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Giovedì, 19 Ottobre 2017

I diritti dell'uomo oggi

di Norberto Bobbio

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Norberto Bobbio è nato a Torino il 18 ottobre 1909. Dopo aver studiato Filosofia del diritto con Solari, insegna questa disciplina a Camerino (1935-38), Siena (1938-40), Padova (1940-48), Torino (1948-72) e Filosofia politica, sempre a Torino, dal 1972 al 1979. Dal 1979 è professore emerito dell'università di Torino. Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, dal 1966 è socio corrispondente della British Academy. Nel luglio del 1984 è nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ha avuto la laurea ad honorem nelle università di Parigi, di Buenos Aires, di Madrid (Complutense), di Bologna, di Chambéry. E' stato a lungo direttore della "Rivista di filosofia" insieme con Nicola Abbagnano.

Opere:
L'indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica
, Torino, 1934; Scienza e tecnica del diritto, Torino, 1934; L'analogia nella logica del diritto, Torino, 1938; La consuetudine come fatto normativo, Padova, 1942; La filosofia del decadentismo, Torino, 1945; Teoria della scienza giuridica, Torino, 1950; Politica e cultura, Torino, 1955; Studi sulla teoria generale del diritto, Torino, 1955; Teoria della norma giuridica, Torino, 1958; Teoria dell'ordinamento giuridico, Torino, 1960; Il positivismo giuridico, Torino, 1961; Locke e il diritto naturale, Torino, 1963; Italia civile, Torino, 1964; Giusnaturalismo e positivismo giuridico, Milano, 1965; Da Hobbes a Marx, Napoli, 1965; Profilo ideologico del Novecento italiano, Torino, 1960, 1990 (nuova ed.); Saggi sulla scienza politica in Italia, Torino, 1969; Diritto e Stato nel pensiero di E. Kant, Torino, 1969; Una filosofia militante: studi su Carlo Cattaneo, Torino, 1971; Quale socialismo, Torino, 1977; I problemi della guerra e le vie della pace, Bologna, 1979; Studi hegeliani,Torino, 1981; Il futuro della democrazia, Torino, 1984; Maestri e compagni, Firenze, 1984; Italia fedele, Torino,1986; Il terzo assente, Torino, 1988; Thomas Hobbes, Torino, 1989; L'età dei diritti, Torino, 1989. Destra e sinistra, Roma, 1994. La Bibliografia degli scritti di Norberto Bobbio, a cura di C. Violi (1984), comprende, sino al 1983, 1804 titoli; il Supplemento dal 1983 al 1988 giunge sino al n. 1626.

