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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Coscienza

Precisazioni storico-semantiche

La coscienza, o ciò che di volta in volta si intende con questo termine, in un contesto etico […], ha sempre un ruolo fondamentale e decisivo.

Innanzitutto c'è da evidenziare un fenomeno storico: ci sono periodi in cui il termine coscienza non viene usato per niente e periodi in cui si fa ad esso continuo ricorso. Anche grossi nomi della scienza morale, come ad es. Aristotele, hanno fatto pochissimo uso del termine e alcuni lo hanno del tutto ignorato.

In effetti non è un grosso problema l'assenza del termine in una opera di etica o persino nella stessa Bibbia. Possiamo facilmente supporre, infatti, che i vari autori avranno usato altri termini per esprimere la res corrispondente al termine coscienza. Ma se il termine può facilmente comparire e scomparire e se ciò che esso esprime può essere espresso anche. in altro modo significa che bisogna andare alla ricerca delle diverse res a cui di volta in volta ci si riferisce con coscienza?

Polivalenza semantica

La polivalenza semantica del termine viene ribadita da diversi autori e c'è persino chi, come Stelzenberger, paragona coscienza ad una foresta. Affermata la polivalenza semantica del termine, cerchiamo di vedere i principali significati ad esso attribuiti.

Un primo uso semantico del termine è quello che identifica la coscienza con la realtà stessa del soggetto morale. Talvolta, cioè, il termine viene usato come sinonimo, o quasi, di persona.

Voler evidenziare la dimensione morale della persona, il suo porsi come soggetto morale, la caratteristica specifica che fa diventare la persona umana soggetto di vita morale porta subito a sostituire il termine persona con quello di coscienza, a cui ovviamente vengono pure attribuite tutte quelle qualità distintive che possiede la persona quando si pone in tensione morale. Coscienza, cioè, è termine che si presta benissimo per parlare in termini morali della persona umana in quanto soggetto morale, perché ad esso si possono sinteticamente attribuire o vengono di fatto attribuite tante funzioni semantiche.

In contesto filosofico o letterario è possibile riscontrare autori come F. Nietzsche e L. Pirandello, che evidenziano una concezione riduttivamente negativa della res coscienza: in questo caso ci si riferisce alla sfera psicologica della persona umana e coscienza sta ad indicare solo ed esclusivamente la sua dimensione psicologica di immaturità. Psicologicamente ridimensionata, la coscienza può anche essere ripresentata in termini di super-io freudiano.

Al di là della possibile identificazione con la persona umana, in quanto soggetto morale, o con la sua sfera puramente psicologica, coscienza a volte è usato come sinonimo dell'aggettivo morale e della prospettiva morale in quanto tale.

Usato in questo senso, naturalmente, il termine sta ad indicare il punto di vista della morale, quello dell'imparzialità o dell'altruismo e riferirsi alla coscienza non è altro che richiamare l'orizzonte della moralità.

Ma al termine coscienza vengono pure attribuite semantiche molto specifiche e chiaramente identificabili con ruoli che nell'orizzonte della vita morale vengono svolti da due facoltà umane: l'intelligenza e la volontà o col ruolo autoparenetico dello stesso soggetto morale. Dall'esame dei diversi usi semantici emergerà ancora più chiaramente il significato delle affermazioni iniziali sulla poliedricità semantica del termine.

Il termine acquisisce la semantica di funzione intellettiva quando la coscienza viene vista come quella facoltà a cui compete la realizzazione di quel processo che porta all'individuazione ed alla formulazione del giudizio morale: in questi casi la coscienza viene ad identificarsi con ciò di cui la persona umana è dotata e di cui essa si serve per cercare e conoscere l'orientamento morale da imprimere alla propria esistenza. Poiché questa è fase di ricerca puramente intellettiva, diventa facile operare l'identificazione di ciò che viene chiamato coscienza con l'uso che la persona fa in contesto morale della propria facoltà intellettiva.

Vista nella sua funzione intellettiva, la coscienza va alla ricerca innanzitutto del giudizio sul moralmente buono e retto in sé, e quindi del giudizio da dare sulla bontà morale del proprio atteggiamento e sulla rettitudine morale del proprio comportamento.

La definizione kantiana della coscienza come tribunale interno si riferisce proprio a questo e più precisamente al secondo e al terzo dei tre momenti, perché parlando della coscienza come funzione intellettiva si fa innanzitutto riferimento alla fase iniziale, molto travagliata dal punto di vista intellettivo, di quella pratica quotidiana di vita spirituale che corrisponde all'esame di coscienza.

