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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Etica pubblica

Introduzione

L'etica pubblica discute questioni di valore in un'epoca di secolarizzazione. Sue premesse ineliminabili sono pluralismo e individualismo. Il pluralismo viene inteso sia come un fatto che caratterizza la vita delle società democratiche, sia come un valore da tutelare e difendere. L'individualismo non va confuso con l'egoismo, e va interpretato come "individualismo normativo", e cioè come possibilità di ordinare da un punto di vista morale scelte tra alternative, significative per la società. La possibilità stessa di un'etica pubblica razionale dipende dal fatto che i filosofi hanno, negli ultimi decenni, messo in crisi il dogma positivista di una separazione forte tra fatti e valori, prescrizioni e descrizioni, norme e versioni del mondo. Una conseguenza generale della fine di questo dogma è costituita dal tramonto della congiunzione tra secolarizzazione e trascendenza, scetticismo razionale e dogmatismo religioso, congiunzione che aveva una sua necessità se collegata all'impossibilità di discutere razionalmente questioni di valore.

 

Moralità e teoria etica

Moralità e teoria etica possono essere considerate come elementi costitutivi della «etica pubblica». La moralità riguarda gli aspetti etici più tipicamente legati al carattere delle persone e alla tradizione delle istituzioni. La teoria etica può invece essere vista come una ricostruzione razionale e sistematica della moralità. Non mancano esempi di questioni scientifiche e pratiche che concernono la moralità. Sono casi sovente legati al progresso della ricerca e al retto funzionamento delle istituzioni. Pensiamo a questioni di vita e di morte, come quelle legate alla fecondazione artificiale e all'eutanasia, all'ingegneria genetica e al suo impatto sociale, all'uso del nucleare e all'inquinamento, e così via. Oppure a questioni di giustizia sociale, collegate al modo in cui le istituzioni attribuiscono diritti e doveri ai cittadini. Non tutta la moralità può essere studiata in termini di teoria etica. C'è una complessità di fondo delle questioni morali che sfugge probabilmente a ogni ricostruzione razionale e sistematica. Tuttavia, è importante, prima di vedere come funziona la propria teoria etica, cercare di analizzare lo strumento a disposizione. Sarebbe a dire il concetto stesso di teoria etica.

Si può proporre una distinzione come la seguente:

(i) etica descrittiva. E' la fase preliminare della ricerca, quella in cui si assume la presenza di un determinato contesto;

(ii) metaetica o teoria formale.

Rappresenta il momento autoriflessivo della ricerca, in cui lo studioso guarda al significato dei termini adoperati e alla giustificazione data a sostegno delle sue tesi (in questo caso, si tratta di un controllo formale degli argomenti adoperati);

(iii) teoria etica normativa. E' il nucleo della ricerca, quello in cui si elaborano i teoremi centrali di una determinata teoria etica, che ne caratterizzano la visione del giusto, del bene, e l'insieme dei comportamenti moralmente raccomandati;

(iv) etica applicata (o pratica). E' la parte più controversa di una teoria etica, in cui si cerca di applicare a casi concreti la teoria etica normativa preferita. Negli ultimi anni, questa parte dell'etica ha avuto una fioritura straordinaria, e si sono moltiplicati i tentativi di applicazione per le politiche pubbliche e la valutazione dei comportamenti professionali. In realtà, l'idea stessa di «applicare» una teoria morale è discutibile, così come ci sono problemi fondamentali e irrisolti che riguardano il rapporto tra conclusioni etico-normative, teoria politica democratica e produzione legislativa.

Bisogna anche tener presente che il ricorso a una interminabile casistica morale è discutibile, in quanto la complessità di casi fittizi, costruiti a tavolino per rappresentare al meglio complesse ipotesi teoriche, può a volte far perdere di vista il nucleo etico fondamentale.