Pensiero:
La riflessione di Bobbio, prendendo le distanze dal pensiero idealistico, quale sapere "accademico", "retorico" e non concretamente riformatore, criticando gli aspetti irrazionalistici dell'esistenzialismo e quelli utopistici del marxismo, si è andata sempre più orientando verso la filosofia analitica anglosassone , che egli applica allo studio del linguaggio giuridico (proposizioni prescrittive). Dopo Hegel, secondo Bobbio, per evitare ogni cedimento ad atteggiamenti dogmatici o metafisici, la sola via che la filosofia può percorrere è la continuazione del razionalismo metodologico dell'Illuminismo, garanzia di rigore e di impegno. Questo "neoilluminismo" investe altri campi, come la storia della filosofia e delle dottrine politiche, la storia della cultura e degli intellettuali nell'Italia contemporanea, nonché il dibattito politico sui temi di attualità (la pace, la democrazia, la guerra ecc.), nella convinzione che la partecipazione al dibattitio pubblico sia necessaria per ampliare il dialogo e il pluralismo, che sono alla base della convivenza democratica.
L'attuale dibattito sui diritti dell'uomo può essere interpretato per Norberto Bobbio alla luce dell'idea kantiana di una storia profetica, e cioè come segno premonitore di una tendenza dell'umanità al meglio; d'altronde occorre tener conto anche dei segni infausti che mettono piuttosto in risalto i pericoli incombenti e il rischio catastrofico dell'autodistruzione, i quali rimandano invece a una visione terroristica della storia e a un'idea dell'uomo come legno storto o come animale sbagliato. Il tema dei diritti dell'uomo è strettamente connesso al problema della democrazia e della pace: la pace perpetua non può essere perseguita se non grazie alla democratizzazione internazionale e alla difesa dei diritti dell'uomo. I diritti dell'uomo sono una espressione fondamentale del progresso dello spirito nella nostra civiltà. Bobbio si riferisce in particolare alla Dichiarazione dei diritti della Virginia, che propone un governo degli uomini e delle leggi ispirato a diritti innati. Considerare i diritti come preesistenti allo Stato rovescia la concezione tradizionale della politica: la società non è più considerata come una totalità superiore e il diritto vine anteposto al dovere, così come i governati ai governanti. Il liberalismo, il socialismo e il cristianesimo convergono significativamente nel sostenere la proclamazione dei diritti umani. Bobbio tratteggia quindi una storia delle rivendicazioni dei principali diritti umani, per esempio il diritto al lavoro o di associazione, sottolineando anche l'influenza della dottrina sociale cristiana, con particolare riferimento alle encicliche Rerum novarum e Centesimus annus. Il rapporto politico per eccellenza è quello tra potere e libertà: occorre difendersi dal potere per tutelare i diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Ormai comunque il potere da cui difendersi non è più tanto quello religioso, politico o economico, quanto quello della scienza e della tecnica, contro cui difendere i diritti dell'ambiente, il diritto alla privatezza, il diritto all'integrità del patrimonio genetico. Concludendo Bobbio sostiene che i diritti dell'uomo rappresentano ormai il nuovo ethos mondiale, nel senso di un dover essere da pensare nei tempi lunghi della storia e su cui scommettere, impegnandosi in prima persona, nonostante l'accelerazione del tempo dovuta alla rapidità del progresso e nonostante le profezie di sventura che presagiscono una fine imminente.

Intervista / Conferenza tenuta il 14 giugno 1991 presso l'Accademia Nazionale dei Lincei.

Prof. Bobbio, il vasto dibattito sui diritti dell'uomo che caratterizza il pensiero politico contemporaneo sembra confermare la speranza kantiana di un progresso dell'umanità verso la perfezione morale. Eppure il nostro è un tempo di crisi, di timori e di rischi. Come spiega questa singolare e contraddittoria coesistenza nella nostra epoca di aspetti che inducono all'ottimismo e di altri, invece, che costringono ad un atteggiamento più pessimista?

