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Lunedì, 21 Agosto 2017

Etica e Filosofia

Come molti altri termini del lessico filosofico europeo, anche il termine "etica" deriva da Aristotele, il quale fu autore sicuramente di almeno due opere con questo titolo (l'Etica Nicomachea e l’Etica Eudemea) e forse anche di una terza (la Grande Etica). In Aristotele "etica" significa "scienza dell'ethos", dove per ethos si intende il costume di un popolo, cioè il modo di sentire comune, relativo alla condotta umana, normalmente espresso nelle leggi della polis e nella sua costituzione. Ma Aristotele preferisce chiamare l'etica col nome di "politica", poiché ritiene che il bene della polis, oggetto della politica, comprenda sia il bene dell'individuo, oggetto dell'etica in senso stretto, sia il bene della casa (oikos), oggetto dell'economia intesa nel senso antico. La politica, per Aristotele, è una parte della filosofia, cioè del sapere (per lui infatti non c'è differenza tra filosofia e scienza), e ne costituisce precisamente la parte pratica, la quale si distingue da quella teoretica non solo perché ha per oggetto la praxis, cioè l'azione umana, ma anche perché ha un fine pratico, cioè si propone non solo di conoscere (e perciò è "filosofia" o "scienza"), ma anche di migliorare la praxis, cioè di realizzare la perfezione, l'eccellenza della praxis, vale a dire la virtù, in cui consiste la felicità, ovvero il bene dell'uomo. Dunque per Aristotele la filosofia pratica, o etica, o politica, è insieme filosofia, cioè conoscenza, sapere, e indicazione del modo di agire, cioè norma, prescrizione.

Da Aristotele in poi l'etica ha costituito una disciplina filosofica specifica, che — a partire dalla fondazione delle università, nel medioevo — è diventata anche oggetto di un insegnamento universitario: la professio ethices, rimasta col nome di "philosophia moralis" o "philosophia practica" o "ethica" nelle università sia medioevali che moderne, praticamente sino alla fine del Settecento (ancora oggi, però, nelle università italiane c'è la cattedra di "filosofìa morale", che è sinonimo di etica, in quanto il latino mos è l'equivalente esatto del greco ethos). Nel medioevo tuttavia è entrato nel concetto di etica un elemento nuovo, introdottovi dalle grandi religioni bibliche: quello di Legge divina, di cui è espressione la legge naturale. L'etica in tal modo è diventata la scienza che deduce dalla legge naturale, costituita da norme di carattere universale, le norme particolari relative alle singole azioni. L'aspetto conoscitivo ad essa essenziale si è pertanto determinato come conoscenza di una legge, di una prescrizione. Questo carattere è rimasto anche nel giusnaturalismo moderno, che ha preteso di ricostruire un "diritto naturale" indipendente dalla rivelazione divina.

Il concetto aristotelico di filosofia pratica è entrato in crisi nell'età moderna a causa del sorgere della nuova scienza della natura, la fisica-matematica galileiana e newtoniana, la quale ha sostituito al modello biomorfìco e finalistico, di cui la conoscenza della natura si era servita nell'antichità e nel medioevo, un modello meccanico, secondo il quale la natura è costituita essenzialmente da spostamenti di masse nello spazio, perfettamente misurabili, calcolabili e prevedibili, cioè descrivibili in termini rigorosamente matematici. Da una simile conoscenza, infatti, è sembrato assurdo voler dedurre delle indicazioni relative al comportamento morale. Se le "leggi naturali" sono leggi meccaniche, da esse non è ricavabile nessuna norma, nessuna prescrizione per l'etica. Si è determinata cosi una frattura tra il momento conoscitivo e il momento normativo, ovvero fra le descrizioni e le prescrizioni, originariamente uniti nell'idea di filosofia pratica. Dopo alcuni tentativi di costruire con metodo matematico anche l'etica (Spinoza) e la politica (Hobbes), si è preferito, con David Hume, prendere atto dell'impossibilità di passare, in una corretta deduzione logica, da proposizioni formate col verbo "essere" a proposizioni formate col verbo "dovere", cioè da premesse puramente descrittive a conclusioni prescrittive (la cosiddetta "legge di Hume"). Questa scissione fra con-scenza e azione ha indotto Kant a stabilire una netta separazione tra la "ragion pura teoretica", capace soltanto di conoscere, e la "ragion pura pratica", capace soltanto di comandare (il famoso "imperativo categorico"). Il tentativo compiuto da Hegel di recuperare, attraverso la sua dottrina dell'"eticità" (Sittlichkeit), l'antico ethos aristotelico, è rimasto praticamente senza seguito.

La maggior parte della riflessione filosofica del Novecento, specialmente quella di orientamento "analitico" (filosofìa come analisi del linguaggio), dominante nella cultura anglosassone, ha preso atto della "legge di Hume", denominando "fallacia naturalistica" ogni tentativo di fondare l'etica sulla conoscenza della natura (umana) e proclamando la "Grande Divisione" fra conoscere ed agire. In particolare l'analisi del linguaggio morale ha portato a concludere che le proposizioni di tipo normativo, a differenza da quelle di tipo descrittivo, non sono suscettibili di essere vere o false, per cui si è giunti a parlare di "etica senza verità" (titolo di un libro di Uberto Scarpelli, "II Mulino" 1983). A questa concezione si ispirano le moderne "scienze sociali", che, nel tentativo di assomigliare il più possibile alle scienze naturali, rinunciano ad ogni valutatività, cioè a fornire delle valutazioni sui comportamenti umani, limitandosi a descriverli ed a spiegarli mediante l'individuazione di possibili leggi, del tutto simili alle leggi naturali. Il teorico della avalutatività delle scienze sociali fu Max Weber fondatore della moderna sociologia. Ma a questo ideale si richiamarono tutte le altre scienze umane (antropologia, psicologia, ecc.).

