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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Etica Professionale

Quale rapporto vi è tra atteggiamenti personali, disposizioni, virtù e vita professionale? In che modo la riscoperta delle virtù può contribuire a ridefinire l'idea di professione? Quale significato viene ad assumere l'etica professionale? Per rispondere a tali interrogativi, è opportuno preliminarmente introdurre alcune considerazioni di ordine generale, accanto ad alcune chiarificazioni terminologiche. In primo luogo, val la pena osservare, anche se può apparire scontato, come la dimensione del lavoro. e della professione non possa rimanere estranea all'etica. Come è risaputo, in greco ethos, da cui deriva il termine etica, significa "costume", "consuetudine" (i medesimi significati si ritrovano nel latino mos, moris, da cui deriva invece il termine morale). Quando parliamo di etica (o di morale) facciamo, allora, riferimento al costume e più ampiamente al nostro modo di agire, di comportarci, alle scelte che quotidianamente compiamo, in modo più o meno consapevole. In senso stretto, con etica e con morale intendiamo un insieme di criteri, di valori, di norme, in base ai quali orientiamo il nostro agire.

Ogni professione è esercitata da uomini ed è rivolta ad altri uomini. L'attività lavorativa ha una ricaduta più o meno diretta sulla vita dell'uomo e assume quindi, inevitabilmente, un risvolto etico. Vi sono professioni che dal punto di vista etico presentano maggiori implicazioni: la responsabilità personale in chi svolge tali attività è maggiore, perché ad esempio è molto ampio lo spazio di discrezionalità e di decisione; oppure perché, come avviene nella professione medica, i destinatari della prestazione vengono raggiunti proprio nel momento in cui stanno vivendo situazioni e momenti decisivi della propria esistenza (la malattia, il dolore, la solitudine, la vecchiaia, ... ). Ma ogni professione, a ben vedere, comporta una responsabilità, piccola o grande che sia, espressamente morale.

(e conseguentemente di etica professionale) secondo un'accezione molto ampia. È risaputo che tradizionalmente la nozione di professionalità veniva messa in relazione con quella di libera professione, ossia con un'offerta sul mercato del lavoro di prestazioni professionali libere, di lavoro non dipendente. Il libero professionista (l'avvocato, il medico, l'ingegnere, ... ) era colui che svolgeva un'attività indipendente, di carattere intellettuale più che manuale, creativa e non esecutiva, eticamente rilevante. Anche la determinazione della deontologia professionale e la stessa formulazione dei codici deontologici erano funzionali a questa strutturazione della libera professione.

Oggi, secondo me, l'etica professionale assume un significato più generale, non riducibile a quello proprio delle cosiddette libere professioni. Preferisco mettere in risalto questo significato più generale perché a mio avviso la dimensione etica caratterizza il lavoro in quanto tale e non solo alcune professioni. Inoltre sta diventando sempre più problematica la determinazione del concetto di professionalità in base alla demarcazione tra lavoro manuale-intellettuale, dipendente-indipendente, esecutivo-creativo.

Nell'attuale società, assistiamo ad una sempre più marcata trasformazione del ruolo e della funzione sociale ricoperte da antiche attività professionali e lavorative, mentre sorgono nuove professioni, capaci in breve tempo di acquisire credibilità e legittimità sociale. Un indice di tale trasformazione è rappresentato dal mutamento di ruolo conosciuto nei decenni passati da diverse figure di liberi professionisti. Nel campo della sanità, per fare un solo esempio, ma anche della cultura, della comunicazione, dell'assistenza, il libero professionista si è via via trasformato in professionista libero-dipendente dell'istituzione statale e parastatale. Nel moderno Welfare State, il medico per un verso esercita una delle più antiche e nobili professioni libere, per un altro verso è un dipendente di un servizio pubblico e quindi la sua libertà è sottoposta ad una serie di vincoli e di controlli.