In uno dei miei scritti sui diritti dell'uomo avevo ripreso l'idea della storia profetica di Kant per indicare, nell'importanza che il tema dei diritti dell'uomo ha assunto nel dibattito attuale, un segno dei tempi. La storia degli storici, attraverso testimonianze e congetture, cerca di conoscere il passato; essa, attraverso ipotesi formulate nella forma "se... allora", fa caute previsioni circa il futuro, che purtroppo si rivelano quasi sempre sbagliate. La storia profetica, invece, non prevede, bensì presagisce il futuro, estraendo dagli accadimenti del tempo l'evento singolare, unico, straordinario che viene interpretato come segno particolarmente dimostrativo. Essa coglie cioè quello che Kant chiama il signum pronosticum di una tendenza dell'umanità verso un fine, non importa se desiderato o avversato. Sostenevo, quindi, che il dibattito sui diritti dell'uomo che va sempre più diffondendosi poteva essere interpretato come un "segno premonitore", forse il solo, di una tendenza dell'umanità, per riprendere l'espressione kantiana, verso il meglio. Quando scrissi queste parole non conoscevo il testo del primo documento della Pontificia Commissione Iustitia et pax del 1975, intitolato La Chiesa e i diritti dell'uomo, che comincia così: "Il dinamismo della fede spinge continuamente il popolo di Dio alla lettura attenta ed efficace dei segni dei tempi. Nell'epoca contemporanea, tra i vari segni del tempo non può passare in secondo piano la crescente attenzione che in ogni parte del mondo è attribuita ai diritti dell'uomo, sia per la coscienza sempre più sensibile e profonda che si forma nei singoli e nella comunità intorno a tali diritti, sia per il continuo doloroso moltiplicarsi delle violazioni contro di essi". I segni del tempo non sono soltanto fausti: ve ne sono anche di infausti. Anzi, mai come oggi si sono moltiplicati i profeti di sventure: la morte atomica, la distruzione progressiva e inarrestabile delle condizioni stesse di vita su questa terra, il "nichilismo morale" - famosa espressione di Nietzsche - il "rovesciamento di tutti i valori". Del resto, il secolo che ora volge alla fine cominciò con l'idea del declino, della decadenza o, per usare una celebre metafora, del "tramonto dell'Occidente". Oggi, però, anche per suggestione di teorie fisiche soltanto orecchiate, si va sempre più diffondendo l'uso di una parola ben più forte: "catastrofe". Si parla di catastrofe atomica, catastrofe ecologica, catastrofe morale. Sino a ieri ci si era accontentati della metafora kantiana dell'uomo come "legno storto". In uno dei saggi più affascinanti del rigorosissimo critico della ragione, l'Idea della storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Kant si era domandato come, "da un legno storto, come quello di cui è fatto l'uomo potesse uscire qualche cosa di interamente diritto". Ma Kant stesso credeva nella lenta approssimazione all'ideale del raddrizzamento attraverso "giusti concetti", "grande esperienza" e soprattutto una "buona volontà". Della visione della storia secondo cui l'umanità continua ad andare verso il peggio, e che chiamava "terroristica", Kant diceva che "ricadere nel peggio non può essere uno stato costantemente durevole nella specie umana perché a un certo grado di regresso essa distruggerebbe se stessa". Invece, è proprio l'immagine di una corsa verso l'auto-distruzione quella che affiora in alcune delle odierne visioni catastrofiche. Secondo uno dei più impavidi e melanconici sostenitori della concezione terroristica della storia che, personalmente, non amo molto, l'uomo è un "animale sbagliato". Un "animale sbagliato"- si badi - non consapevole e, quindi, non colpevole: quella dell'uomo colpevole è, infatti, una vecchia storia che ben conosciamo, secondo la quale il colpevole è comunque redimibile o, forse, a sua insaputa è già redento. Un legno storto si può raddrizzare. Pare, invece, che lo sbaglio di cui parla questo amarissimo interprete del nostro tempo sia incorreggibile. Eppure, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, che è stata, questa sì, una vera catastrofe, mai come oggi si è propagata rapidamente nel mondo l'idea - non so dire se più ambiziosa o sublime o soltanto consolatoria o ingenuamente fiduciosa - dei diritti dell'uomo. Tale idea, di per se stessa, ci invita a cancellare sia l'immagine del "legno storto", sia quella dell' "uomo sbagliato", e a rappresentarci questo essere contraddittorio e ambiguo non più soltanto dal punto di vista della sua "miseria" (per grave espressione di Pascal), ma anche dal punto di vista della sua grandezza.

Prof. Bobbio, quali sono i motivi che spiegano la grande rilevanza che il tema dei diritti dell'uomo ha assunto nella nostra epoca?