 

Il relativismo etico

L'avversario più tipico dell'applicazione di teorie etiche a casi concreti è, però, costituito dal cosiddetto relativismo etico (che riguarda il nucleo normativo delle teorie), e cioè dalla tesi secondo cui i giudizi etici non sono oggettivi e separabili dalle impressioni e dai sentimenti di chi li fa suoi. Sarebbe impossibile discutere qui un tema così complesso, e mi limiterò perciò a un breve tentativo di chiarificazione concettuale. Sotto il nome di relativismo etico si possono in realtà sostenere due tesi teoriche diverse, di cui la prima è molto più accettabile e meno significativa della seconda. Nel primo caso, il relativismo è empirico, o come anche si dice «culturale». Si parte dalla constatazione che diversi popoli in diversi periodi optano per teorie etiche incompatibili. Si conclude per l'impossibilità di fatto di una sola teoria etica valida per tutti i popoli in ogni tempo. La tesi del relativismo culturale è, come si diceva, piuttosto ragionevole, ma le sue implicazioni non sono gravi, perché quasi nessuno coltiva le pretese che qui vengono dichiarate impossibili. In una seconda versione, il relativismo è invece teorico-normativo, nel senso sopra specificato. Qui non si parte dall'incompatibilità di fatto tra teorie etiche in con testi diversi, ma dalla loro incompatibilità di diritto e in linea di principio. E' così chiaro che questa tesi, se fosse dimostrata, tenderebbe a annichilire ogni possibilità di una teoria etica oggettiva e perciò a fortiori di una sua eventuale applicazione. Per fortuna, però, è estremamente difficile dimostrare qualcosa del genere. I tentativi a mio avviso più convincenti sono quelli che partono dall'inevitabile pluralità delle umane concezioni del bene, per affermare l'impossibilità di una teoria etica che risponda alle loro esigenze. E', però, difficile costruire una tesi teorica da queste premesse, e perciò noi possiamo accontentarci di concludere il ragionamento con un invito a prendere in maggiore considerazione le differenze tra le moralità diverse che possono essere coinvolte in un solo giudizio etico.

 

L'applicazione dei giudizi

Quella teoria etica che non facesse attenzione alle variazioni di contesto e cultura sarebbe in realtà una cattiva teoria etica. Ma come si può fare qualcosa del genere? Non credo che esista una teoria compiuta che ci dica come adattare i giudizi etici alle circostanze, ma esistono sicuramente espedienti che si sono rivelati di successo in precedenti tentativi. Si possono suggerire le seguenti raccomandazioni:

(i) Massima informazione fattuale. Può sembrare banale, ma le teorie etiche badano di solito molto più alla razionalità, intesa come capacità di sfruttare al meglio l'informazione disponibile, che alla quantità e qualità dell'informazione stessa. Per fare un esempio […], è stato detto da molte parti che il virus dello HIV, indicato come responsabile dello AIDS, era stato prodotto in laboratorio nel corso della fase sperimentale nell'ambito di un più vasto programma di ricerca. Se ciò fosse vero, avremmo ovviamente un dilemma etico, perché non sapremmo se continuare o meno un programma (anche il più importante) con così alti rischi per la salute pubblica. Se, però, si scoprisse che l'informazione è falsa, si dissolverebbe anche il problema morale connesso. E chiaro che questo esempio ha poche sfumature, e che la realtà è più complicata, ma questa raccomandazione ci impone di fare attenzione poiché potremmo per ignoranza fare confusione tra dilemmi etici e questioni di fatto.

(ii) Accordo sul significato dei termini adoperati. Non è difficile comprendere che molto spesso il disaccordo non verte sulla sostanza etica ma sul modo in cui vengono poste le domande, a cominciare dalle parole stesse che vengono adoperate. Per esempio, nella discussione italiana sull'opportunità di ammettere per legge l'eutanasia (passiva) ho riscontrato molta perplessità da parte dei clinici nell'accettare il termine stesso «eutanasia». Spesso, una proposta passata sotto l'etichetta «dignità del malato terminale» veniva normalmente accettata, mentre una identica sotto l'etichetta «eutanasia» suscitava perplessità. L'invito è, in questo caso, a cercare l'accordo sulla sostanza etica, anche a costo di sacrificare le parole preferite. Potrebbe non esserci affatto un dilemma etico, ma soltanto un conflitto semantico.