Al contrario, vi sono attività lavorative che, secondo la classificazione tradizionale, appaiono essere di lavoro dipendente e che tuttavia richiedono un altissimo tasso di professionalità. Tali attività sono eticamente assai importanti, perché in esse lo spazio di libera decisione e di responsabilità sociale, un tempo appannaggio delle libere professioni, è ugualmente molto vasto. Proviamo a pensare alle nuove professioni legate all'applicazione dell'informatica e concernenti la gestione e l'elaborazione di dati e informazioni. È facile constatare come la responsabilità, anche morale, degli operatori informatici sia enorme, se non altro perché essi vengono a conoscenza di dati riguardanti singoli e gruppi: la riservatezza e il rispetto della privacy si presentano qui, a buon diritto, come giuste esigenze morali.

Che cosa significa questo rimescolamento delle carte all'interno del mondo del lavoro? Significa semplicemente che la linea di demarcazione tra professionalità e non professionalità non si può più assolutamente ricalcare sulla linea, del resto sempre più incerta e problematica, che dovrebbe dividere il lavoro dipendente dalle libere professioni.

Personalmente insisto molto su questo punto e quindi sull'opportunità di elaborare un'etica professionale, intesa in senso generale e non semplicemente come etica specialistica delle singole professioni, perché altrimenti temo possa ingenerarsi un equivoco. L'equivoco nasce da una visione riduttiva, facilmente tentata di tramutarsi in stereotipo, in base alla quale se non si può equiparare al modello tradizionale delle libere professioni il lavoro dipendente o il lavoro nell'ente pubblico e nella Pubblica Amministrazione o l'esercizio delle nuove professioni, allora se ne deduce che di questi non si possa riconoscere né l'ideale professionale, né il loro ruolo sociale, né - cosa ben più grave - la loro responsabilità morale.

L'assunzione di questo criterio assai ampio per determinare il concetto di professionalità e il tipo di responsabilità morale che le è proprio influenza anche il modo di concepire la deontologia professionale. Modo che differisce sensibilmente, così almeno mi sembra, da quel che solitamente si sostiene. A sentire le argomentazioni consuete di molti professionisti, la deontologia professionale, qualora ne vengano riconosciuti il valore e le finalità (e già questo costituisce un obiettivo niente affatto trascurabile), finisce assai spesso per sostituirsi all'etica tout court, La sostituzione, o se si vuole la riduzione dell'etica alla deontologia, ha un immediato risvolto: si è convinti che le scelte etiche siano di competenza esclusiva di chi ha le mani in pasta, ossia dei professionisti; si ritiene quindi che su tali scelte non sia possibile formulare delle critiche o delle verifiche dall'esterno, da parte cioè di chi non esercita la professione stessa.

Personalmente ritengo che l'etica non sia riducibile alla deontologia professionale e che anzi la mancata fondazione della deontologia sull'etica sia gravida di confusioni e ambiguità. Con questo non si vuol certo sminuire la responsabilità personale del professionista e quella sua particolare sensibilità che gli deriva dalla propria esperienza; come non si vuole affatto screditare le diverse deontologie: se queste venissero rispettate e soprattutto fatte rispettare dagli Ordini e dalle associazioni professionali, molte questioni morali verrebbero risolte alla radice.

Tuttavia, lo spazio dell'etica non può restringersi a quanto prevede la deontologia professionale o a quanto prescrivono, spesso in termini necessariamente formali e generali, i codici deontologici. […]

Scorrendo i manuali più conosciuti di etica medica, si ha l'impressione che le virtù siano intese come semplici motivazioni, un po' vaghe, come motivi ideali che avrebbero la funzione di temperare il normativismo: mentre nella teoria classica delle virtù non vi sono tracce di una simile concezione "idealistica". Nell'Etica Nicomachea di Aristotele, ad esempio, viene stabilita una stretta connessione tra le virtù e la realtà dell'uomo. Le virtù dianoetiche, che derivano in larga misura dall'insegnamento, afferiscono alla parte dell'anima propriamente razionale; le virtù etiche, dette anche virtù del carattere o del giusto mezzo, derivano dall'abitudine e riguardano l'anima irrazionale, che tuttavia è in grado di partecipare della ragione stessa, ossia l'anima nella sua funzione desiderativa.