In linea di principio, l'enorme importanza del tema dei diritti dell'uomo dipende dal fatto che esso è strettamente connesso con i due problemi fondamentali del nostro tempo, la democrazia e la pace. Il riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo stanno alla base delle costituzioni democratiche, e, nello stesso tempo, la pace è il presupposto necessario per l'effettiva protezione dei diritti dell'uomo nei singoli Stati e nel sistema internazionale. È sempre vero il vecchio detto - e ne abbiamo fatto recentemente nuova esperienza - che inter arma silent leges. Oggi siamo sempre più convinti che l'ideale della pace perpetua non può essere perseguito se non attraverso una progressiva democratizzazione del sistema internazionale e degli Stati che fanno parte di questo sistema, e che questa democratizzazione non può andare disgiunta dalla graduale e sempre più effettiva protezione dei diritti dell'uomo anche al di sopra degli Stati. Diritti dell'uomo, democrazia, pace sono tre momenti necessari dello stesso movimento storico. Senza diritti dell'uomo riconosciuti ed effettivamente protetti non c'è democrazia. Senza democrazia non ci sono le condizioni minime per la soluzione pacifica dei conflitti che sorgono tra individui, tra gruppi, e tra quei grandi gruppi che sono gli Stati, tradizionalmente indocili e tendenzialmente critici rispetto agli altri Stati, anche quando sono democratici al proprio interno. Non sarà inutile ricordare che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo comincia affermando che "il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo". Con queste parole, essa si riallaccia direttamente allo Statuto dell'ONU, nel quale, alla dichiarazione che fosse necessario "salvare le future generazioni dal flagello della guerra", seguiva subito dopo la riaffermazione nella fede nei diritti fondamentali dell'uomo.

Eppure che l'uomo abbia diritti intangibili e inviolabili è una acquisizione storica abbastanza tarda. Si può collegare questa presa di coscienza con l'avvento del moderno giusnaturalismo, ovvero di quella dottrina che afferma lesistenza di un diritto naturale anteriore all'esistenza del diritto positivo?

In una bella opera recente, Etica e diritti dell'uomo, leggo queste parole: "È indubbio che i diritti dell'uomo siano una delle più grandi invenzioni della nostra civiltà". Se la parola "invenzione" apparisse troppo forte, potremmo dire "innovazione". Uso qui la parola "innovazione" pensando a ciò che diceva Hegel quando sosteneva che il detto biblico "nulla di nuovo sotto il sole" non vale per il sole dello spirito, perché il corso del sole dello spirito non è mai ripetizione, bensì è la mutevole manifestazione che lo spirito dà di sé in forme sempre differenti, ed è quindi essenzialmente un continuo progredire. È vero che l'idea dell'universalità della natura umana è antica, anche se irrompe nella storia dell'Occidente col Cristianesimo. Ma la trasformazione di questa idea filosofica dell'universalità della natura umana in istituzione politica (e in questo senso si può parlare anche di invenzione), vale a dire in un modo diverso, e in un certo senso rivoluzionario, di regolare i rapporti tra governanti e governati, avviene soltanto nell'età moderna, attraverso il giusnaturalismo, e trova la sua prima espressione politicamente rilevante nelle Dichiarazioni dei diritti della fine del Settecento. Che si tratti di invenzione o di innovazione, è comunque rilevante il fatto che le parole seguenti si leggano non più in un testo filosofico - come, ad esempio, il secondo dei Saggi sul governo civile di Locke - ma in un documento politico come la Dichiarazione dei diritti della Virginia del 1776: "Tutti gli uomini sono da natura egualmente liberi, e hanno alcuni diritti innati. Per cui entrando nello stato di società essi non possono mediante convenzione privare o spogliare la loro posterità'". Dobbiamo ammettere che, in quel momento, è nata una nuova, e intendo letteralmente senza precedenti, forma di reggimento politico. Questa nuova forma non si identifica semplicemente con il governo delle leggi contrapposto a quello degli uomini, già lodato da Aristotele ed espresso nel famoso principio secondo cui lex facit regem, non rex facit legem. Nella nuova forma di reggimento politico il governo è insieme degli uomini e delle leggi, degli uomini che fanno le leggi, e delle leggi che trovano un limite in diritti preesistenti degli individui che le stesse leggi non possono travalicare: si tratta, insomma, dello Stato liberale moderno che si dispiega poi senza soluzione di continuità, e per interno sviluppo, nello Stato democratico.

Quale innovazione comporta l'affermazione dell'esistenza di una legislazione naturale universale, prioritaria rispetto al diritto positivo, ovvero alle leggi dei diversi Stati?

