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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Antropologia filosofica

Definizione

In senso tecnico e come disciplina autonoma l'antropologia filosofica è quel settore della filosofia applicata che indaga sull'uomo (anthropos); ne imposta con la specificità del metodo filosofico la conoscenza; cura la ricerca e la sistematizzazione delle acquisizioni; indica le problematiche nuove e quelle ancora aperte o irrisolte (logos).

Antropologia filosofica è pure quell'insieme di indicazioni sparse e/o incomplete che si possono ricavare da ogni altro ambito della riflessione. Esplicitate esse esprimono con maggiore o minore completezza e competenza concezioni diverse che si hanno o si utilizzano dell'uomo.

Antropologia filosofica è infine una componente essenziale che, assolvendo la funzione di referente e di parametro, sta a monte e comanda qualsiasi epistemologia, estetica e, a maggior titolo, etica e morale. E sebbene dalle applicazioni immediatamente non si coglie che ogni forma di sapere o agire si fonda sempre su un'antropologia soggiacente, bene o male presupposta ed utilizzata, l'indagine filosofica rintraccia e ricostruisce questo nesso nella sua necessità e coerenza. Così ogni indagine, valutazione, scelta, comportamento, anche non consapevolmente articolato, si edifica immancabilmente su un modo di intendere l'uomo più o meno esplicito o esplicitabile. Questo spiega perché come disciplina autonoma essa è piuttosto recente, mentre in senso ampio è antica quanto la stessa filosofia.

 

La storia

Il termine antropologia è adottato, tra i primi, in senso etico-psicologico, oltre che fisiologico, da Hundt all'inizio del XVI sec. Il termine, però, non ebbe subito fortuna per sostituire l'indicazione impropria di psicologia filosofica o metafisica razionale perché lo ritroviamo ancora a distanza di qualche secolo. Si deve a Leibniz e soprattutto a Chr. Wolff con la sua Psychologia empirica (1732) e Psychologia rationalis (1734), la permanenza ed ancora la diffusione di questa terminologia. In tale contesto con antropologia Kant indica «una dottrina della conoscenza dell'uomo ordinata sistematicamente» (Anthropologie in pragmatischer Hinsicht abgefasst 1798, pref. 3). Egli demolisce così l'antropologia aprioristica per sostituirvi quella pratica, in quanto dell'io non vi può essere scienza perché è solo condizione logica di ogni esperienza. A sua volta questa terminologia sostituiva l'indicazione precedente di Perì psyches o De anima che nella formulazione già suggeriva il taglio che le aveva dato Aristotele ed un contesto ben omogeneo nonostante le tante riprese.

Se poi ci vogliamo spingere proprio all'inizio del costituirsi dell'identità dell'antropologia non è possibile andare oltre Socrate. Senofonte (Memorie I, 11-12) gli attribuisce questa paternità che forse, con maggiore esattezza, se si considera la sottolineatura rivoluzionaria dell'uomo misura di tutte le cose, appartiene più alla sofistica.

Ci sono poi altri apporti da non trascurare. L'attenzione all'aspetto etico, appassionatamente sostenuto dallo stoicismo, quale approccio globale per la comprensione di tutta la realtà. Il fermento ampiamente culturale e specificamente antropologico portato dalla religione cristiana. La traduzione in chiave personale delle categorie cosmologiche, applicate fino a quel momento indistintamente all'uomo, che la Patristica operò nell'urgenza di formulare, con terminologia universalmente comprensibile, il contenuto della sua fede. Si pensi, per le conseguenziali applicazioni in antropologia, alla laboriosa ricerca per esprimere il mistero delle due nature in Cristo e delle tre Persone nella Trinità. E per continuare idealmente l'arco storico del costituirsi dell'antropologia è da tenere presente la scolastica con la corrente aristotelica e quella neoplatonica. La prima, per una soluzione di continuità, considera la psicologia parte della filosofia della natura, impostazione che le permette di sottolineare l'importanza degli elementi empirici e l'attenzione agli aspetti concreti. Nella seconda, invece, matura la consapevolezza che l'antropologia non faccia semplicemente parte della filosofia della natura, ac per se est scientia (Guglielmo d'Alvernia, Tractatus de Anima, II, 65).

Con Cartesio l'antropologia ha una svolta decisiva per l'affermazione certa dell'uomo quale soggetto: «Non v'è dubbio che io esisto ... questa proposizione: Io sono, io esisto, è necessariamente vera ... » (Meditazione II). Con questa nuova problematica la modernità irrompe prepotentemente anche o soprattutto nella, o a partire dalla considerazione dell'uomo.

Il pensiero contemporaneo, pure dal punto di vista dell'antropologia, si dibatte tra i tentativi ostinati di demolire i precedenti sistemi con l'ausilio di una o l'altra metodologia filosofica; di indicare una qualche alternativa; di non concederne nessuna. Pertanto la riflessione antropologica attuale, alle prese con problemi insoliti quanto insoluti, (manipolazione genetica, trapianti, fertilizzazione, ecologia, energia nucleare, ... ) si presenta alquanto frammentata, attenta più alle analisi delle singole questioni che interessata alle grandi sistematizzazioni.