Recentemente, cioè negli anni Sessanta e Settanta, la "Grande Divisione" è entrata in crisi, perché si e constatato che essa rischia di giustificare le concezioni etiche e politiche più disparate e arbitrarie. In particolare a sociologia avalutativa di tradizione weberiana e stata contestata dalla "sociologia critica" (o "teoria critica della società") della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse), la quale l'ha accusata di essere semplicemente una celebrazione della realtà sociale esistente in quanto chi rinuncia, in nome della scientificità a pronunciare giudizi di valore, rinuncia a qualsiasi critica. Si è determinato cosi, specialmente in Germania, ma ora con diffusione anche nel resto d'Europa e nel nord-America un nuovo fenomeno, inizialmente designato “riabilitazione della filosofìa pratica" (Rehabilitierung der praktischen Philosophie), che costituisce di fatto (ma spesso anche esplicitamente) un ritorno alla concezione aristotelica dell'etica come "filosofia pratica cioè alla fondazione dell'etica non sulla scienza (della natura o dell'uomo), ma sulla filosofia, vale a dire su una forma di conoscenza che non rinuncia a pronunciare giudizi di valore e non si limita ad essere puramente descrittiva.

Naturalmente il problema che oggi si pone è quale tipo di razionalità stia alla base della filosofia pratica, cioè dell'etica. Sembra infatti che questa non possa essere la razionalità assoluta, rigorosa, propria delle scienze esatte, il cui modello sono i sistemi assiomatico-deduttivi, ma debba essere una razionalità di tipo diverso, meno rigorosa, cioè costituita da argomentazioni che muovono da premesse valide "per lo più", o che sono semplicemente opinioni largamente diffuse, e le cui conclusioni avranno conseguentemente un valore condizionato al consenso, alla persuasione. Si tratta del tipo di razionalità messo in opera soprattutto nelle discussioni di genere giudiziario, o politico, o deliberativo, dove si portano, con argomentazioni diverse, "ragioni" a favore o contro una certa tesi. Pur trattandosi di una razionalità non assoluta, essa è pur sempre un atteggiamento razionale, cioè dialogico, argomentativo, comunicativo, non semplicemente fideistico, irrazionale o "decisionistico", come sembra rischiare di essere l'etica "non cognitivista" della filosofìa analitica.

Alla luce di un simile modello di razionalità sembra possibile superare il dislivello tra conoscenza ed azione, tra descrizione e prescrizione. Essa infatti è in grado di ricorrere a considerazioni di tipo finalistico, in particolare di riconoscere nelle azioni umane delle finalità non puramente utilitaristiche, e di costruire su tale conoscenza delle indicazioni di tipo normativo. Ciò del resto è sempre avvenuto nell'ambito di scienze non del tutto esatte o non del tutto rigorose, come la medicina, dove al momento conoscitivo (la diagnosi) si è sempre fatto seguire, senza sollevare problemi di logica, il momento prescrittivo (la terapia), proprio perché si dava per scontata l'esistenza di un fine, cioè la conservazione o il recupero della salute. Del resto un certo finalismo sembra trovare oggi uno spazio nell'ambito delle scienze biologiche (per esempio la genetica), le quali ricorrono spesso a concetti come "programma", "progetto", di chiara origine teleologica.

Soprattutto negli ambiti di indagine come il rapporto tra etica e biologia, etica ed economia, etica ed ambiente, sembra imprescindibile il ricorso a considerazioni di tipo finalistico, senza le quali è del tutto impossibile giustificare certi giudizi di valore, cosi come sembra inevitabile il ricorso ad atteggiamenti indubbiamente di tipo conoscitivo, quali la distinzione tra la specie umana ed altre specie animali, forse non rigorosamente scientifici, ma comunque implicanti anche un certo numero di valutazioni. In mancanza di questo tipo di valutazioni non si comprenderebbe, ad esempio, il rifiuto del connubio tra l'uomo e la scimmia, o tutta una serie di prese di posizione di questo tipo. In tali materie non ci si può richiamare semplicemente ad una fede religiosa, perché esse riguardano scelte coinvolgenti istituzioni, comunità o gruppi di dimensioni talmente vaste da valicare l'ambito dei cristiani e persino quello dei credenti in genere. È necessario, pertanto, fare ricorso ad argomentazioni condivisibili da tutti, o dalla maggior parte, o dalle persone responsabili.

Certamente oggi è venuto meno, nella società industriale avanzata, un ethos, cioè un modo di sentire comune (le cosiddette "evidenze etiche comuni"), quale era esistito praticamente sino a qualche decennio fa. Ma ciò non esclude completamente la possibilità di fare appello a qualche valore che sia veramente irrinunciabile per tutti, per tentare di argomentare in favore o contro determinate scelte di ordine etico, politico o sociale. L'importante è non scoraggiarsi, cioè non abbandonare la fiducia in qualsiasi forma di razionalità solo per il fatto che si è constatata l'inapplicabilità di quella assiomatico-deduttiva.

 

Voce a cura di: Enrico Berti
Docente di Storia della Filosofia
Università di Padova

Tratta da: AA.VV., Etica oggi: comportamenti collettivi e modelli culturali, Fondazione Lanza - Gregoriana Ed., Padova1989.