L'innovazione è duplice: affermare che l'uomo ha dei diritti preesistenti alla istituzione dello Stato, preesistenti cioè al potere cui viene attribuito il compito di prendere decisioni alle quali debbono ubbidire tutti coloro che costituiscono la collettività, significa rovesciare la concezione tradizionale della politica almeno da due punti di vista diversi. In primo luogo, l'uomo, gli uomini, gli individui considerati singolarmente, vengono contrapposti alla società, alla città, o meglio a quella città compiutamente organizzata che è la res publica o lo Stato: in sostanza, viene rovesciata la concezione tradizionale che considera il tutto, la totalità superiore alle sue parti. In secondo luogo, nel rapporto morale e in quello giuridico viene considerato antecedente il diritto anziché il dovere, contrariamente a quello che era avvenuto in una lunga tradizione di testi che va dal De officiis di Cicerone ai Doveri dell'uomo di Mazzini, passando attraverso il famoso De officio hominis et civis di Pufendorf. Il rapporto politico non è più considerato dal punto di vista dei governanti ma da quello del governato, non più dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto. La prima inversione ha per conseguenza la contrapposizione della concezione individualistica della società alla concezione organicistica: essa comporta l'abbandono definitivo di quest'ultima, che era stata per secoli dominante e aveva lasciato tracce indelebili nel nostro linguaggio politico, nel quale si trovano ancora espressioni come "corpo politico" e "organi dello Stato". Riguardo alla seconda inversione, occorre osservare che il primato del diritto non implica affatto l'eliminazione del dovere, perché diritti e doveri sono due termini correlativi, e non si può affermare il diritto di qualcuno senza affermare contemporaneamente il dovere dell'altro di rispettarlo. Ma chiunque abbia una certa familiarità con la storia del pensiero politico sa bene che lo studio della politica è stato da sempre orientato a mettere in evidenza più i doveri che i diritti del cittadino:~basti pensare al tema fondamentale della cosiddetta obbligazione politica. La tradizione del pensiero politico, evidenziando maggiormente i diritti e i poteri del sovrano che quelli del cittadino, ha attribuita la posizione di soggetto attivo del rapporto politico più a chi sta in alto che a chi sta in basso. Per quanto dunque io ritenga che occorra andar molto cauti nel vedere svolte, salti qualitativi, rivolgimenti epocali a ogni stagione, non esito ad affermare che la proclamazione dei diritti dell'uomo abbia tagliato in due il corso dell'umanità per quel che riguarda la concezione del rapporto politico. Ed è un "segno del tempo" - per riprendere l'espressione iniziale - il fatto che a rendere sempre più evidente e irreversibile questo rovesciamento convergano sino a incontrarsi, senza contraddirsi, le tre grandi correnti del pensiero politico moderno, il liberalismo, il socialismo, il cristianesimo sociale. Convergono pur conservando ciascuna la propria identità, ciascuna dando la propria preferenza a certi diritti piuttosto che ad altri. Si dà così origine a una struttura sempre più complessa di diritti fondamentali, la cui integrazione pratica è spesso resa difficile proprio dalla loro diversa fonte di ispirazione dottrinale, e dalle diverse finalità che ognuna di esse si propone di raggiungere, ma che pur rappresenta una meta da conquistare nella auspicata unità del genere umano.

Prof. Bobbio, è possibile tracciare una "storia" dei diritti dell'uomo? Quale contributo alla lotta per l'affermazione di questi diritti hanno dato il liberalismo, il movimento operaio e la Chiesa?

