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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Ecologia

Alle origini del «problema ecologico»

Il termine ecologia fu introdotto dal biologo tedesco Haeckel nel 1866. Questo testimonia come l'ambiente, quale «problema» di cui occuparsi tematicamente, sia un fatto relativamente recente. Come ogni realtà problematica, peraltro, il suo affermarsi è da mettere in rapporto a una conflittualità: quella, appunto tra l'uomo e il suo spazio vitale. L'affermazione delle responsabilità umane nei confronti dell'ambiente è generata proprio dalla consapevolezza dei danni causati ad esso dall'uomo. Ma anche in tal senso le implicazioni etiche del rapporto uomo-ambiente sono state un'acquisizione tardiva da parte della riflessione filosofico-morale a differenza di altri temi quali ad esempio il furto o l'omicidio. L'attualità del tema è evidente ove si consideri come siano diventati a tutti familiari i problemi causati dall'inquinamento atmosferico, dall'effetto serra, dal buco dell'ozono, dalle piogge acide, dai diserbanti, dalle scorie radioattive e come tutto questo stia influenzando profondamente la qualità della nostra vita: mutamenti climatici, aumento di incidenza di alcuni tumori, problemi agricoli, ecc.

La prima domanda da porsi riguarda, evidentemente, l'attribuzione di responsabilità. Una delle prime tesi avanzate ritiene principale responsabile di tutto questo la cultura giudaico-cristiana. Avanzata da Lynn White jr. nel 1967 detta tesi costituisce un punto di riferimento obbligato sia perché entrata ormai nel «luogo» dell'autorevole riferimento bibliografico, sia perché offre lo spunto a una serie di fondamentali considerazioni etiche. Sono essenzialmente tre le accuse che vengono rivolte al Cristianesimo in tal senso. La prima è l'atteggiamento di dominio e di indiscriminato sfruttamento della terra che scaturirebbe dal comando dato da Dio all'uomo di «soggiogarla» e di «dominare» sulle sue creature (Gn 1,26-28). La seconda è relativa alla desacralizzazione operata dal Cristianesimo sulla natura, ridotta al rango di realtà creata e, come tale, sottratta alla sfera di intangibilità che essa aveva nelle religioni pagane. La terza, forse di meno immediata comprensione, è riferibile al ruolo svolto dalla religione giudaico-cristiana sullo sviluppo della scienza e della tecnologia.

Volendo, con una più attenta lettura della storia, analizzare le più probabili cause degli attuali danni ambientali possiamo identificare quattro fattori principali (La Civiltà Cattolica, 1990).

Il primo di essi nasce da una duplice erronea convinzione: l'inesauribilità delle risorse naturali (con la conseguente indiscriminata libertà del loro sfruttamento) e la capacità di autoriparazione, da parte della natura, dei danni a essa inferti; il secondo è relativo alla logica del profitto da ottenersi con i minimi costi, soprattutto quando questi non sono direttamente destinati alla produzione del guadagno (come, ad esempio, nel caso di un impianto di depurazione); il terzo va identificato nella politica energetica mondiale che ha privilegiato fonti abbondanti e di facile trasporto anche se altamente inquinanti (petrolio e carbone); l'ultimo è il riflesso dell'attuale modello di sviluppo occidentale (e dall'Occidente esportato in tutto il mondo) che tende esasperatamente al benessere e al consumo noncurante del danno ambientale. Basti pensare al paradigma dell'automobile.

L'equivoco dell'ambientalismo

Per una corretta impostazione dei problemi etici connessi con la tutela dell'ambiente occorre in via preliminare aver chiara l'esatta identità di ciò che intendiamo per ambiente. Infatti la società industriale da un lato, alcune correnti ideologiche dall'altro hanno spesso portato a un duplice equivoco: la rigida dicotomia tra «natura» e «città» con l'idilliaca visione di una natura tutta equilibrio, ordine, armonia e di un contesto urbano demonizzato, alienante, «innaturale». In realtà se si vuole affrontare organicamente e senza precomprensioni culturali il problema bisogna convenire che i due ecosistemi (naturale ed urbano) differiscono solo per il substrato in cui i processi avvengono e per le modalità di gestione degli stessi (deterministica nella «natura», consapevole negli ecosistemi creati dall'uomo). Occorre, pertanto, riuscire a identificare concettualmente (anche se diversificandoli fenomenologicamente) i diversi ambienti, naturale ed urbano, nella realtà unitaria di, «ambiente umano» a cui, peraltro l'uomo stesso appartiene (Moroni, 1990). D'altra parte l'ambiente, inteso anche nella sua più positiva e «naturale» accezione è spesso frutto dell'intervento umano (irrigazione di zone desertiche, bonifica di regioni insalubri, forestazione, coltivazione dei campi, ecc.).