Nel quotidiano esame di coscienza il soggetto si prefigge appunto di conoscere sempre meglio l'atteggiamento morale in sé per adeguare ad esso il proprio atteggiamento e di conoscere pure quale, fra i tanti possibili, sia il comportamento autenticamente morale che egli dovrà poi cercare di attuare. La verifica morale del proprio atteggiamento e del proprio comportamento, che si chiama formulazione del giudizio di coscienza, individuazione del giudizio morale , esame di coscienza o in qualsiasi altro modo, può essere operata in tre diversi momenti rispetto all'azione.

Quando la coscienza viene considerata come quella facoltà che attua la scelta morale fondamentale e le scelte morali particolari, ad essa ovviamente viene attribuita funzione volitiva. In questo caso il termine diventa sinonimo di cuore nel linguaggio biblico.

Questa funzione della coscienza può essere identificata con ciò che S. Tommaso chiama atto volontario interno, Kant volontà, K. Rahner opzione fondamentale, J. Fuchs intenzionalità e altri atteggiamento. Anche la formula Real Apprehention del Card. Newman o il sentimento dei valori dei fenomenologi, almeno in certi casi, è riportabile all'interno di questa prospettiva.

In altri momenti, si parla della coscienza come se essa fosse un santuario, un'intimità sacra della persona, la voce di Dio.

In questi casi alla coscienza viene attribuito il ruolo di esortare, di incitare, di spronare la volontà o l'atteggiamento a realizzare sempre di più e sempre meglio quel bene che è capace di realizzare sia sul piano dell'atteggiamento che su quello del comportamento. Il ruolo così attribuito alla coscienza viene chiamato funzione parenetica.

La funzione parenetica può essere presentata nei termini positivi di un'esortazione continua a fare il bene e ad evitare il malo, ma può essere presentata anche in termini negativi, come appunto succede nei riferimenti al cosiddetto rimorso di coscienza.

L'ammonizione, il rimprovero, la disapprovazione sono pure veicoli effìcacissimi per la mediazione del messaggio parenetico.

Nell'un caso o nell'altro ci si riferisce all'attrazione che i valori esercitano continuamente nei confronti del soggetto morale e che nel linguaggio dei fenomenologi corrisponde sentimento dei valori, non considerato più ovviamente come quel momento volitivo della presa di posizione personale, di cui si è parlato nel paragrafo precedente.

Alla coscienza, considerata come funzione parenetica, spetta pure il compito di mediare nei confronti del soggetto morale il messaggio che egli riceve dall'esterno. Anzi la parenesi altrui può raggiungere e colpire il suo cuore solo se e quando viene mediata dalla coscienza. Per questo essa è descrivibile come un'antenna ricetrasmittente che cerca di captare il messaggio parenetico proveniente dall'esterno allo scopo di ritrasmetterlo in maniera genuina, incisiva ed efficace al cuore del soggetto morale.

Spesso il soggetto morale […] viene posto di fronte all'esigenza di formare la propria coscienza.

 La formazione della coscienza

Dopo quanto esplicitato diventa quasi ovvio chiedersi subito cosa significhi educare e formare la coscienza, quale sia la coscienza da educare e come si debba formare la propria coscienza.

Un primo compito che di solito viene attribuito alla coscienza è quello di formarsi in quanto funzione intellettiva. Educare la propria coscienza, in questo caso, equivale ovviamente a educare la propria intelligenza alla riflessione morale, a saper attuare il processo etico-normativo per la fondazione del giudizio morale e, quindi, a saper far uso delle capacità argomentative di cui si dispone al fine di individuare il moralmente buono del proprio atteggiamento ed il moralmente retto del proprio comportamento. Lo studio dell'etica filosofica o teologica, soprattutto di quella normativa […], mira appunto all'educazione della propria coscienza in quanto funzione intellettiva: si cerca una migliore conoscenza della problematica morale per poter anche possedere una coscienza retta, che non abbia dubbi di alcun genere sulla veridicità dei propri giudizi e, soprattutto, una coscienza vera, che raggiunga cioè l'autentico giudizio morale.

Educare l'intelligenza e saperne fare uso in campo morale non equivale, però, ad essere più buoni dal punto di vista morale, così come il genio, per il fatto stesso che è un genio, non può essere automaticamente considerato santo.

