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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Economia civile

 

L'espressione "economia civile" è entrata, ormai da qualche tempo, nel dibattito scientifico oltre che nel circuito mediatico, ma con significati plurimi, spesso confliggenti. C'è chi la confonde con l'espressione "economia sociale" e chi invece ritiene che economia civile altro non sia che un modo diverso, più antico, di chiamare l'economia politica. Vi sono poi coloro che la identificano con il variegato mondo delle organizzazioni non profit e addirittura coloro che vedono l'economia civile come un progetto intellettuale che si oppone all'economia solidale. Fraintendimenti e incomprensioni del genere non solamente rendono disagevole il dialogo tra chi è portatore di visioni legittimamente diverse del mondo; quel che più è grave è che la non conoscenza di cosa sia l'economia civile, anziché indurre all'esercizio di saggia umiltà intellettuale, finisce sovente con l'alimentare pregiudizi ideologici e col giustificare chiusure settarie.

 Che cos'è l'economia civile?

L'espressione "economia civile" conserva l'ambiguità della parola italiana "economia". Questa stessa parola, infatti, nonostante il tentativo che fu tentato tra le due Guerre mondiali di introdurre in Italia l'espressione Economica (per indicare la teoria economica), indica sia i "fatti" economici (1'economy inglese) sia la teoria economica (1'economics).
L'Economia civile in quanto economics consiste in una tradizione di pensiero economico e filosofico che ha la sua radice prossima nell'Umanesimo civile, e quella più remota nel pensiero di Aristotele, Cicerone, Tommaso, la scuola francescana. La sua stagione aurea, e in un certo senso la sua affermazione come scuola di pensiero e di teoria economica, è l'Illuminismo italiano, napoletano in modo tutto particolare. Mentre con Smith e Hume si delineavano in Scozia i principi della Political Economy, a Napoli, negli stessi anni, si sviluppava con Genovesi, Filangieri, Dragonetti e altri la Economia civile. Tra la scuola scozzese e quella napoletana-italiana ci sono molte, moltissime anologie: la polemica anti-feudale (il mercato è soprattutto un mezzo per uscire dalla società feudale); la lode per il lusso come fattore di cambiamento sociale, senza preoccuparsi troppo dei "vizi" di chi consuma quei beni (ma delle conseguenze positive per la società intera); una grande capacità di cogliere la rivoluzione culturale che lo sviluppo dei commerci stava operando in Europa; il riconoscere il ruolo essenziale della fiducia per il funzionamento di una economia di mercato e per lo sviluppo civile; la "modernità" delle loro visioni della società e del mondo. Al tempo stesso esiste tra Scozia (Political Economy) e Italia (Economia civile) una differenza. Smith, pur riconoscendo che l'essere umano ha una naturale tensione alla socievolezza (alla sympathy e alla correspondence of sentiments con gli altri), non considera che la socievolezza o relazionalità non strumentale o genuina sia faccenda rilevante per il funzionamento dei mercati ("La società civile può esistere tra persone diverse ... sulla base della considerazione della utilità individuale, senza alcuna forma di amore reciproco o di affetto", Theory of Moral Sentiments, II.3.2); anzi, in certi passaggi sia della sua Theory of Moral Sentiments, sia della Wealth of Nations, dice esplicitamente che sentimenti e comportamenti di benevolenza complicano il meccanismo di funzionamento del mercato, che funziona tanto meglio quanto più strumentali sono i rapporti al suo interno. Il mercato, per Smith e per la tradizione che dopo di lui diverrà ufficiale in economia, è mezzo per costruire relazioni autenticamente sociali (non c'è società civile senza mercati), perché libero da legami verticali e di status non scelti, ma non è in se stesso luogo di relazionalità a 360°. Che le relazioni mercantili siano impersonali e mutuamente indifferenti non è per Smith un aspetto negativo, ma positivo e civilizzante: solo in questo modo il mercato può produrre bene comune. Amicizia e rapporti di mercato appartengono dunque a due ambiti ben distinti e separati; anzi, l'esistenza delle relazioni di mercato nella sfera pubblica (e solo in questa) garantisce che nella sfera privata i rapporti di amicizia siano autentici, scelti liberamente e sganciati dallo status: se il mendicante si reca dal macellaio a chiedere l'elemosina, non potrà mai avere con lui un rapporto di amicizia al di fuori del mercato. Se, invece, l'ex-mendicante entra un giorno nella bottega del macellaio o in quella del birraio per acquistare legittimamente le loro merci, la sera quell'ex-mendicante potrà incontrarsi al pub con i suoi fornitori su un piano di maggiore dignità, e magari può essere loro amico. Su questa base Silver può affermare: «Secondo Smith, la sostituzione della necessitudo con la commerciai society porta con sé una forma di amicizia moralmente superiore, perché volontaria e basata sulla natural sympathy, non determinata dalla necessità» (1990, p. 1481). Per Smith e per la tradizione ufficiale della scienza economica il mercato è civiltà ma non è (o proprio in quanto non è) amicizia, reciprocità non strumentale, fraternità (Bruni - Sugden 2008).
Su questi aspetti, centrali nella prassi e nella teoria contemporanea, la tradizione dell'Economia civile dissente.Per Genovesi, Filangieri, Dragonetti, e poi nel Novecento Luigi Sturzo e, in un certo senso, Luigi Einaudi, ma anche economisti più applicati come Rabbeno o Luzzatti, o il fondatore dell' economia aziendale Gino Zappa, il mercato, l'impresa, l'economico sono in sé luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità. L'Economia civile non accetta l'idea, o ideologia, oggi sempre più diffusa e data per scontata, che il mercato o l'economia siano qualcosa di radicalmente diverso dal civile retto da principi diversi: l'economia è civile, il mercato è vita in comune, che condividono la stessa legge fondamentale: la mutua assistenza. La mutua assistenza di Genovesi non è solo (anche) il mutuo vantaggio di Smith: per il mutuo vantaggio basta il contratto, per la mutua assistenza occorre la philia, e forse l'agape.
L'economia come se la persona contasse: questa potrebbe essere la perifrasi chiamata a sintetizzare il nucleo del programma di ricerca dell'economia civile. Il motivo conduttore può essere ben sintetizzato riferendosi al mito intellettuale che ha caratterizzato la modernità. Si tratta del mito dell'uno: una scienza, una verità, un discorso, una legge. Donde la conseguenza per la quale all'unità del sapere si può arrivare solamente rendendo mute le voci alternative, come se unità volesse significare uniformità. È vero, invece, che il progresso autentico - anche quello della conoscenza - è sempre figlio della varietà di approcci e di punti di vista; ed è altrettanto vero che la logica dell'uno è qualcosa di profondamente diverso dalla logica dell'unità, la quale - per essere tale - ha un bisogno costitutivo della pluralità delle posizioni in gioco.
La via del riduzionismo imboccata dalla scienza economica, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, ha finito con il disarmare il pensiero critico, con i risultati che ora sono sotto gli occhi di tutti. C'è, in ciò, una precisa responsabilità da parte della professione: per troppo tempo si è fatto credere a generazioni di studiosi che il rigore scientifico postulass l'asetticità; che la ricerca per essere scientifica dovesse liberarsi da ogni riferimento di valore. Il risultato lo si è visto: l'individualismo assiologico - che è esso stesso un giudizio di valore, per di più molto forte - ha acquisito lo status di assunto "naturale" che, in quanto tale, non necessita di giustificazione alcuna, per un verso, e si costituisce come benchmark rispetto al quale ogni altra ipotesi sulla natura dell'uomo "deve" confrontarsi, per l'altro verso. Non ci si deve allora meravigliare se solamente all'individualismo viene concesso, ancor oggi, il privilegio della naturalità nella scienza economica ufficiale.