Cronologicamente, come è noto, per primi nascono i diritti di libertà della Rivoluzione americana e della Rivoluzione francese. Seguono poi i diritti sociali sotto forma di una prima organizzazione pubblica dell'istruzione e di provvedimenti in favore del lavoro già presenti nelle costituzioni del 1691 e del 1793. Il diritto del lavoro fa la sua prima apparizione in Francia, nei dibattiti della rivoluzione del 1848, senza però determinare grandi conseguenze; successivamente diventa un elemento essenziale in tutte le dichiarazioni dirette dopo la Prima Guerra Mondiale, a cominciare da quelle della Repubblica di Weimar. Quanto al cristianesimo sociale, nel documento già citato della Commissione pontificia Iustitia et Pax e in tanti altri testi (è recente la pubblicazione di un volume della rivista trimestrale di teologia Concilium interamente dedicato al problema dei diritti dell'uomo) si riconosce onestamente che, nel corso dei secoli, l'affermazione dei diritti fondamentali dell'uomo non è stata sempre costante. Si riconosce che, specie negli ultimi due secoli, vi sono state difficoltà, riserve, e a volte reazioni da parte cattolica al diffondersi delle dichiarazioni dei diritti dell'uomo proclamate dal liberalismo e dal laicismo. Ci si riferisce in modo particolare agli atteggiamenti di "precauzione" - così vengono chiamati - negativi e talvolta ostili, di Pio VI, di Pio VII, di Gregorio XVI. Nello stesso tempo, però, si pone in evidenza la svolta costituita dall'enciclica Rerum novarum del 1891 di Leone XIII, che, fra i diritti di libertà della tradizione liberale, afferma con forza il diritto di associazione, con particolare riguardo alle associazioni degli operai. Si tratta di un diritto, del diritto di manifestazione, che sta alla base della concessione pluralistica della società e che costituisce, a sua volta, la base di qualsiasi governo democratico. Tra i diritti sociali della tradizione socialista, si mette in particolare rilievo il diritto al lavoro per la cui protezione nei suoi vari aspetti si invoca il concorso dello Stato (diritto a un giusto salario, diritto al debito riposo, tutela delle donne e dei fanciulli). Attraverso vari documenti - tra i quali ricordo i messaggi natalizi, come quelli del 1942 e 1944 di Pio XII, la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, il famoso discorso di Paolo VI indirizzato al segretario generale dellONU - cento anni dopo la Rerum Novarum giungiamo al documento del Primo Maggio del 1991, l'enciclica Centesimus annus. In essa si riafferma solennemente l'importanza che la Chiesa assegna al riconoscimento dei diritti dell'uomo, al punto che, come è già stato osservato, il paragrafo 47 contiene una illuminante Carta dei diritti umani preceduta da queste parole: "È necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento dei diritti umani". Il primo di questi diritti è il diritto alla vita, cui seguono il diritto a crescere in una famiglia unita, il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà, e quindi la libertà religiosa.

Esiste un nemico comune contro cui si volge la difesa indefessa che l'uomo, nel corso della storia, ha fatto dei suoi diritti? E se tante forme di sopruso sono state eliminate, se non di fatto, almeno in linea teorica, oggi contro chi o contro cosa l'uomo deve difendersi?