In secondo luogo occorre con sereno realismo valutare nella sua oggettività il dato naturale che, al di là di qualsiasi intervento umano è fatto anche di terremoti, alluvioni, siccità per non parlare dei cataclismi del passato, delle tempeste magnetiche, dell'accidentale caduta di meteoriti, ecc. Certamente è improprio dire che l'uomo deve essere «amico» della natura anche se questa non sempre lo è altrettanto nei suoi confronti (quasi avesse un'anima personale) ma è altrettanto sbagliato radicalizzare ogni bene nell'ambito naturale e ogni malo in quello umano. L'unica reale, fondamentale differenza riguarda non l'espressione fenomenologica (un uragano può essere ben più destruente dell'inquinamento da diossina), ma l'orizzonte di senso in cui si colloca essendo il secondo espressione di una libera volontà umana e non puro determinismo delle forze naturali.

Il rapporto natura-cultura

Gran parte, per non dire la totalità, della riflessione etica contemporanea sul problema ecologico, costituisce la rivisitazione di uno dei più importanti problemi dell'etica che è quello relativo al rapporto tra natura e cultura. D'altra parte anche la storia del pensiero (dal semplicismo del buon Diogene al più raffinato giusnaturalismo) ci ha abituati a periodiche ondate di «ritorno alla natura».

Il punto di partenza della riflessione che proponiamo si colloca in quei brani della Genesi «incriminati», eppure fondanti tutto il discorso etico (Gn 1,26-28). I due verbi-chiave sono «dominare (radah) e «soggiogare» (kabas). Al di là di alcune letture superficiali che possono essere state fatte, la più moderna esegesi identifica nell'idea di «dominio» insita nel verbo radah il governo del mondo (Bonora, 1990), il suo ordinamento gerarchico alla superiorità dell'uomo fatto a immagine di Dio. Anzi, secondo alcuni esegeti, l'«immagine» di cui parla il testo sacro consisterebbe proprio in tale attitudine a governare il mondo (Loretz, 1974). Il senso di tale affermazione va in parte ricollegato all'abitudine dei sovrani semiti di porre una propria immagine a garanzia del loro governo in territori lontani nei quali non riuscivano a essere materialmente presenti. Quanto al secondo verbo, esso significa letteralmente «porre il piede su qualcosa in segno di dominio» e quindi prendere possesso di un dato territorio. In sostanza vi è espressa la consegna del mondo come dimora dell'umanità. Dio, dunque, dà il mondo all'uomo come suo proprio habitat perché vi abiti e lo governi ordinatamente «per suo conto». E' un bene che gli è proprio ma che non gli appartiene, un bene da custodire responsabilmente ma non inattivamente. Anzi coltivandolo perché renda, perché fruttifichi, perché in esso sia perpetuata e moltiplicata l'opera della creazione. In sostanza possiamo dire che la natura è data all'uomo per la cultura, ma questa è tale non tanto se rispetta quasi sacralmente e intagibilmente la prima, ma se ne usa responsabilmente per valorizzarne ogni intrinseca potenzialità. Ne consegue che la cultura, per esser tale «ha bisogno della natura» che, a sua volta è destinata a essere «oggetto di cultura». Distruggere la natura significa quindi privare la cultura del suo substrato essenziale, ma d'altra parte assolutizzare la natura, ritenendo che non abbia alcun bisogno della cultura, significa privarla (non meno violentemente di chi vuole distruggerla) del suo «naturale» destino.

L'ordinamento gerarchico della natura

La stretta interdipendenza tra natura e cultura è la base per la costruzione di tutta la riflessione etica, sopra appena abbozzata. Resta, cioè, da vedere quali siano i criteri di «uso» della natura, quali azioni pur incidendo, a volte pesantemente, su di essa possano ritenersi lecite, a volte persino doverose, e quali no. Senza fare alcun moralismo o scendere in dettagli casuistici, dobbiamo identificare dei giudizi di valore che si traducano normativamente nell'identificazione di un bene da perseguire. Il valore di riferimento fondamentale (in questo come in ogni altro ambito etico) è la persona umana. Da un punto di vista generale, pertanto, e in un'etica personalista possiamo dire che è bene tutto ciò che aiuta a realizzare compiutamente la persona senza recare danni significativi ad altre realtà, in quanto questi, a loro volta, si tradurrebbero in danno per altre persone. Tutto questo presuppone un «ordinamento gerarchico» della natura funzionalmente antropocentrico (e, più oltre, teocentrico). Tale pensiero (che non è esente da critiche) è stato ampiamente sviluppato da S. Tommaso. La sua sintesi può esprimersi nella frase «plantae sunt propter animalia; animalia vero propter hominem» . (Summa contra Gentiles, III, 22, 2030). I pericoli insiti in questa affermazione sono evidenti e riguardano la visione puramente utilitaristico-strumentale che essa sottende. In realtà una più penetrante semantica testuale vedrebbe nel «propter» un significato fortemente causale tale da far passare in secondo piano il senso strumentale privilegiando quello ontologico. Che la preoccupazione tomista non sia principalmente etica è evidente ma è altrettanto palese che la sua teleologia può dar adito a una normatività un po' angusta. Il valore di quanto affermato, pertanto, non va sminuito o trascurato ma ricondotto al suo preciso alveo intenzionale integrandolo con ulteriori riflessioni. D'altra parte l'importanza di un corretto inquadramento ontologico non può essere sottovalutato e costituisce il necessario supporto di questa come di altre riflessioni etiche correlate al tema in oggetto (prima tra tutte quella relativa ai «diritti» degli animali). La gerarchia ontologica delle realtà create, in sostanza, ha un senso solo se non assolutizzata e integrata in un più globale e organico contesto di valori etici.

