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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Antropologia teologica

[...] Il dibattito teologico del nostro secolo è stato alimentato in prevalenza da due esigenze: il ritorno alle fonti della tradizione cristiana ed il confronto, libero da pregiudizi, con i capisaldi della cultura occidentale. L'attenzione che quest'ultima ha prestato alla positività dell'esistenza umana ha dettato ai teologi alcune condizioni per l'attuazione di quel confronto; la più vistosa è stata lo scegliere l'uomo storico nella sua globalità come punto di riferimento del pensare teologico. A sua volta la riscoperta del concetto di rivelazione, legato al modello dell'alleanza, ha fornito alla teologia lo strumento più adatto per rispondere a tali esigenze, ponendo in primo piano i due protagonisti della drammatica storica, Dio e l'uomo, e meno che mai in antagonismo l'uno con l'altro, bensì in ricerca l'uno dell'altro.

Ruolo centrale in questo cammino ha avuto la cosiddetta svolta antropologica in teologia, legata in campo cattolico a K. Rahner: l'intenzione di far acquisire una precisa dimensione non ad un settore particolare, ma a tutta la teologia. Ne è seguita la riconsiderazione del «materiale antropologico» con il riordino dei trattati: si è cercato di elaborare una visione teologica organica dell'uomo nella sua interezza, che si muovesse all'interno dell'universo mondano, pur non rimanendovi. È a questo punto che l'antropologia teologica incrocia la problematica bioetica, con le sue implicanze culturali e ideologiche (non intendendo in modo negativo questo termine).

Senza entrare nel merito delle soluzioni tecniche, proposte dalle discipline che contribuiscono allo sviluppo del singolo e della società, né in quello delle loro valutazioni etiche, bisogna riconoscere che le une e le altre fanno riferimento, quando non ne discendono direttamente, ad un universo di significato che va ben oltre loro stesse. Le soluzioni tecniche positive, da quelle mediche a quelle psicologiche, da quelle economiche a quelle giuridiche, riguardano sì «le cose», ma in sé sono tutte di ordine non materiale, si muovono cioè nell'universo del linguaggio, del significato, in ultimo dello spirito; per tal ragione, peraltro, sono soggette ad una valutazione etica. Esse, pur nel rispetto di meccanismi positivi, nella loro essenza sono soluzioni che impegnano l'uomo in quanto uomo, sono frutto cioè di un essere il quale, al di sopra del semplice dato materiale, è in grado di cogliere simultaneamente una molteplicità di dati, di ordinarli alla luce di valori conosciuti, secondo una finalità ben precisa.

Per quanto sembri paradossale, quelle soluzioni sono prodotte dall'uomo perché si radicano e si muovono nello spazio che si crea in lui tra sé e se stesso, quando egli riflette sulla materia, sull'altro, su di sé come altro (realtà alle quali è profondamente unito) e si percepisce come differenza. Esse dunque sono accettate da lui non perché riguardino «le cose», persino il proprio corpo, ed il loro funzionamento, ma perché per esse e con esse l'uomo si percepisce e si progetta come essere libero. Migliorare la qualità della vita è per l'uomo obbedire al valore supremo della libertà, il cui esercizio si concretizza nell'eliminazione dell'irrazionalità, del disordine, del male, sulla base di un bene implicitamente o esplicitamente riconosciuto. Una simile via di liberazione potrà solo essere capacità di leggere in profondità, per ritrovare l'armonia negli elementi più disparati e talvolta contraddittori. [...]

 

Il rapporto tra l'uomo e Dio

Trovandosi in Dio stesso il dinamismo di una vita tripersonale, è possibile inoltre un essere personale tra le creature che si ponga in dialogo libero con lui e che sia chiamato a quello stesso dinamismo. L'uomo infatti non si trova a ricoprire un ruolo marginale tra le creature, se il Risorto è il primogenito della creazione (Col 1,13-20). L'identità della creatura umana rimane dunque denotata dallo stretto legame col Risorto e per lui col Dio trino; ciò è contenuto nelle nozioni bibliche di «immagine di Dio» e di «filiazione» o «generazione», che conducono la Gaudium et Spes a tirare le conseguenze estreme nella nota affermazione: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo» (GS 22).