 

Il contenuto

Il compito dell'antropologia filosofica è quanto mai arduo e carico di responsabilità perché è l'interrogativo portato dall'uomo su di sé e nel vivo delle questioni scottanti che lo riguardano. Interrogativo inevitabile e dalle conseguenze incalcolabili perché verte sul rispetto o il tradimento del suo statuto; sul senso o il non-senso, la logica o l'assurdo dell'esistenza, non di questa o quella esperienza nella vita, ma della vita nella sua globalità. E per conseguenza interrogativo sull'origine e il fine della sua esperienza e della sua storia; sul suo essere o no spirituale; sul se e come lo spirito è presente ed agisce nel o col suo corpo; sul dualismo o il monismo. Interrogativi sull'agire e le motivazioni, sulla libertà o la necessità delle scelte; sulla responsabilità e le conseguenze delle decisioni; sul significato ed il ruolo della coscienza; sull'etica e il suo fondamento: se è ancorata al riconoscimento dell'esistenza di un ordine di valori e dell'assoluto o a semplici convenzioni che ne sanciscono la provvisorietà ed il soggettivismo. Interrogativi ancora sui successi e le illusioni, i desideri ed i timori, le prove e le smentite che sempre riempiono i giorni di un uomo e danno un volto unico alla sua mobile esistenza. Interrogativo infine sulla sinistra provocazione che la morte pone, con l'oscuro timore dell'annullamento, alle mille assicurazioni e speranze date con ogni industria ai mortali. Problematiche, come si vede, che le altre scienze non possono affrontare nella loro radicalità e che neppure, o soprattutto, in filosofia sono risolte definitivamente perché, in nome della verità e a turno, tutte le posizioni sono state sostenute e criticate.

A questi interrogativi, esistenzialmente lancinanti, l'antropologia filosofica dà una formulazione emotivamente controllata e sistematicamente strutturata, al fine di permettere quella distanza critica indispensabile all'indagine filosofica. Al di là della diversità delle formulazioni è compito di ogni antropologia filosofica cercare di raggiungere la verità sull'uomo, qual è il metro del suo agire e quale fine lo attende. Siccome però le risposte che si danno sono sempre solidali con gli interrogativi che ci si pone, ogni antropologia imposta la ricerca di questo sapere con un taglio particolare.

 

Le formulazioni

Il contesto culturale, nel quale si avvia la ricerca antropologica, è quello polivalente del mondo greco, fondamentalmente o inizialmente cosmocentrico. Infatti, accanto, dentro, ed in qualche modo a commento e coronamento dell'euforica apertura al cosmo, l'uomo matura l'imperativo di conoscere se stesso. Soprattutto perché gli entusiastici risultati delle sue ricerche lasciano sostanzialmente intatto lo spessore dell'enigma che ognuno è in sé e per sé. Questa diffusa consapevolezza, che rappresenta senza dubbio una svolta nel clima apollineo della prima riflessione filosofica, spiega perché l'uomo da osservatore stupito diventa osservato speciale e disincantato.

Non è facile, però, individuare distintamente le prime formulazioni antropologiche. Come sempre accade, nasce dapprima un clima culturale diffuso per poi confluire in sistematiche robuste e consapevoli. Presso i grandi pensatori le diversità di impostazione prendono corpo e diventano emblematiche. I veri filosofi, infatti, per la loro attitudine a ricercare le risposte, sanno meglio formulare i problemi.

Al fine di offrire una chiave di lettura per apprezzare il costante lavoro di approfondimento delle tematiche antropologiche e cogliere il livello di elaborazione delle stesse, dobbiamo distinguere in antropologia le matrici, i modelli e le varianti. Matrice è l'impostazione autonoma, originalmente strutturata e sistematicamente sviluppata delle problematiche antropologiche nella loro globalità. Un modello è invece una delle formulazioni possibili all'interno di una matrice, della quale, senza mutarne l'orizzonte, ne costituisce uno svolgimento o sviluppo significativo. Le varianti sono modificazioni di un modello in quanto ne accentuano un qualche aspetto o ne presentano una sua applicazione.

Nella storia dell'antropologia sono fondamentalmente due le matrici antropologiche che creano realmente due prospettive originali con le quali si possono impostare le ricerche e sistematizzare le conoscenze sull'uomo, quella ontologica e quella epistemologica. La paternità della prima spetta alla filosofia greca, della seconda alla filosofia moderna. Per l'esattezza a Platone più che ad Aristotele una, ed indiscussamente a Cartesio l'altra. Una terza matrice sembra si stia per affermare nel contesto della riflessione contemporanea. Con una formula riassuntiva di posizioni alquanto sfaccettate e non del tutto sedimentate la possiamo indicare come matrice ermeneutica o linguistica. La problematica fondamentale che ciascuna di esse privilegia permette di chiarire meglio con la loro distinzione la loro identità e peculiarità.