Non pensiamo si possa continuare a lungo su questa via. Certo, nessuno si nasconde le difficoltà e le insidie insite nel progetto che queste pagine cercano di abbozzare. Immaginare che le novità e i cambiamenti necessari non rechino con sé tassi, anche elevati, di conflittualità sarebbe ingenuo. Ma si tratta di un compito irrinunciabile se si vuole superare, da un lato, l'afflizione rappresentata dal piagnisteo per la scarsa rilevanza pratica della teoria economica, un piagnisteo che giova solo a chi ha interesse a diffondere scetticismo, e dall'altro, l'ottimismo disincantato di chi vede nella ripresa del razionalismo individualista in economia una sorta di marcia trionfale verso la piena comprensione dei fatti del mondo reale.
Siamo dell'idea che il pendolo di Foucault stia tornando a privilegiare il rapporto tra economia e filosofia e si può capire il perché: nelle fasi di accelerata transizione - come è quella attuale - le scienze fisico-matematiche non hanno molto da offrire al discorso economico. Esse sono capaci di dare risposte, ma non di porre le domande giuste - ed è di queste ultime che oggi l'economia ha soprattutto bisogno. In primo luogo, della domanda sull'uomo. Ci spieghiamo così la vigorosa recente ripresa del dibattito in economia sui temi dell'etica e dell'antropologia. E ci spieghiamo anche il disorientamento che è percepibile tra non pochi economisti i quali sembrano rimpiangere la perdita di antiche certezze - quelle certezze che solo le teorie generali dell' economia sono in grado di dare. È da alcuni decenni ormai che la scienza economica non riesce più a produrre una qualche teoria generale, ma solamente "teorizzazioni locali". Forse è giunto il momento in cui occorre cominciare a cercare davvero.
Infine, l'economia civile si pone oggi in alternativa nei confronti dell'economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l'unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà: l'economia civile ricorda che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia. Al tempo stesso, l'economia civile non è con chi combatte i mercati e vede l'economico in endemico e naturale conflitto con la vita buona, invocando una decrescita e un ritiro dell'economico dalla vita in comune. L'economia civile, invece, propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato non è combattuto o "controllato", ma è visto come un luogo civile al pari degli altri, come un momento della sfera pubblica, che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e di gratuità, può costruire la città.
Il mercato sta oggi occupando la nostra vita, entrando anche negli ambiti più intimi delle nostre relazioni. Possiamo cercare di difenderci, e vivere questo passaggio come un male necessario. Possiamo, invece, cercare di far diventare baby-sitter, badanti, infermiere, maestre, alleati in un nuovo patto sociale dove interpretiamo e viviamo anche il mercato come un pezzo di vita, come economia civile. Noi non abbiamo dubbi sulla via da seguire.

 

Luigino Bruni
Stefano Zamagni

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Tratto dall'introduzione al Dizionario di economia civile, Città Nuova Editrice, Roma 2009.