I diritti dell'uomo, nonostante siano stati considerati sin dall'inizio naturali, non sono stati dati una volta per sempre. Basti pensare alle varie vicende dell'estensione dei diritti politici: per secoli si è ritenuto per nulla naturale che le donne andassero a votare. Possiamo dire che i diritti dell'uomo non sono stati dati tutti in una volta e neppure congiuntamente, anche se oggi non pare dubbio che le varie tradizioni si stiano avvicinando e stiano formando insieme un unico grande disegno di difesa dell'uomo, che comprende tre sommi beni, la vita, la libertà e la sicurezza sociale. Difesa da che cosa? La risposta che ci viene dall'osservazione della storia è molto semplice e netta: difesa dal potere, da ogni forma di potere. Il rapporto politico per eccellenza è un rapporto tra potere e libertà. Vi è una stretta correlazione fra l'uno e l'altro. Più si estende il potere di uno dei due termini del rapporto più diminuisce la libertà dell'altro termine del rapporto e viceversa. Il rapporto politico è un rapporto chiarissimo; esso non si delinea dove si pensa che c'è il potere da un lato e una non libertà dall'altro, oppure una libertà da un lato e un non potere dall'altro. Ebbene, ciò che contraddistingue il momento attuale rispetto alle epoche precedenti, e rafforza la richiesta di nuovi diritti è la forma di potere che prevale su tutti gli altri. La lotta per i diritti ha avuto come avversario prima il potere religioso, poi il potere politico, infine il potere economico: questa è la storia. Oggi le minacce alla vita, alla libertà, alla sicurezza vengono dal potere della scienza e delle sue applicazioni tecniche. Siamo entrati nell'era che viene chiamata - non si sa per quale ragione - "post-moderna", perché è la continuazione di quella moderna, ed è caratterizzata dall'enorme progresso tecnico, vertiginoso e irreversibile. Irreversibile perché con il progresso tecnico non si torna più indietro. Il progresso tecnico è irreversibile come il tempo: non si torna più alla carrozza a cavalli e non si torna più ai fucili quando ci sono le armi atomiche: questo è chiarissimo. L'età post-moderna è caratterizzata dalla trasformazione tecnologica e tecnocratica del mondo. Dal giorno in cui Bacone disse che la scienza è potere, l'uomo ha fatto molta strada. Mai come oggi, vale il tema di Bacone secondo cui chi più sa più ha potere; oggi però l'uomo sa molto di più di quello che si sapeva ai tempi di Bacone. La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell'uomo sulla natura e sugli altri uomini. Dopo i diritti tradizionali, quelli alla vita, alla libertà ed alla sicurezza, su cui si incontrano le tre correnti principali del nostro tempo, vengono i diritti della nuova generazione che nascono tutti dalle minacce alla vita, alla libertà, e alla sicurezza, provenienti dall'accrescimento del progresso tecnologico. Bastino i seguenti tre esempi che hanno riempito le riviste, i libri, le conversazioni, i congressi, le tavole rotonde di questi ultimi anni, e che quindi sono al centro del dibattito attuale. Primo: il diritto a vivere in un ambiente non inquinato, donde hanno preso le mosse i movimenti ecologici che hanno movimentato negli ultimi anni la vita politica, tanto all'interno dei singoli Stati quanto nel sistema internazionale. Secondo: il diritto ad una sfera privata che viene messo in serio pericolo dalla possibilità che hanno i pubblici poteri di memorizzare tutti i dati riguardanti la vita di una persona e con ciò di controllarne i comportamenti senza che egli se ne accorga. Non sappiamo se il "Grande Fratello" sappia quello che sta avvenendo ora in una misura molto maggiore di quanto ciascuno di noi è in grado di immaginare. Terzo: il diritto all'integrità del proprio patrimonio genetico, che va ben oltre il diritto all'integrità fisica, già affermato negli articoli 2 e 3 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Si tratta di un diritto che sta già sollevando dibattiti nelle organizzazioni internazionali, e su cui probabilmente avverranno gli scontri più accaniti è più difficili da risolvere fra due visioni opposte della natura umana.

Prof. Bobbio, per concludere, Lei ritiene che i diritti dell'uomo siano una speranza illusoria, un impegno morale o, forse, un'utopia ? Lei sta dalla parte dei profeti di sventura di cui parlava prima o da quella dell'ottimista e illuminista Kant, che credeva nella perfezione morale dell'uomo come eterno dover essere?

