidere con la data del 1492, che segna, con l'inizio dell'età moderna, il divario tra una considerazione prevalentemente filosofico-metafisica dell'uomo e l'atteggiamento antropologico moderno. Bartolomè de Las Casas può annoverarsi tra coloro che hanno inaugurato il nuovo indirizzo.

Il termine «antropologia» è stato però introdotto, nel medesimo sec. XVI, come designazione della disciplina che aveva ad oggetto la realtà umana, non più solo distinta, ma separata dalla trattazione della realtà di Dio, degli angeli e degli animali, con la quale aveva sino ad allora costituito quel settore della metafisica che andava sotto il nome di «psicologia». Nel significato che ci interessa, il termine ha fatto la sua apparizione nel secolo XVIII, negli scritti di J.F. Blumenbach.

Le prime elaborazioni di una antropologia metafisicamente 'neutrale' sono da attribuirsi ai moralisti francesi e inglesi, che attinsero a sorgenti della filosofia stoica della tarda antichità. La secolarizzazione della cultura, con la quale si rispose alle guerre di religione dei secoli XVI e XVII, trovò anche peculiare espressione a livello antropologico, spingendo verso una più accentuata indipendenza, o verso una esplicita polemica, nei confronti della tradizionale impostazione metafisico-aristotelica, e delle prospettive teologico-cristiane.

A partire dal secolo XVIII, fiorirono tipi di ricerca che vennero a costituire quella che proprio in quel secolo si denominò antropologia culturale. Si deve soprattutto a G. Klemm e a E.B. Tylor non solo l'imporsi della denominazione della disciplina, ma la precisa identificazione del suo ambito e dello statuto disciplinare. Momento decisivo nel suo sviluppo fu poi quello segnato da Fr. Boas, il quale, con un approccio ai fenomeni antropologici che fu detto morfologico, mosse dall'evoluzionismo e dal biologismo, in una direzione genuinamente «culturale» e «antropologica».

 

Tra cultura e ideologia

La determinazione dell'antropologia culturale è ovviamente condizionata dalla comprensione della «cultura», che oggi non è, e non può essere limitata al complesso delle attività intellettuali superiori, sul piano conoscitivo, soprattutto riflessivo, scientifico, tecnologico, o artistico, o pratico. Cultura va detto, invece, soprattutto dopo le chiarificazioni di Kroeber, il complesso nel quale si intrecciano convinzioni, motivazioni, valori, conoscenze, credenze, immagini simboliche, che orientano e guidano i comportamenti di un gruppo umano. La realtà denotata con il termine cultura è però ancora genericamente concepita, quando restino imprecisati i confini fra tale realtà e quella costituita dalla società, intesa come insieme strutturato di componenti sociali.

La diversità dei risultati analitici, l'interpretazione dei rapporti fra gli elementi e i fattori molteplici, la tipicità dei modelli impiegati nell'interpretazione dei singoli fenomeni, contribuiscono in maniera determinante a stabilire le diverse figure teoretiche dell'antropologia culturale sulle quali agisce in maniera meno diretta, ma non meno efficace, quello che potremmo denominare il «contesto ideologico»: la serie illimitata dei condizionamenti delle teorie; essi medesimi divenuti oggetti dell'antropologia culturale. La ricerca antropologica si interessò particolarmente ai condizionamenti e alle coazioni ai quali deve soggiacere l'individuo nel contesto socio-culturale e istituzionale, che contribuisce a determinarne non solo le reazioni, ma la stessa costituzione. Con M. Herskowitz si è giunti alla teorizzazione del determinismo e del relativismo culturale.

La teoria fu criticata, ma se ne colse l'elemento di verità nella stessa vicenda dell'antropologia culturale, utilizzata per fini bellici, come avvenne per le ricerche affidate a R. Benedict e a M. Mead, e soprattutto, negli anni sessanta, per quelle commissionate da servizi segreti.

Di ideologicità fu accusata, specificamente, la tendenza detta struttural-funzionalista. Luogo d'origine ne è l'Inghilterra, ove i primi antropologi, per il loro orientamento evoluzionista, tardarono a inserirsi nell'ambiente accademico. Liberatasi dalle dipendenze evoluzionistiche, l'antropologia inglese elaborò nuovi strumenti teorici, soprattutto per opera di Radcliffe-Brown; ma si espresse anche in una nuova generazione di studiosi sensibili alle influenze dell'ambiente sociale e politico, che rivolsero perciò la propria attenzione ai problemi del controllo sociale.