Importante è anche la teoria dell'azione elaborata da Aristotele, all'interno della quale le virtù giocano un ruolo di primo piano. Per fare solo alcuni esempi, è sufficiente ricordare che la virtù dianoetica della saggezza (phronesis) rende possibili le virtù del giusto mezzo: se non si è saggi non si riesce a cogliere il giusto mezzo tra i due opposti vizi dell'eccesso e del difetto; se non si è saggi non si è capaci di individuare il giusto mezzo "quando è il momento, per motivi convenienti, verso le persone giuste, per il fine e nel modo che si deve". Le virtù etiche sono inoltre delle disposizioni che ci consentono di comportarci bene o male in rapporto alle passioni; le azioni delle virtù sono scelte per se stesse con una disposizione d'animo forte e immutabile e poi compiute con consapevolezza.

Ma l'aspetto che a noi interessa di più in questa sede è la non spontaneità delle virtù e la necessità quindi di un processo formativo, senza il quale non si danno azioni virtuose. Secondo Aristotele, noi non possediamo per natura le virtù. Queste non sono un fatto spontaneo o meccanico o qualcosa che noi possediamo sin dalla nascita e che durerà per sempre. D'altra parte - osserva Aristotele - le virtù non sono neppure contro natura. Come si risolve, allora, questa apparente contraddizione?

Secondo Aristotele, l'uomo, per natura, anche se non possiede le virtù, possiede però la capacità di acquisirle, attraverso il compimento di attività di un certo tipo, di una certa qualità. La natura è quindi potenzialmente il fondamento delle virtù ed è questo il motivo per il quale si può sostenere, da un certo punto di vista, che le virtù non siano contro natura. D'altra parte, perché le virtù siano tradotte in atto, si richiede esercizio, impegno, consapevolezza nella scelta; proprio perché è necessario un continuo esercizio per tradurre in atto e in disposizioni stabili ciò che per natura è solo in potenza, si può ugualmente sostenere che le virtù non siano propriamente secondo natura.

Secondo questa prospettiva, virtuoso si definisce non un singolo atto buono o moralmente retto, ma l'abito o l'abitudine a compiere determinati atti buoni. Noi acquistiamo le virtù con un'attività precedente: si diventa costruttori costruendo, giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi con azioni coraggiose.

"Una rondine non fa primavera" è il caso di ripetere con Aristotele: un singolo gesto di coraggio non rende coraggioso chi lo compie. Coraggioso è colui che è abituato ad agire in modo coraggioso. Onesto è colui che ripetutamente si comporta onestamente, acquisendo, attraverso l'impegno e l'esercizio, un abito mentale che lo porta nelle diverse situazioni, anche in quelle impreviste, ad agire con onestà. Discreto è colui che rispetta l'intimità dell'altro non una volta ma continuamente.

Non basta quindi l'intenzione morale di fondo che può essere buona, ma può tradursi, a causa di un impegno non sufficiente o di un esercizio ancora manchevole, in un atto cattivo. Nella prospettiva dell'etica delle virtù è importante la bontà dell'atto morale, più che la bontà dell'intenzione. L'intenzione buona di voler agire correttamente non produce di per se stessa l'atto buono; nonostante l'intenzione, si può produrre del male. Ecco allora l'importanza che vi sia una scelta adeguata dei mezzi, che venga assicurata, attraverso un'adeguata formazione personale, ovviamente anche di tipo tecnico, la competenza.

Il virtuoso è colui che è abituato ad agire moralmente bene, seguendo un'abitudine che non ha nulla di meccanico e di rigido; il virtuoso è colui che fa seguire alla bontà dell'atteggiamento soggettivo un comportamento oggettivo retto. In questa prospettiva si crea - è il caso di dirlo - non un circolo vizioso, ma un circolo virtuoso: l'intenzione buona è il frutto della maturazione della persona, della capacità di agire rettamente; la ripetizione ad agire rettamente (ad es. un funzionario pubblico che non si fa corrompere, o che serve gli interessi della collettività, non quelli personali o del proprio "padrino" politico) aiuta il soggetto morale ad assumere intenzioni buone anche di fronte a situazioni impreviste o particolarmente conflittuali.