I diritti dell'uomo, come è stato recentemente affermato, costituiscono al giorno d'oggi un nuovo ethos mondiale. Naturalmente occorre non dimenticare che un ethos rappresenta il mondo del dover essere. Il mondo dell'essere ci offre purtroppo uno spettacolo molto diverso. Alla lungimirante consapevolezza circa la centralità di una politica tesa alla sempre migliore formulazione e alla sempre migliore protezione dei diritti dell'uomo corrisponde la loro sistematica violazione in quasi tutti i Paesi del mondo. L'ethos dei diritti dell'uomo splende nelle solenni dichiarazioni che restano quasi sempre e quasi dappertutto lettera morta. La volontà di potenza ha dominato e continua a dominare il corso della storia. L'unica ragione di speranza risiede nel fatto che la storia conosce i tempi lunghi e i tempi brevi. La storia dei diritti dell'uomo - è meglio non farsi illusio - è la storia dei tempi lunghi. Del resto è sempre accaduto che mentre i profeti di sventure annunciano la sciagura che sta per avvenire e invitano a essere vigilanti, i profeti dei tempi felici di solito guardano molto lontano. Citando una frase della visione della Sibilla Tiburtina: "E gli anni si accorceranno come mesi e i mesi come settimane e le settimane come i giorni e i giorni come ore", mostrando quindi come il profeta di sventura dirà sempre: "I tempi sono vicini", un illustre storico contemporaneo ha messo a raffronto il sentimento dell'accorciamento dei tempi, che si diffonde nelle età dei grandi sommovimenti, reali o soltanto paventati, con il sentimento opposto della accelerazione dei tempi che invece appartiene ormai alla generazione nata nell'era tecnologica. Il passaggio da una fase all'altra del progresso tecnico che un tempo richiedeva secoli, poi ha richiesto decenni, adesso richiede pochi anni. I due fenomeni, come capite benissimo, sono paralleli: per giungere più rapidamente a una meta vi sono infatti due vie: o accorciare la strada o accelerare il passo. Il tempo vissuto non è il tempo reale: qualche volta può essere più rapido, qualche volta più lento. Le trasformazioni del mondo che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, sia per il precipitare della crisi di un sistema di potere che sembrava solidissimo e anzi ambiva a rappresentare il futuro del pianeta, sia per la rapidità dei progressi tecnici, suscitano in noi questo duplice stato d'animo, sia dell'accorciamento, sia dell'accelerazione. Talora ci sentiamo sull'orlo dell'abisso e ci sembra che la catastrofe incomba. Ci salveremo? Come ci salveremo? Chi ci salverà? Voi sapete quante discussioni sono state fatte: ci sono famose frasi di Heidegger al proposito. Stranamente questo senso di essere incalzati dagli eventi rispetto al futuro contrasta con il senso opposto dell'allungamento e del rallentamento del passato, rispetto al quale l'origine dell'uomo viene fatta risalire sempre più indietro. Quanto più la nostra memoria storica sprofonda in un passato remoto che continua ad allungarsi senza termine, tanto più la nostra immaginazione si accende all'idea di una corsa sempre più rapida verso la fine. È un po' lo stato d'animo del vecchio, stato d'animo che io conosco bene: per il vecchio il passato è tutto, il futuro è nulla. Come dire: siamo arrivati alla vecchiaia dell'umanità. Potremmo pensare, con Hegel, che la vecchiaia, a differenza di quanto accade per gli uomini, per i quali essa rappresenta lo stadio finale e senile, per i popoli rappresenti il momento dello splendore. Magra consolazione! Ci sarebbe da stare poco allegri se non fosse che un grande ideale come quello dei diritti dell'uomo rovescia completamente il senso del tempo, perché si proietta nei tempi lunghi, come ogni ideale, il cui avvento, come ho detto all'inizio, non può essere oggetto di alcuna previsione, ma soltanto di un presagio. Ciò che oggi si può dire è che la razionalità non abita più qui: qui sta la vera distinzione tra moderno e post-moderno. Come è lontano il tempo in cui Hegel insegnava ai suoi scolari di Berlino che la ragione governa il mondo! Oggi possiamo soltanto fare una scommessa. Che la storia conduca al regno dei diritti dell'uomo anziché al regno del "Grande Fratello" può essere oggetto soltanto di una scommessa, cioè di un impegno. È vero che altro è scommettere, altro è vincere. Ma è anche vero che chi scommette, lo fa perché ha fiducia di vincere: anche il gioco d'azzardo si affida al caso, ma ha speranza che il caso gli dia ragione. Certo, non basta la fiducia per vincere. Ma se non si ha la minima fiducia, la partita è già persa sin dall'inizio, prima di cominciare. Se poi mi si chiede che cosa occorre per aver fiducia, riprenderei le parole di Kant che ho citato all'inizio e che mi sembrano molto sagge: "giusti concetti", "una grande esperienza", e soprattutto "buona volontà".

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L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia