Skip to Content
Lunedì, 24 Settembre 2018

Un nuovo senso del pudore per guarire un paese malato

Che il comune senso del pudore sia profondamente cambiato rispetto a qualche decina d’anni fa non è una scoperta. Sarebbe peraltro fuorviante restringere la prospettiva solo alla sfera della sessualità. E’ fin troppo facile sorridere e anche ironizzare ripensando alle censure degli anni Sessanta che non risparmiarono neppure certi film di Totò oggi lasciati senza problemi alla visione dei bambini.
Si direbbe che in riferimento a ciò che ora passa per i circuiti cinematografici e i canali televisivi, dietro a certo rigorismo cattolico, a volte obiettivamente ottuso, si celasse la percezione più o meno chiara o confusa di una futura sconfitta che avrebbe spianato la via all’odierna egemonia “culturale” della licenza e del permissivismo.
Alla luce del senno di poi tale sconfitta è stata in certo modo inevitabile, anzi per certi versi meritata a causa di una rassegnazione, di una pigrizia intellettuale, che da una parte si è limitata a confermare e a ribadire in campo sessuale norme non più rispondenti ai valori di una sessualità da vivere e interpretare come relazione, affetto, rispetto; dall’altra ha contribuito a perpetuare e diffondere un comune senso del pudore pressoché esclusivamente legato all’ambito della sessualità. Quasi si trattasse di vergognarsi - pudore, infatti, significa vergogna - di comportamenti immorali, indecenti, solo nell’ambito della sessualità e non, invece, anche in altri ambiti: dalla comunicazione alla finanza, dall’economia alla politica, alla stessa religione. Con il risultato che si mente senza pudore: tanto nessuno più ci bada. Si sperperano i soldi pubblici senza pudore: tanto lo stato prima o poi paga. Si approfitta della crisi economica senza pudore: tanto o ci stai o rimani senza lavoro. E soprattutto si governa senza pudore: tanto i conflitti di interesse sembra non preoccupino più nessuno.
Intanto la questione morale dilaga, effetto e causa di uno sfarinamento di valori quali il senso della giustizia, della legalità della competenza, della professionalità, del rispetto, che sta portando il nostro paese a un declino sempre più evidente e direttamente proporzionale al venir meno di una governabilità che si stacca progressivamente dalla società, dal parlamento, dagli stessi partiti che la sostengono.
Se il magistero cattolico non si fosse limitato a censurare la perdita del comune senso del pudore solo nell’ambito della sessualità? Se nella chiesa si fosse parlato meno di “cultura cattolica” e più di “cultura teologica”? Se nel mondo cattolico si fosse fatta “cultura” senza aggettivi, forse non saremmo al punto in cui siamo. E cultura qui significa quel comune senso del pudore civile, per cui ci vergogniamo, come individui e come società, di fronte a comportamenti privati e pubblici spudoratamente immorali.
Non si pensi solo alla violenza sessuale, alla pedofilia, alla prostituzione, agli stupri, al ricatto affettivo, al maltrattamento delle donne. Si pensi anche alla violenza sociale, economica, politica; a rapine e assassini, a evasioni fiscali e sfruttamento del lavoro, a concussioni e corruzioni politiche, a razzismi, intolleranze, persecuzioni religiose.
Si parla molto oggi di morale e di etica. Ma quante cose si dicono (e non si dicono) con queste parole. Al punto che ci si dovrebbe domandare se questi proliferanti appelli alla morale, all’etica, siano un fattore di crescita, di sviluppo culturale, di maturazione delle coscienze, o non piuttosto di conformismo linguistico, di confusione concettuale, di elusione dei veri problemi; che si riassumono nell’impegno faticoso di elaborare un nuovo senso comune del pudore nelle attività che compiamo quotidianamente: in famiglia, nel lavoro, nell’impresa, nella ricerca, nella formazione, nella partecipazione politica.
Le grandi certezze ideologiche o religiose di un tempo sono ormai scomparse e non possiamo più usarle come riferimento sicuro. La nostra morale individuale, d’altra parte, è fin troppo “soggettiva” per poter essere un riferimento solido nell’ambiguità valoriale di una società sempre più complessa e disarticolata. E’ urgente cercare qualcosa di più solido, di più “oggettivo”, che non siano solo le regole che sovrintendono ai mondi in cui si svolge la vita quotidiana, ma appunto quel comune senso del pudore civile che dovrebbe funzionare come sensore morale in grado di sovrintendere alla vita privata e pubblica, determinando opportune reazioni di sdegno ben prima e indipendentemente da ogni presa di distanza politica e condanna giudiziaria.

Giuseppe Trentin