Il valore estetico del creato

Nell'universo di valori attinenti il tema ecologico non va trascurato il valore estetico. Troppo spesso sottovalutato o declassato al rango di uno stucchevole romanticismo o, ancora, soffocato da più pressanti motivazioni utilitaristiche, il valore estetico delle realtà create va riscoperto in tutta la sua pienezza. Purtroppo il pragmatismo, da cui siamo tutti più o meno affetti, privilegia oggi l'azione a tutti i costi, il fare, il realizzare, il produrre. In fondo è anche questa una delle modalità dell'avere a scapito dell'essere. Fermati e guarda, sembra dirci la natura. La contemplazione è opera squisitamente umana; saper godere e gioire del bello significa, in ultima analisi, affermare il proprio statuto d'umanità. Non solo ma si è tanto più uomini quanto più tale bellezza si è in grado non solo di contemplarla ma di custodirla, di tutelarla, di proteggerla, di sentire come profonda offesa il suo deturpamento. E ancora si è uomini quando tale bellezza si riproduce nell'arte, nell'ordinamento urbanistico, nel recupero architettonico (Privitera, 1992).

 

I criteri etici della difesa ambientale

Al termine di queste riflessioni occorre trarre alcune conclusioni operative. Data la vastità e complessità del problema è opportuno delineare le tappe di un cammino (Trentin, 1992) all'interno del quale evidenziare poi alcuni obiettivi prioritari. La prima di queste è di ordine preliminare ed è relativa alla necessità di una chiara consapevolezza etica dei problemi posti dalla tutela ambientale, sia alla coscienza di ogni singolo individuo che all'attenzione degli organi politico-amministrativi.

La seconda è di ordine filosofico-culturale e consiste in un profondo ripensamento sul significato di un'etica ambientale. A tale tappa non può essere estranea la riflessione teologica che, identificando nella «natura» la «Creazione», è prioritariamente interpellata da tale istanza etica. Non a caso il pensiero degli ultimi Pontefici, e di Giovanni Paolo II in particolare, ha più volte sottolineato l'urgenza di tale interessamento: «L'impegno del credente per un ambiente sano nasce direttamente dalla sua fede in Dio creatore, dalla valutazione degli effetti del peccato originale e dei peccati personali e dalla certezza di essere stato redento da Cristo. Il rispetto per la vita e la dignità della persona umana include anche il rispetto e la cura del creato, che è chiamato ad unirsi all'uomo per glorificare Dio» (Messaggio per la giornata mondiale per la Pace 1992, n.16).

In terzo luogo occorre individuare alcuni orientamenti normativi che possano poi tradursi in concrete politiche ambientali. A tal riguardo riportiamo alcune possibili linee-guida (Golser, 1990): protezione e tutela prioritaria delle realtà che costituiscono il fondamento per la vita rispetto alle altre che su di esse si basano; garanzia degli interessi vitali delle generazioni future anche a costo di mettere da parte interessi meno urgenti degli uomini che vivono oggi; in caso di interventi che prevedano danni, priorità a quelli che causano danni reversibili e scelta di interventi con danni irreversibili solo se in grado di evitare danni ancora più gravi; reintroduzione nel ciclo biologico dei rifiuti, specie se prodotti in grande quantità; priorità, a parità di altre condizioni, delle fonti di energia rigenerabili rispetto all'energia non rinnovabile. Più globalmente, poi, occorre (Moroni, 1990): risolvere a livello personale, di coppia e comunitario i problemi posti dallo sproporzionato incremento (da un lato) e dalla drastica riduzione (dall'altro) delle popolazioni umane; riproporre un sano e non arbitrario né dispotico antropocentrismo in cui l'uomo sia signore ma anche (e proprio per questo) servitore della creazione; promuovere una riflessione critica sull'inclusione della natura nella sfera della storia e dell'etica; vivere una nuova cultura della città che passi anche attraverso la natura; recuperare il meglio dei valori del passato di cui permeare l'attuale civiltà tecnologica; riscoprire il senso del gratuito come alternativa alla logica dell'homo homini lupus.

Infine bisogna pensare a un' adeguato progetto di educazione ambientale per cui le generazioni future possano crescere nell'abituale consapevolezza del problema senza la drammatica sollecitazione da cui sono state coinvolte quelle che le hanno precedute.

 

Voce a cura di:
Salvino Leone, Docente di Teologia morale, Facoltà Teologica di Sicilia e Medicina sociale alla Libera Università degli Studi Maria SS. Assunta di Roma.

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.