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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Educazione morale

Introduzione

Ogni vera intenzione educativa ha come obiettivo ultimo, almeno implicito, la promozione dell'uomo in questo uomo, cioè la sua promozione morale; il fatto educativo e quello morale sono quindi inscindibilmente connessi. Ogni influsso educativo ha una sua valenza etica: esercita un certo imprinting, fosse pure impercettibile, sulla personalità morale dell'educando. Ogni forma di educazione, anche solo settoriale, produce sempre formazione (o deformazione) morale ,

Le scienze dell'educazione hanno dedicato negli ultimi decenni a questa dimensione etica del fatto educativo un'attenzione sempre più rilevante, così che il termine «educazione morale» non indica più soltanto una realtà di fatto, ma anche un campo della ricerca e del sapere antropologico in via di rapida espansione ed approfondimento, che si articola sia su un piano teoretico, come studio prevalentemente psicologico dello sviluppo morale, sia su un piano normativo, come guida alla prassi pedagogica.

Queste nuove forme di sapere interferiscono profondamente con la riflessione filosofica e teologica in campo etico.

 

Teorie educative 

Molte delle teorie elaborate finora in questo campo sconfinano dal campo della psicologia, in quello della filosofia morale e vanno spesso incontro a obiezioni che rendono difficile, nonostante il loro carattere indubbiamente stimolante , una loro utilizzazione diretta e senza riserve, nell'educazione cristiana.

Riserve particolari suscita ad esempio il carattere decisamente unilaterale della concezione della personalità e del vissuto morale (e perciò anche del relativo sviluppo) soggiacente ad alcune di queste teorie: esse riconducono molto spesso tutto il dinamismo dell'esperienza morale a una sola istanza psichica, sia essa la pulsionalità (come Freud), il condizionamento riflesso (come il behaviourismo) o le strutture cognitive (come Kohlberg).

L'aspetto più negativo di tutte queste forme unilaterali di approccio al vissuto morale e ai suo «sviluppo» è costituito dal fatto che in un modo o nell'altro ognuna di esse comporta una qualche forma di determinismo etico: il determinismo delle pulsioni, quello della ragione oppure quello del puro e semplice condizionamento sociale.

Va detto peraltro che, tanto da pensatori di ispirazione cristiana, quanto da psicologi più attenti alla complessità del vissuto psicologico umano, si vanno moltiplicando tentativi di operare un certo superamento di queste unilateralità e dei corrispettivi determinismi, attraverso forme diverse di sincretismo che recuperando gli aspetti positivi delle diverse teorie, li integrano in una visione più realistica e completa del vissuto etico.

Tutte queste teorie presentano comunque alcune intuizioni ed orientamenti comuni che possono fornire un utile punto di riferimento per una migliore comprensione del fatto morale, offrendo così alla ricerca filosofica e teologica in campo etico apporti positivi non trascurabili.

 

Il soggetto dell'educazione morale 

Il primo di questi apporti è la focalizzazione della ricerca morale sul soggetto del fatto morale:

l'uomo con la complessità dei dinamismi psichici coinvolti nell'esperienza etica. E' uno stimolo a superare la «morale della terza persona» oggi dominante, esclusivamente tesa alla determinazione inequivoca di ciò che è moralmente «corretto» e perciò alla fondazione e alla elaborazione delle norme, per riscoprire la «morale della prima persona», orientata allo studio del progressivo «divenire buono» del soggetto morale. Nella prospettiva della «prima persona», l'atto morale non è più valutato soltanto in base alla sua efficienza nel produrre risultati, ma anche e più in quanto atto di un soggetto concreto, che ne rimane più o meno profondamente segnato, diventando, attraverso di esso, più uomo o meno uomo, più o meno realizzato in quanto persona.

Per la teologia morale, in particolare, si tratta di ritrovare gli aspetti positivi della impostazione tomasiana della morale, fondata su una certa psicologia dell'atto umano (naturalmente sempre bisognosa di revisione e di aggiornamento) e sul cosiddetto «organismo delle virtù», inteso appunto come un tutto complesso ma coerente, dotato di vita e perciò in continua tensione di crescita.

 

La gradualità evolutiva 

Una maggiore attenzione a questa tensione di crescita ci sembra appunto il secondo apporto che gli studi sullo sviluppo e l'educazione morale possono offrire alla riflessione filosofica e teologica in campo etico.

E' un invito a ripensare tutta la morale in prospettiva evolutiva ed educativa (o meglio autoeducativa), l'unica prospettiva adatta a comprenderla veramente nella sua concretezza. La teologia morale si è fatta spesso, negli ultimi secoli, portatrice di una concezione rigida e statica dell'ordine morale, che veniva visto come il confine assoluto e intemporale tra il bene e il male oggettivi, ignorando qualsiasi idea di sviluppo e di gradualità, riservate, al più, al campo del supererogatorio o della perfezione morale, lasciato alla «dottrina spirituale» e all'ascetica.

Nella nuova concezione aperta dagli studi sullo sviluppo morale, l'esperienza etica non si riduce all'impegno di restare dentro i confini rassicuranti di una normativa precisa e rigida, ma si identifica con l'impegno di diventare se stessi, attraverso la fruttificazione dei propri doni di natura e di grazia; l'impianto normativo non viene rifiutato ma reinterpretato nei termini di una indicazione delle polarità dello sviluppo. L'impresa morale appare allora come un impegno di autoeducazione progressiva, attraverso cui il soggetto plasma se stesso e le strutture della sua personalità, integrandole nella logica della sua scelta di fondo per il bene. Le singole decisioni etiche non sono più il tutto dell'esperienza morale, ma solo momenti particolari di questo processo di autoeducazione e di autoplasmazione.

Una conseguenza rilevante di questa nuova prospettiva sarà il ruolo che viene ad assumere nella azione pastorale il «principio di gradualità».

Tale principio non si riduce infatti a un allargamento o a una applicazione benigna della tradizionale distinzione tra «ordine morale oggettivo» e «colpevolezza soggettiva» nell'ambito della valutazione etica, né vuole soltanto trovare delle scusanti a buon mercato nella valutazione della condotta morale delle persone concrete; vuole piuttosto restituire serietà all'impegno morale di queste persone proponendo loro, insieme con obiettivi già-per-loro-possibili, l'impegno di allargare, l'ambito delle loro possibilità, in un itinerario di crescita morale , lungo quanto la vita.

 

La dimensione formale del fatto morale 

Un terzo apporto ci sembra legato all'attenzione, anch'essa relativamente nuova nella ricerca morale, alla dimensione formale del fatto morale. Non basta pensare all'esperienza morale in prospettiva dinamica o evolutiva, occorre accompagnare l'ottica contenutistica o del «che cosa», con quella formale, o del «come». Gli studi sullo sviluppo e l'educazione morale privilegiano appunto il livello del «come», cioè degli atteggiamenti di fondo che sostengono le scelte e i comportamenti morali; tali atteggiamenti di fondo sono soggetti più che a una crescita quantitativa a uno sviluppo di tipo diverso che potremmo chiamare qualitativo, non soltanto in riferimento alla qualità specificamente etica espressa dalla polarità «buono-cattivo», ma anche e soprattutto in riferimento alla qualità psicologica del vissuto morale e in particolare alla consapevolezza che lo ispira e al carattere più o meno libero ed autonomo della volontà che lo elegge.

Ci sembra che anche la teologia e la filosofia morale non debbano sottovalutare questo privilegiamento. Lo sviluppo delle modalità psichiche dell'impegno morale stesso sembra almeno altrettanto decisivo per l'evoluzione spirituale di un soggetto e per la qualità del suo vissuto etico quanto i contenuti normativi del suo codice morale e le forme concrete del suo comportamento etico.

Le diverse teorie dello sviluppo indicano gli assi principali di questo sviluppo qualitativo nelle polarità «eteronomia-autonomia», «prerazionalità-razionalità» ed «egocentrismo-autotrascendimento». Si tratta di indicazioni abbastanza connaturali al discorso morale cristiano, ma non sempre adeguatamente valorizzate nella tradizionale prassi educativa cristiana.

Essa è chiamata a riconoscere che il favorire la crescita di questo retroterra qualitativo-formale attraverso una maturazione globale della persona è più importante che trasmettere nozioni e indurre comportamenti attraverso l'indottrinamento e la imposizione autoritaria.

Nell'ambito dell'educazione morale, un rilievo particolare dovrà assumere oggi, nel contesto di una società ispirata per tanti aspetti a una «cultura di morte», l'educazione al senso della vita, alla sua valorizzazione e promozione.

L'educazione a vedere nella vita un dono infinitamente prezioso ma responsabilizzante, da promuovere, coltivare, riempire di valori, portare a compimento, più che un settore particolare dell'educazione morale è un trascendentale di tutta l'azione educativa. L'educazione morale è tutta segnata dall'affermazione di questo valore, fin dal suo esordio, quando l'amore dei genitori che si apre all'accoglimento incondizionato di una nuova vita, semina nel bambino quella «fiducia di base» da cui germinerà tutto il vissuto morale successivo che in essa affonderà le sue radici e da essa trarrà tutte le sue energie di sviluppo e di crescita.

 

Voce a cura di:
Guido Gatti, Docente emerito di Teologia morale nell'Università Pontificia Salesiana di Roma

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.