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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Conoscenza morale

Il problema etico

Come è ormai documentato dalla psicologia, dalla sociologia e dalle scienze dell'uomo, la percezione dell'ordine morale come una sfera di senso «oggettiva», irriducibile all'ordine naturale e alla sfera delle inclinazioni e degli interessi, non è originaria e richiede una maturazione tanto nelle coscienze individuali quanto nella storia dei popoli e delle culture. Esemplare è la fervida vicenda di gestazione che, nella cultura greca, la coscienza della separazione dell'ordine morale dall'ordine della natura e la diversificazione dei termini chiave del discorso morale vivono almeno fino all'età dei sofisti e di Socrate.

Non è dunque improprio parlare della conoscenza morale nei termini di un processo di obiettivo approfondimento suscettibile di sviluppo e di affinamento, al livello individuale e al livello sociale, attraverso un insieme di mediazioni culturali e l'apporto di una riflessione metodicamente organizzata come quella proveniente dalla filosofia, dalla teologia e dall'etica normativa in genere. Il tema è tanto più rilevante oggi, in quanto la vicenda greca sembra per molti aspetti meritevole di essere riaperta, dinnanzi alla percezione delle nuove responsabilità derivanti dall'arricchimento vorticoso delle conoscenze e delle conseguenti possibilità operative in ordine al mondo naturale ed umano. L'ambito della prassi si dilata imprevedibilmente e con esso anche quello della legislazione morale che appare, dunque, bisognoso di una radicale riesplorazione.

Tuttavia l'ipotesi che si dia un ordine morale oggettivo e che le nostre opinioni su ciò che è buono o giusto siano valutabili come vere o false allo stesso modo in cui valutiamo le nostre opinioni su stati di cose reali è tutt'altro che scontata. Accolta senza particolari cautele critiche, essa non comporta minori difficoltà di quante non ne comporti l'opposta ipotesi secondo cui il giudizio che dichiara giusto un comportamento o una norma non manifesta che un'emozione, un atteggiamento soggettivo di approvazione o ancora la volontà di indurre qualcuno a comportarsi in un certo modo. Dall'epoca dei sofisti ai nostri giorni, la posizione emotivista continua a configurare la formulazione canonica della soluzione scettica del problema della conoscenza morale, estremo antidoto critico contro il rischio dell'intellettualismo o del naturalismo (mai programmaticamente e fino in fondo sostenuto da una dottrina morale), secondo cui le leggi morali sarebbero suscettibili di essere dimostrate, descritte ed applicate allo stesso modo delle leggi della natura.

In realtà il cosiddetto cognitivismo etico è una posizione dai contorni molto vaghi e frastagliati. Sebbene contenuta, per certi versi, nella stessa esperienza morale, l'ipotesi che si dia una conoscenza obiettiva dell'ordine morale è una ipotesi concettualmente ardua: proprio l'acquisizione di quella soglia di consapevolezza che corrisponde alla chiara percezione della oggettività del valore morale, in termini di coscienza morale, di sovranità del fcrrurm: interiore, segna infatti il punto a partire dal quale comincia a caricarsi di senso il fenomeno del conflitto e, dunque, della pluralità di opinioni in materia etica. Da una parte, è lo stesso senso soggettivo della certezza morale ad esigere il rinvio a un parametro di valutazione che non si risolva in essa ed anzi ne giudichi in ultima istanza, in termini di verità oggettiva. Dall'altra, l'ipotesi di una certezza morale oggettivamente erronea ha in sé qualcosa di paradossale che ha creato problemi a tutta la riflessione etica della scolastica da Bonaventura a Suarez (il paradosso è quello di un comportamento comunque illecito, sia che si contravvenga all'obbligazione proveniente dalla propria certezza interiore, sia che si contravvenga a quella oggettivamente proveniente dall'ordine morale.

Si tratta dunque di vedere se è possibile interpretare l'istanza della oggettività della conoscenza morale in modo da rimuovere queste antinomie e da renderla formalmente compatibile con il dato culturale della pluralità degli ordinamenti morali e della diversità di opinioni in materia etica (il che suppone anzitutto l'esistenza di un margine fecondo di divaricazione fra il livello dell'esperienza morale e quello delle sue mediazioni scientifiche e culturali).

Prospettiva etico-teologica

In realtà, l'idea di conoscenza morale è tanto ardua da sistematizzare a partire dalla tradizione greca, dove la nozione di conoscenza sembra misurarsi essenzialmente sul parametro della teoreticità - il modello è quello della vista, che implica rapporto a distanza con la cosa e lascia in quiete il soggetto svincolandolo dal movimento dell'oggetto -, quanto può risultare originariamente paradigmatica all'interno della tradizione semitica ed ebraica, dove l'idea stessa di conoscenza si misura sul parametro dell'ascolto e del rapporto di coinvolgimento esistenziale nei confronti del soggetto. Malgrado il carattere assoluto e assolutamente inclusivo del termine cui è indirizzata, la conoscenza del Cristo misura interamente in base ai «frutti» la propria oggettività; ciò non avrebbe senso se già dall'origine, in ordine al modo stesso di accostare l'oggetto, una tale conoscenza non fosse concepita come un rapporto di coinvolgimento totale del soggetto, che tiene assieme, cooriginariamente, intelligenza e volontà.

L'imporsi del modello trinitario, anche nel senso della Trinità economica, conduce a configurare una sorta di «primato ontologico» del paradigma della conoscenza morale nei termini di una conoscenza che è sempre, nel proprio modo di indirizzarsi verso l'oggetto, tensione di tutto il soggetto, aspirazione al possesso e alla comunione con l'oggetto. La stessa distinzione fra conoscenza teoretica e conoscenza pratica è allora proiettata nella direzione di un radicale superamento. Pensato come rapporto assoluto fra il Padre e il Figlio, l'atto conoscitivo è pura contemplazione e identicamente comunione di amore. E proprio perché la conoscenza, concepita assolutamente e dunque teologicamente, non è più né teoretica né pratica, come insegna tutta la tradizione dell'occidente da Agostino a Hegel, l'istanza della distinzione e della autonomia della conoscenza morale diventano il segno di un limite provvisorio e perciò arduo da conquistare concettualmente, nel quale si esprime la specificità di una condizione propriamente umana.

Voce a cura di:
Giuseppe Nicolaci, Docente di Filosofia morale, Università di Palermo

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.