Dall'esercizio di atti buoni nascono, secondo un processo niente affatto estemporaneo o occasionale, intenzioni buone, che a loro volta, supportate da un adeguata valutazione della situazione, da una scelta opportuna dei mezzi, da un comportamento retto, danno vita (ecco il circolo!) ad atti buoni. Se si rompe il delicato equilibrio di questo circolo e ci si limita alla considerazione della sola intenzionalità, l'etica degenera nella sterilità, nell'ipocrisia, nell'impotenza.

Ciò presuppone evidentemente un forte impegno formativo che abbia come obiettivo quello di aiutare il professionista, il lavoratore ad acquisire lentamente, ma progressivamente, quegli abiti virtuosi, quelle attitudini personali che lo portano ad agire bene, con competenza e correttezza, nel proprio specifico ambito di attività. Di qui l'importanza di una formazione professionale ed etica adeguata: un compito, questo, del quale devono essere ben consapevoli i professionisti, sia durante gli anni dello studio e della preparazione universitaria, sia quando nel corso delle proprie attività hanno modo di affinare, sul campo, attraverso esperienze di vario tipo, la propria professionalità.

Se la formazione, per le ragioni già dette, diviene un obiettivo prioritario, è chiaro che ad essa saranno chiamati a dedicare risorse ed energie le Università in primo luogo, gli ordini professionali, i sindacati, le istituzioni culturali. In che modo? Istituendo e istituzionalizzando, ad esempio, gli insegnamenti di etica delle professioni, di etica medica, di etica infermieristica, ecc., sulla scorta di quanto già avviene in altri paesi. […]

L'etica professionale è una morale particolare, con principi propri, che valgono esclusivamente in un ambito ristretto, qual è quello dell'esperienza professionale e lavorativa? È quindi una morale destinata solo a coloro che esercitano una data professione, di modo che a rigore si dovrebbe parlare di una molteplicità di etiche professionali (del medico, dell'infermiere, del tecnico radiologo, del giudice, dell'avvocato, ecc.)? Oppure, al contrario, i principi morali sono dotati di universalità e orientano quindi ogni attività dell'uomo, compresa la stessa attività professionale? E se questa seconda ipotesi è veritiera, si può dire che le prescrizioni morali valide per determinate professioni non sono altro che applicazioni di principi morali validi universalmente?

Il dilemma si ripropone di tanto in tanto sia nei dibattiti scientifici, che nelle discussioni che si sviluppano all'interno della comunità delle professioni. Da un lato si propugna un'etica specialistica delle professioni (è la cosiddetta "tesi separatista"); dall'altro, con la seconda ipotesi, si prende invece le difese di un'etica generale delle professioni, che a sua volta può essere intesa in stretta connessione con un'etica generale dell'esperienza morale.

Da quanto si è andati dicendo in precedenza, soprattutto laddove si ribadisce la necessità che la deontologia trapassi, per così dire, nell'etica, è chiaro che nella nostra prospettiva l'ipotesi dell'etica generale sembra più plausibile e più esaustiva. La tesi separatista, portata alle estreme conseguenze, può condurre alla giustificazione di una sorta di soggettivismo morale e, alla fin fine, all'irrilevanza dell'etica. Se i principi morali, orientativi delle scelte professionali, sono principi particolari, specifici, allora solamente chi compie quella data esperienza professionale può cogliere appieno il significato di tali principi; solo chi si trova a fare i conti, concretamente, con le questioni pratiche, proprie di ciascuna attività lavorativa, è legittimato a formulare un giudizio compiuto. Si finisce così per demandare al singolo professionista o, ancor più, all'esperto il compito di determinare i criteri di scelta della vita professionale.