La prima matrice è ontologica perché l'interrogativo con il quale accoglie, imposta ed esprime l'essenziale per capire l'uomo è quello che si chiede che cosa sia e costituisca l'uomo, qual è la sua natura propria e la sua ontologia particolare. La seconda è epistemologica perché rivoluziona l'approccio conoscitivo chiedendosi chi sia l'uomo, perché è qualcuno, se e come sia possibile conoscerlo come soggetto. La terza matrice, ancora non del tutto definita, ricerca come si parla dell'uomo e di ciò che lo riguarda. Essa è impegnata a dimostrare che le antropologie dipendono soltanto dal linguaggio e dalle costruzioni ed interpretazioni che si utilizzano.

L'antropologia greca, per l'impostazione che le ha dato Platone, nasce con una forte accentuazione dualistica che oppone l'anima, (lo spirito, l'intelleggibile, le idee) al corpo (materia, sensibile, fisico). Così la stessa frattura a livello metafisico, si ritrova nel legame più illusorio che provvisorio tra corpo ed anima. Aristotele, interessato a ricollocare l'antropologia nell'unico orizzonte della filosofia della natura, sebbene con qualche ambiguità, include perentoriamente nell'intelleggibilità dell'uomo anche la sua dimensione corporea.

Un altro modello di questa matrice ontologica, accanto a quello dualista di Platone ed a quello problematico di Aristotele è proposto da S. Tommaso. Capisaldi della sua antropologia che così grande seguito ha avuto nella storia del pensiero metafisico occidentale sono: unione sostanziale tra anima e corpo; appartenenza del corpo all'essenza dell'uomo; sussistenza personale nell'ordine dello spirito; conseguente immortalità dell'anima pur in quella naturale aspirazione a ricongiungersi al corpo; privilegio accordato all'esistenza e non all'essenza come per i greci; affermazione dell'uomo come essere morale, sociale e politico; tensione naturale alla felicità. Un modello monistico di questa matrice lo troviamo con l'antropologia di Spinoza il quale tenta di riassorbire tutte le distinzioni nell'unica sostanza, surrogato in qualche modo dell'unità sostanziale negata.

La seconda matrice matura nel contesto della svolta operata dal pensiero moderno e nell'orizzonte di quella sostituzione della filosofia della conoscenza con la filosofia della coscienza.

Cartesio giunge a questa formulazione con la tematizzazione incontestabile e chiara dell'uomo quale soggetto. Intuizione che già aveva avuto Aristotele, ma da lui poi riservata solo a Dio.

Riconoscendo, invece, che pure l'uomo è qualcuno oltre che qualcosa, tutta l'attenzione si concentra nell'approfondire e sviluppare l'antropologia che scaturisce dal percorrere la pista insolita della coscienza. Determinazioni quali libertà, volontà, autodeterminazione per indicare l'uomo vengono a sostituire quelle precedenti ricavate da un vocabolario intellettualistico.

Inoltre l'opposizione tra la res cogitans e la res extensa è stata utilizzata ora come dualismo, ora come monismo, sia spirituale che materiale. Costitutiva della matrice cartesiana dell'uomo quale soggetto, ma da definire nella sua essenza, è la disposizione a rifrangersi in formulazioni infinite ed indefinite, situazione che puntualmente si è verificata ed ha aperto la strada ad altre svolte. Comune a questi modelli elaborati da pensatori quali Maine de Biran, Merleau Ponty, Sartre, è la definizione dell'uomo a partire da un punto di vista interno, da un coscienzialismo, molto diverso dalla prospettiva ontologica precedente.

 

Osservazioni conclusive

L'antropologia filosofica, intesa quale disciplina sistematizzatrice di tutti i tentativi che si fanno per conoscere l'uomo, tiene insieme filosofie e filosofi diversi, problemi aperti e risposte assodate, sensibilità distanti e metodologie varie, che forse come panorama molto variegato bene riflette il problema o il mistero di cui si occupa: l'uomo. E proprio per questo suo oggetto di studio singolo e singolare l'antropologia è una scienza che si riapre in continuazione, che può avere acquisizioni definite, ma non definitive ed è tutta e sempre da reimpostare e costituire. Sotto la spinta delle certezze raggiunte, sollecitata in continuazione dagli stimoli che ogni conoscenza nei campi più disparati del sapere le trasmette, l'antropologia realisticamente tenta di fare il punto della situazione per capire l'uomo. Come coscienza vigile e pertanto critica essa controlla l'orizzonte delle conoscenze per offrire un sapere vagliato dal crogiolo laborioso e disinteressato della riflessione. In esso matura la progressiva consapevolezza che l'ultima densità dell'uomo sfugge ad ogni forma di sapere che lo voglia fissare, e che ogni schema conoscitivo lascia ugualmente intatto il nucleo più intimo di questa presenza singolare che è sorpresa per gli altri e pure per sé. Con le garanzie del sapere riflesso l'antropologia offre all'uomo l'ausilio della conoscenza per sapere come concretamente orientarsi e comportarsi. In mezzo a indefinite possibilità egli è infatti chiamato ad operare delle scelte preferenziali e a selezionare quanto è conveniente fare per custodire la sua vita e lo spessore della verità che lo concerne.

 

Voce a cura di:
Calogero Peri, Docente di Filosofia, Facoltà Teologica di Sicilia

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.