(iii) Ricerca del punto di vista etico comune. Anche qui potrebbe sembrare che ci schieriamo sotto le bandiere dell'ovvio, ma non è detto che sia così. Se veramente esiste un punto di vista morale comune, allora si possono risolvere molte apparenti controversie. Una estrema cautela, ad esempio, per i diritti morali dei soggetti umani nella sperimentazione può essere patrimonio comune di tutti gli scienziati, e può forzare accordi etici internazionali su di esso basati.

(iv) Metodo della ricerca di conseguenze impreviste delle tesi morali e degli eventuali controesempi. Abbiamo prima criticato l'eccesso di casistica morale e l'astrattezza degli esempi.

Bisogna però riconoscere che forzare il ragionamento fino ai suoi limiti è importante per comprenderne la validità. Questo è anche un invito ai filosofi morali a prescegliere esempi e casi la cui rilevanza pratica sia evidente e sicura.

 

Questioni formali e sostanziali

Credo che qualche suggerimento come questi valga di più di un elenco lungo e dettagliato, perché le questioni di confine tra moralità e teoria etica sono numerose e non si lasciano trattare sistematicamente. Ritorniamo, perciò, alla teoria etica vera e propria e ai problemi che suscita in quanto tale. In questo ambito, possiamo distinguere con chiarezza questioni formali e sostanziali di una teoria etica. Con il termine «questioni formali» si intende qui riferirsi alla struttura che si pretende da una argomento nell'ambito di una teoria etica, perché sia giudicato capace di giustificare la propria tesi. Con questioni «sostanziali», invece, si allude ai problemi la cui soluzione dipende dal tipo di teoria normativa adoperato. Il tipo di accettabilità e consenso che si possono pretendere a livello di questioni formali non si possono ottenere quando si entra nel merito dei problemi morali stessi (eppure tra il tipo di argomentazione e il tipo di teoria prescelti ci sono più legami di quanto non si ritenga prima facie).

L'etica pubblica parte da una premessa di razionalità argomentativa, per cui si pretende appunto, che una tesi etica sia presentata tramite un argomento corretto. Tuttavia, un argomento corretto costituisce una garanzia necessaria della serietà di una tesi etica, ma certamente non un elemento sufficiente ai fini di una sua eventuale giustificazione. La logica dell'argomento conforta dal punto di vista della necessaria sequenza da premesse a conclusioni, ma non assicura di certo sull'opportunità di accettare quelle e non altre premesse sostanziali e sui motivi perché dovremmo farlo. Per ottenere qualcosa del genere, dobbiamo cominciare a vedere quale sia la struttura normale di un argomento di giustificazione, per poi costruire ipotesi sul tipo di teoria più adatto e soddisfacente da questo punto di vista. Il livello di contatto, se così si può dire, tra teoria etica e realtà concreta è dato dal giudizio etico.

Supponiamo che si voglia valutare un caso difficile nella prospettiva dell'etica degli affari, come quello che riguarda gli aspetti morali di un licenziamento per giusta causa. Un'opinione in proposito sarà espressa sotto forma di giudizio etico. Avendo accettato una premessa di razionalità argomentativa, si deve però giustificare quel giudizio. Per fare questo, di solito ci si limita a chiamare in causa regole che tutti rispettiamo. Ma si dà il caso che non sempre queste regole ottengano consenso unanime, e allora si deve passare a un ulteriore livello di giustificazione. Si invocheranno, in questo caso, i principi su cui quelle regole contano, e si sosterrà che proprio questi principi sono quelli cui è doveroso fare appello in casi del genere. Ma, ancora una volta, non mancherà chi sia in disaccordo con tali principi, o comunque si ponga in una posizione critica. In questo caso ci si vedrà costretti a un ulteriore livello di giustificazione. E si dovrà fornire, almeno nei suoi rudimenti, la teoria cui si affidano fondate speranze di giustificare quei principi fondamentali e non altri a essi alternativi e contrari. Il problema della giustificazione coincide in ultima analisi con quello di fornire accettabili ragioni per agire, e queste ragioni possono a loro volta solo dipendere da una teoria.