È accettabile questo esito estremo dell'approccio separatista? Francamente no. L'intervento dell'etica generale non può essere considerato come qualcosa di indebito, come moralismo di incompetenti che si intromettono in questioni non di loro pertinenza. Se è vero, come è stato detto con un esempio poco accattivante, anche se chiarificatore, che la guerra è una questione troppo seria perché di essa se ne occupino solo i militari, così è altrettanto vero che la salute è una questione troppo seria perché di essa si preoccupino solo i medici. Ugualmente si potrebbe dire dell'informazione, la libertà della quale non dipende solo dal comportamento dei giornalisti; o della sperimentazione, che va ad investire problema ti che etiche sulle quali non possono essere deputati a decidere i soli ricercatori.

Tuttavia, nella tesi separatista viene espressa un'istanza che merita di essere raccolta; e che può essere benissimo ripresa e valorizzata dall'etica delle virtù. Essa concerne il desiderio di rimanere ancorati all'esperienza concreta che va compiendo il professionista. La critica all'etica generale può in verità voler dire, e con buone ragioni, critica ad ogni approccio astratto e generico. Il rischio dell'astrattezza vi può indubbiamente essere: il richiamo generico ai valori si può accompagnare al rifiuto di esaminare gli aspetti più tecnici delle questioni, che richiedono una inevitabile competenza specialistica.

In che modo, allora, l'etica delle virtù può raccogliere la sfida lanciata dall'approccio separatista, esprimendone le legittime esigenze di aderenza alla realtà concreta? La risposta potrebbe essere la seguente: le virtù concretizzano nella pluralità delle esperienze morali e professionali le istanze di universalità e di completezza fatte valere dall'etica generale. Le virtù, si potrebbe ancora dire, attualizzano l'ideale professionale dei diversi gruppi e categorie professionali. Esse esprimono i valori interni ad una pratica. La pratica medica è contrassegnata dalla relazione che si viene ad instaurare tra paziente é medico. Qui si incontrano la richiesta di cura dell'uno e il possibile "prendersi cura" dell'altro. Qui, in questa tipica situazione umana, prendono corpo delle virtù, quali ad esempio la benevolenza e la compassione, che si prestano in modo del tutto speciale a descrivere l'agire virtuoso del medico. E’ ovvio che benevolenza e compassione non sono esclusive del medico; ciononostante esse trovano nella pratica medica la loro esemplare giustificazione. Altre virtù meglio si adattano a rappresentare attività professionali di altro genere: si può pensare ad esempio all'imparzialità per il giudice o all'onestà per il funzionario pubblico.

Accanto alle virtù proprie di ciascuna pratica ve ne sono altre che esulano dal riferimento ad una pratica concreta e che anzi sono richieste in ciascuna attività professionale. Mi riferisco a quelle che si potrebbero definire le virtù della saggezza (o prudenza), della competenza tecnico-scientifica, della responsabilità sociale, virtù che possono essere considerate delle condizioni indispensabili affinché possano esplicarsi le virtù caratteristiche di ciascuna professione. Un medico imprudente, che non sa discernere, che non sa valutare le possibili conseguenze delle proprie scelte, o che è incompetente non può essere un medico compassionevole; se così fosse, la compassione diventerebbe un comodo alibi per le proprie negligenze e produrrebbe così, al di là delle possibili buone intenzioni, più male che bene.

In una simile prospettiva, in cui si esplicano i valori, sia quelli interni alle singole pratiche sia quelli per così dire eccedenti, l'etica delle virtù non svolge affatto un ruolo marginale, né le può essere imputato un carattere semplicistico e ingenuo. Al contrario, essa si presenta come ben radicata nella concreta esperienza morale degli individui; e può così rappresentare una possibile soluzione del conflitto tra le due impostazioni, generale e specialistica, delle professioni.

Voce a cura di: Antonio Da Re
Docente di Filosofia Morale, Università di Padova

Tratta da: A. Da Re, La saggezza possibile. Ragioni e limiti dell'etica, Fondazione Lanza - Gregoriana Ed., Padova 1994