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Martedì, 14 Agosto 2018

La Responsabilità dell'Etica Mediatica sulle Coscienze

Che dire delle barzellette con bestemmia e offesa alla memoria della shoah del premier Silvio Berlusconi?
Vi è stato chi si è affrettato a chiudere subito il caso riconducendolo al “contesto” dello scherzo, della battuta di spirito. Altri le hanno commentate chiamando in causa la privacy, il “privato”. Altri ancora l’hanno buttata in “politica”, chi per accusare, chi per difendere il premier. Non è mancato infine chi ha tirato in ballo i media, sempre pronti a captare, a riprendere, a sbattere in prima pagina chi per errore o fragilità finisce per delinquere o trasgredire le regole della buona educazione. Il tutto condito e servito, come di consueto, sul piatto dell’etica, la parola magica che nel nostro paese è diventata ormai una specie di chewing gum che tutti masticano per pulirsi la bocca. Non tutti per la verità: grazie a Dio vi è ancora chi si scandalizza e protesta in nome dei valori in cui crede.
Ferdinando Camon, ad esempio, ha scritto: “E’ inutile cercare scuse o giustificazioni, ciò che è accaduto, molto semplicemente, non doveva accadere”. Il più bel commento sul caso.
Pochi giorni prima che scoppiasse, il presidente della Cei, card. Bagnasco, aveva scritto che i vescovi assistono “con grande sconcerto” e “acuta pena” a scontri e personalismi politici che ignorano i problemi concreti del paese. “Siamo angustiati per l’Italia”, aveva poi aggiunto auspicando un pronto e deciso cambio di rotta. Il premier ha risposto con due discorsi abbastanza scontati e rituali in parlamento e subito a seguire due barzellette di cattivo gusto in piazza. Agli stessi vescovi forse sono venute a mancare a questo punto le parole. Non è comunque con le parole o i discorsi del premier, e nemmeno con i richiami, le esortazioni dei vescovi, che potranno cambiare le cose. Ciò di cui c’è bisogno in Italia è una più chiara consapevolezza, nella società come nella chiesa, di ciò che si intende quando si parla di etica. Una parola che non è magica, ma impegnativa.
Quando si parla di etica infatti è opportuno ricordare che viviamo in una società caratterizzata da un pluralismo non solo etico, ma di etiche. Esistono diverse figure di etica che rendono necessario e urgente un confronto che consenta di rilevare meglio le divergenze e di pervenire alla radice di queste, che a mio parere consiste in un diverso modo di intendere l’agire umano e in ultima analisi il soggetto morale. Problema, questo, che dovrebbe impegnare i cittadini, ma soprattutto gli intellettuali, in particolare filosofi e teologi, perché se vi è una cosa ovvia al mondo è che non si può sostenere una propria convinzione senza discutere le altre. Si attende quindi più impegno, più rigorosità argomentativa, più disponibilità ad apprezzare quella figura di etica che di fatto appare più adeguata. E sotto questo profilo non vi è dubbio che tra l’etica antica della vita buona e le etiche moderne del sentimento dell’utile, del contratto, del piacere, non vi è e non vi può essere contraddizione se si assume l’idea di un soggetto che tende naturalmente verso un fine che non è esclusivo, ma inclusivo di altri fini.
A differenza delle svariate figure di etica moderna concentrate sulla determinazione e giustificazione di norme giuste, la figura etica classica della vita buona considera le scelte non come semplici decisioni isolate, separate, nelle quali il sentimento o la libera volontà opta per un’alternativa o l’altra, né come espressioni periferiche, particolari, di una scelta, di un’opzione fondamentale, ma come concretizzazioni delle quali il soggetto è autore in forza della sua capacità di tradurre liberamente in azioni concrete il fine che accomuna tutte le scelte. Tale fine - è meglio ricordarlo - è il bene, la vita buona, frutto di una costellazione di beni che ne costituiscono l’irradiazione e l’alimento.
E qui veniamo al caso in questione e ai diversi modi di affrontarlo, di interpretarlo. E’, diciamolo subito, un caso che ha molteplici risvolti su cui è utile riflettere e offrire qualche indicazione. Dal punto di vista dell’etica personale si deve dire che non sempre e non necessariamente uno scherzo, una battuta di spirito, implica colpa, peccato. Il che non significa però che non si debba distinguere scherzo da scherzo, battuta da battuta, barzelletta da barzelletta. Dal punto di vista dell’etica politica invece non è irrilevante che a parlare o a comportarsi in un certo modo sia il premier oppure un semplice cittadino. L’esemplarità, certo, vale per tutti, ma è un dovere primario per chi governa. Dal punto di vista dell’etica mediatica, infine, non si possono ignorare gli effetti positivi, ma anche negativi, che i comportamenti di un personaggio pubblico come il premier hanno o possono avere sulla formazione della coscienza dei cittadini.

Giuseppe Trentin