Non si può a questo punto rimandare un esame delle teorie che più tipicamente sono in grado di avere questo ruolo delicato e fondamentale. Questo esame è stato rimandato fin dove possibile proprio perché l'intento di questa presentazione non è quello di fornire una determinata teoria etica, ma piuttosto quello di mostrare il modo in cui una teoria etica in generale può svolgere un ruolo importante nell'analisi delle questioni pubbliche controverse. Ma, come abbiamo visto, anche questo più modesto compito non può prescindere dalla teoria, poiché su questa si fonda ogni accettabile giustificazione. Sarebbe, però, complicato un esame anche di una sola teoria etica. Perciò, ci limiteremo a sostenere che di solito le teorie etiche fanno appello o a un principio generale di utilità oppurea diritti morali dei soggetti coinvolti. Il difetto più evidente delle teorie utilitariste consiste nel fatto che esse, pur tenendo conto di ciascuno nel calcolo dei benefici e dei costi implicati da una scelta moralmente significativa, non distinguono sufficientemente tra le persone. Per cui, alla fine contano soltanto i risultati di un corso d'azione rispetto alla società nel suo complesso, con il risultato che atrocità e ingiustizie nei confronti di uno, o comunque di pochi, possono essere troppo facilmente decise in nome di una discutibile unità collettiva. Questo grave difetto teorico dipende anche dall'estremo soggettivismo della teoria utilitarista, che guarda esclusivamente al peso delle preferenze di ciascuno e· non al contenuto delle medesime. Queste obiezioni, oramai accettate quasi universalmente dalla dottrina, hanno fatto propendere molti studiosi per le teorie basate su diritti morali. Queste presuppongono un'idea di valore più oggettiva, e intendono proteggere gli individui in tutte le circostanze in cui tali valori sono messi a repentaglio. Il problema di queste teorie è che non tutti gli studiosi, e più in generale non tutti gli uomini accettano, gli stessi valori. Questo problema non costituisce un ostacolo insormontabile, sia perché invece di una lista di valori (come pretendono le teorie della legge naturale) è ipotizzabile più sobriamente un ideale costruttivo, sia perché principi come quelli di libertà e eguaglianza sembrano parte ineliminabile della convivenza democratica. Non è, comunque, affatto facile presentare uno schema pur minimale di teoria etica che sia esente da immediate e comprensibili obiezioni.

 

La rilevanza giuridica

Si è già detto che una teoria etica sensata non tenta di coprire tutto il campo d'azione della moralità. E abbiamo anche elencato alcuni espedienti teorici per rendere la prima più affine alla seconda. Se questo è per così dire un problema di ingresso nella teoria etica, ce n'è anche uno di uscita di sicuro rilievo. Ci si riferisce al rapporto tra teoria etica e sue implicazioni giuridico-politiche. L'etica pubblica, come qui intesa, è rilevante per la produzione di norme giuridiche e per l'interpretazione del diritto (soprattutto dei casi controversi). Ma questo non vuoI dire affatto che le conclusioni etiche divengano automaticamente adatte all'applicazione legislativa. La produzione legislativa deve, infatti, tener conto di ragioni pratiche e teoriche, che la discussione etica può permettersi di trascurare. A cominciare dalla rilevanza di coloro che non condividono la teoria da cui sono derivate le conclusioni etiche in questione. La legislazione, essendo coercitiva, deve rispettare il pluralismo in modo in cui non vi è tenuta la teoria etica in quanto tale, anche se le ragioni per il pluralismo hanno a loro volta origine morale. Possiamo così affermare che come la teoria etica non copre tutto l'arco della moralità, così la teoria politica e giuridica non recepisce tutta la teoria etica.

 

Voce a cura di:
Sebastiano Maffettone, Docente di Filosofia, Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli, Roma.

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.