La bontà morale di una persona, infatti, va a sedimentarsi nella sfera volitiva e, pertanto, solo se coscienza si intende come funzione volitiva si può poi identificare bontà morale con coscienza. Ma dopo tale identificazione si pone subito il problema di sapere se e come si possa educare la volontà: mentre educare la propria coscienza come funzione intellettiva dipende fondamentalmente dall'aiuto offerto da altri, dallo studio e dalla riflessione, educare la propria coscienza come funzione volitiva dipende esclusivamente dalla singola persona interessata e dalla sua stessa volontà.

Formare la propria coscienza come funzione volitiva significherà sempre voler essere moralmente buoni, sempre più buoni o più santi, esercitarsi nella vita morale, tendere al possesso pieno delle virtù, migliorare il proprio atteggiamento, convertirsi continuamente. Tutto ciò dipende solo ed esclusivamente dalla volontà del soggetto morale o dalla sua coscienza intesa come funzione volitiva. In questo senso si afferma pure che nessuno può avere influsso decisivo sulla coscienza degli altri e che essa non può essere condizionata mai da nessuno: su di essa si può influire solo a livello di causa genetica e in chiave esortativa o parenetica.

L'influsso parenetico che si può esercitare· sulla volontà altrui è quello che viene captato, come già detto, dall'antenna ricevente della coscienza, che lo trasmette poi al soggetto morale a cui l'esortazione è destinata, perché questi prosegua il cammino della sua crescita spirituale e acquisisca una sempre maggiore sensibilità nei confronti del bene e dell'attrazione esercitata dai valori.

Il problema della formazione della coscienza, comunque, intesa come funzione volitiva e parenetica, non risulta poi tanto nuovo e non è nemmeno specifico dell'ambito religioso, se, come ormai dovrebbe essere facilmente comprensibile, noi operiamo il tanto semplice processo di sostituire il termine coscienza con un altro termine dalla semantica affine a quella con cui esso viene di volta in volta usato.

La coscienza, allora, o il soggetto morale, dovrà formarsi dal punto di vista intellettivo e formare la funzione intellettiva della coscienza significa saper cercare e trovare la volontà di Dio o l'ordine morale oggettivo, saper formulare i veri giudizi morali e saperli applicare in ogni istante della propria vita.

Educare la propria coscienza in questo senso, pertanto, equivale a educare la propria intelligenza all'attuazione di quel processo, tipico dell'etica normativa, che mira alla fondazione del giudizio morale: si impara a saper usare le capacità argomentative per individuare il moralmente buono del proprio atteggiamento ed il moralmento retto del proprio comportamento.

Educare moralmente la funzione intellettiva del soggetto equivale a quella formazione specifica che si acquisisce mediante lo studio in un campo qualsiasi della riflessione scientifica, ma non equivale ad essere più buoni dal punto di vista morale.

La bontà morale di una persona, infatti, va a sedimentarsi nella sfera volitiva e, pertanto, solo se la coscienza viene educata anche nella sua funzione volitiva si potrà poi parlare di educazione morale nel senso di educazione della volontà. Ma con tale identificazione si pone subito il problema di sapere se e come possa essere educata la volontà altrui: mentre educare la propria coscienza come funzione intellettiva dipende fondamentalmente dall'aiuto di altri, dallo studio e dalla riflessione, educare la propria coscienza come funzione volitiva dipende esclusivamente dalla singola persona interessata e dalla sua stessa volontà.

Formare la propria coscienza come funzione volitiva significherà sempre voler essere moralmente buoni, sempre più buoni o più santi, esercitarsi nella vita morale, tendere al possesso pieno delle virtù, migliorare il proprio atteggiamento, convertirsi continuamente.

In questo senso si afferma pure che nessuno può avere influsso decisivo sulla coscienza degli altri e che essa non può essere condizionata mai da nessuno: su di essa si può influire solo a livello di causa genetica e in chiave esortativa. Educare la propria coscienza, infatti, significa pure autoformarsi, acquisendo una sempre maggiore sensibilità, e autoesortarsi ad una vita morale sempre più affinata, recependo le esortazioni degli altri per riproporle continuamente a se stessi.

Il vero educatore morale o colui che forma la coscienza, in ogni caso, è sempre il maestro interiore di cui parla S. Agostino, che suscita ed istilla nella singola il desiderio del bene, guida e illumina il suo difficile cammino morale, stimolandola e incoraggiandola nei momenti di scoraggiamento, spronandola sempre verso ideali ancora più alti, ma chi raggiunge le alte vette della bontà interiore e della santità è sempre colui che si lascia guidare dal suo maestro interiore.

 

Voce a cura di:
Salvatore Privitera, 1945-2004

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.