L'uomo è costituito, dunque, in questa relazione immediata a Lui, sviluppando nella storia la propria identità verso la pienezza della filiazione; ciò avviene però in modo diverso da quello intradivino, perché egli nella totalità del suo essere è frutto di un atto creativo libero di Dio, e quindi dipende da tale atto. Tale denotazione originaria non é in una regione del suo essere, e dunque in concorrenza con una di esse; si pone su un piano del tutto diverso. Né in vero si può parlare di regioni nell'uomo, come sembra suggerire la Scrittura e la migliore tradizione cristiana: la corporeità, la razionalità e, per altro verso, la socialità dicono sempre l'uomo. Lo stesso concetto di persona ritrae la peculiarità di questa creatura rispetto alle altre individuandola nella sussistenza, secondo la quale l'uomo possiede se stesso e permane definitivamente in tale autopossesso, e nella comunicabilità, secondo la quale egli in uno scambio reciproco con le altre persone offre per intero tale sussistenza ad ogni istante. Nella pluralità delle sue dimensioni e delle sue relazioni l'uomo è uno perché capace di per sé di unificare la molteplicità (la sussistenza), ma questo non dice ancora se è in sé che ciò debba avvenire. La rivelazione prospetta e rende attuabile all'uomo il vero luogo in cui può avvenire l'unità, cioè nell'unione col Dio trino, dove non solo egli offre se stesso, ma accoglie anche la totalità dell'Altro. Tale unione non è estranea all'uomo, perché predisposta nell'atto creativo di Dio.

Appartenente allo spazio ed al tempo, l'uomo riceve come dono il compito di attuare quell'unità che, in se stesso e per i legami che ha con il cosmo intero, coinvolge le altre creature. Per l'autonomia creaturale l'uomo è in grado di far questo a partire da sé in un'attività storica, guidata da una visione, con una precisa scala di valori, ed in ultimo dal fine assoluto, il Risorto: ecco la libertà ed il suo esercizio concreto.

Con l'identificazione di punti di riferimento manifestati nella storia, ma non del tutto storici nella loro essenza, siamo in possesso di un metro ben definito e dunque di un giudizio definitivo sulla storia stessa e sull'esercizio di quella libertà. Tale giudizio sentenzia che questo esercizio non è conforme al progetto costitutivo del creato; l'esperienza umana per altro conferma la presenza della divisione.

La rivelazione attribuisce alla responsabilità umana questa difformità, identificandola col nome di peccato, una disubbidienza cioè al progetto divino, pur conoscibile, con il conseguente tentativo di usurpazione del potere assoluto sul creato e l'eclissi voluta della relazione con Dio. Pervertendo tale relazione, l'uomo si è condannato alla schiavitù ed alla distruzione. Contemporaneamente però tale giudizio è annuncio di liberazione per chi, rinnegando se stesso, aderisce nella fede al Risorto. La storia diventa perciò teatro di entrambe le scelte dell'uomo, ma nella croce di Gesù assiste alla sconfitta del peccato e nella testimonianza ecclesiale della sua risurrezione conosce il trionfo della vita. Le due scelte sono così determinanti da avere indotto i cristiani a parlare di due umanità, vicinissime l'una all'altra, ma tanto conciliabili quanto possono accostarsi le facce di una medaglia. La ricapitolazione sarà ancora iniziativa del Dio trino, uno scambio in sommo grado di tutto se stessi con tutta la divinità e con il creato, secondo le modalità operative della comunione divina. Ovviamente tale scambio esige anche la partecipazione umana, cosicché sia un atto unico di comunione assoluta da parte di Dio e dell'uomo. Su di esso influisce in modo determinante il cammino storico dell'uomo: il giudizio divino separerà le due umanità, portando alla luce e ratificando le scelte storiche di lui.

[...] Vengono poste precise condizioni perché si valuti di volta in volta l'applicazione dell'ampia istanza di migliorare la qualità della vita. Si riconosce senza difficoltà che è costitutivo dell'uomo adoperarsi per essa, perché ciò corrisponde ad esercitare la libertà. Più attenzione si dovrà dare all'altro aspetto messo in evidenza dalla teologia: la condizione di lotta in cui avviene tale esercizio, nella quale unica via di liberazione è la Pasqua di Gesù Cristo, ché anzi l'uomo da solo non riesce a venir fuori dalla propria schiavitù. Sul piano teologico l'esistenza terrena viene riscattata e resa gioiosa dalla vita teologale ossia dalla vita nello Spirito.

 

Voce a cura di:
Antonino Raspanti, Docente di Antropologia teologica, Facoltà Teologica di Sicilia

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.