 

L'indirizzo struttural-funzionalista

Di qui l'orientamento a quello che fu denominato il «fenomeno sociale totale». L'indirizzo struttural-funzionalista ben si prestava a tale scopo: il termine «struttura sociale» acquistava la funzione di denotare la rete di relazioni (sociali) effettivamente esistente, il cui studio era riconosciuto come il compito proprio e principale, anche se non esclusivo, dell'antropologo sociale, proprio perciò differente da quello dell'etnologo o dello psicologo. «Unità funzionale» è definita la «unità di investigazione ... data dalla vita sociale di una particolare regione della terra durante un certo periodo di tempo».

Che cosa significa funzione? Risponde Radcliffe-Brown: «funzione è il contributo di un'attività parziale all'attività totale di cui essa è una parte. La funzione di una particolare consuetudine sociale è il contributo che essa offre alla totalità della vita sociale intesa quale funzionamento del sistema sociale totale. Questa concezione implica che un sistema sociale (la struttura sociale totale di una società, assieme con la totalità delle consuetudini sociali attraverso le quali tale struttura si manifesta e dalle quali dipende, per la continuità della sua esistenza) ha una certa unità, della quale noi possiamo parlare come di un'unità funzionale». La fecondità dell'impostazione struttural-funzionalistica, se valutata rigorosamente come condizione metodologica e scientifica, va riconosciuta nella ricchezza delle analisi empiriche, nella formulazione di ipotesi di funzionamento di un sistema, ecc.; i suoi pericoli, nella chiusura intrasistemica, nell'emarginazione o svalutazione dei processi di trasformazione, nell'assolutizzazione del fattuale. L'evoluzione radicale della prospettiva funzionalista si ebbe nello strutturalismo, alla cui riduzione intrasistemica di ogni referenza s'oppose il riconoscimento del valore referenziale dei bisogni dell'organismo umano e delle finalità umane universalmente riconosciute. La differenza pare infatti tutto investire, e tutto specificare, anche il biologico e l'istintuale: la risposta tipica dell'uomo ai bisogni è non già l'uso dei frutti della terra, bensì il lavoro. Tipico dell'uomo è che il bisogno assurge a livello di problema, e come problema viene affrontato e risolto; vale a dire, il bisogno prende figura negli universi simbolici, entra nell'orizzonte del sapere, e la sua soddisfazione è voluta e raggiunta dall'uomo mediante strumenti che egli stesso ha prodotto: decisiva si fa la mediazione della cultura. La realtà biologica dell'uomo, la vita, entra nella dinamica dell'automediazione; e all'automediazione resta radicalmente rinviato l'essere totale dell'uomo: l'uomo si rivela e deve essere costruttore di sé, per essere se stesso.

Quando non siano aprioristicamente costretti, i bisogni dell'uomo, nella loro umana tipicità, possono certo valere come «referente antropologico» per la progettazione, la costruzione, la valutazione di una cultura e di una interpretazione dell'uomo. Si profila allora una complementarietà, non di principio, ma critica e «operativa», tra il sistema dei bisogni e il sistema dei valori, assunti non in maniera esclusiva, ma al fine di reciproco controllo critico, come referente antropologico, irriducibile all'uomo «ad una dimensione». Tra i due poli è forse possibile e più facile l'integrazione di istanze non solo diverse, ma dimostrate dall'esperienza individuale e sociale in tensione e, talvolta, in aperta contraddizione: quelle espresse dalla sopravvivenza biologica e dalla sopravvivenza spirituale, nella quale convergono il riconoscimento reciproco e la giustizia, la sicurezza e la libertà, la memoria e la speranza, la pace e l'amore.

Così intesa, l'antropologia culturale viene a proporsi, prima che come produzione o serie di teorie generali o di interpretazioni del fenomeno umano, quale metodologia e modello interpretativo. E in tale linea si collocano interessanti recenti proposte, tra le quali risalta l'opera di C. Geertz, ove si delineano prospettive che non solo conducono ad una più profonda penetrazione del fatto culturale, ma, specificamente, del fatto religioso, sino a rendere possibile, necessario e urgente un più profondo rapporto dell'antropologia filosofica e teologica con l'antropologia culturale.

 

Voce a cura di:
Giampiero Bof, Docente di Teologia, Istituto Superiore Scienze Religiose, Urbino

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.