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Lunedì, 21 Agosto 2017

Etica e politica

di Adriaan Theodor Peperzak

 

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Adriaan Theodor Peperzak è nato il 3 luglio 1929 a Malang in Indonesia, da genitori olandesi. Ha insegnato, tra l'altro, nelle Università di Nimega e Amsterdam; è professore ordinario presso l'Università Loyola di Chicago. Tiene regolarmente corsi presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Opere:
Le jeune Hegel et la vision morale du monde
, L'Aja, 1960; Gronden en Grenzen (Fondamenti e limiti), Haarlem, 1967; Verlagen. De huidige mens en de vraag naar heil (Desiderio. L'uomo contemporaneo e la questione della felicità vera), Utrecht, 1971; Emmanuel Lévinas, Ambo, 1971; Vrijheid. Inleiding in de ur jagerige antropologie (Libertà. Introduzione ad una antropologia filosofica), Ambo, 1972; Weefels. Een inleiding in het Filosoferen (Introduzione al pensiero filosofico), Ambo, 1974; Relijon, Ethique et Politique, in "Archivio di filosofia", 1978, pp. 311-18; Filosofia e politica. Commentario alla Prefazione alla Filosofia del diritto di Hegel (1987), Milano, 1991; Autocoscienza dell'assoluto. Lineamenti della filosofia dello spirito hegeliana, Napoli, 1988; Etica come filosofia prima, Milano, 1989 (con E. Levinas).

Pensiero:
Adriaan Peperzak si occupa di questioni di etica, di filosofia della religione e di filosofia politica. Da un punto di vista storiografico ha privilegiato alcuni autori: Agostino, Spinoza, Kant, Hegel, Nietzsche e Lévinas, di cui è stato uno dei primi a diffondere il pensiero. Profondo conoscitore dello sviluppo delle dottrine morali e politiche da Kant a Hegel, ha dato fondamentali contributi alla comprensione del pensiero hegeliano. Da un punto di vista teoretico ha indagato i rapporti tra filosofia sistematica e storia della filosofia e i rapporti tra teoria e prassi.

Adriaan Peperzak commenta innanzitutto la celebre affermazione di Platone secondo cui i filosofi dovrebbero reggere lo Stato; certamente lo Stato odierno non è più la polis antica, né il filosofo moderno può essere paragonato all'antico, ma la proposta platonica mantiene comunque la sua attualità. Fine della politica è la comunità stessa come vita collettiva, ma ciò significa che la morale, la quale si interroga sul senso della vita umana, non può esserle estranea e che anzi la politica non può che essere moralmente qualificata. Quella forma di moralismo che da secoli accentua la necessità dell'educazione morale, ha certamente dato risultati, ma non ha potuto contrastare efficacemente gli avvenuti crimini contro l'umanità; d'altronde le strutture comunitarie in cui viviamo hanno una loro autonomia e forza, che difficilmente si possono contrastare. Riprendendo il tema del fine della politica e dei suoi mezzi, Peperzak si confronta con Machiavelli: certamente la politica deve essere efficace anche nel contrastare la violenza, per esempio, con mezzi repressivi, ma deve comunque sempre essere evidente il suo proposito. Una certa forma di patriottismo è per Peperzak espressione del bisogno dell'uomo di trovare le proprie radici, ma prevale oggi il sentimento che il nazionalismo non possa durare: ormai l'umanità intera deve prendere il posto delle nazioni sovrane, anche se si dovrà evitare che uno Stato sovranazionale, unico, diventi una sorta di dittatura universale. Il pericolo costituito dalla guerra nucleare totale, che minaccia l'intera umanità, costringe del resto a confrontarsi con il valore della vita e con la definizione di uno scopo comune.

Intervista

Professor Peperzak, crede sia ancora oggi valida la tesi di Platone, secondo la quale sarà governato rettamente solo quello Stato che chiamerà i filosofi alla propria guida? 

In un celebre passo al centro della Repubblica di Platone noi troviamo evocata la concezione che il filosofo è la figura più idonea ad assumere la direzione dello Stato. Nello stesso tempo Platone afferma che il politico non può continuare a dirigere lo Stato se non diventa filosofo. La ragione di quest'affermazione platonica è che un politico, che non conosce i fini dello Stato e le strutture conseguenti a tali fini, non è in grado di dirigere la comunità umana costituitasi politicamente in Stato. Ora, possiamo noi essere d'accordo con questo punto di vista? Quando noi parliamo dello Stato moderno, noi non ci riferiamo alla polis platonica. Lo Stato moderno è molto più complesso della polis, che si estendeva nei confini di una città e nella quale l'aristocrazia o anche il popolo erano numericamente ridotti, e dove tutti si conoscevano. Nella nostra struttura molto complessa, noi troviamo invece una situazione differente. Inoltre, la filosofia ha mutato carattere. Il filosofo oggi è un uomo che ha studiato filosofia per molti anni, sviluppando una certa tecnica filosofica, e che, avendo impiegato tanto tempo per lo studio della filosofia, non è in grado di prender parte alla vita pubblica, alla vita politica. Nella maggior parte dei casi egli non ha forse il tempo di partecipare davvero alla costituzione di un partito, all'assunzione di ruoli, di funzioni governative etc. In questo senso, direi che non si può più essere d'accordo con Platone. Tuttavia, in un significato più esteso della parola "filosofo", io credo che Platone ci offra un orientamento sempre valido. Infatti il politico che dirige un paese, un popolo, deve sapere perché lo fa, deve conoscere quali sono i fini essenziali, le strutture, gli orientamenti politici della vita comunitaria. Se non ha questa consapevolezza non sarà un buon politico. Nel senso lato del termine, dunque, direi che il politico dovrebbe essere filosofo.

 È proprio dell'epoca moderna porre una scissione fra la sfera della politica e quella della morale. Il complesso dei valori e delle regole che guidano gli individui nel loro agire sembrano aver perso qualsiasi connessione con i criteri che determinano l'operato della comunità nel suo complesso. Dobbiamo accettare questa separazione come un dato di fatto, oppure prendere in considerazione l'ipotesi che la riflessione etica abbia ancora qualcosa da dire alla politica?

Io credo che questa scissione sia per la politica causa di sciagure. Per rispondere a questa domanda bisogna ritornare ai fondamenti di una filosofia politica e soprattutto alla risposta alla questione fondamentale: "perché esiste la politica?" Mi sembra chiaro ed è stato sempre ribadito in tutte le tradizioni filosofiche che il fine della politica sia l'esistenza, la vita migliore e il più possibile felice della comunità umana organizzata politicamente. Dunque, gli uomini politici che sono responsabili di questa comunità devono orientare le proprie azioni su questo fine che è la comunità stessa in quanto vita umana collettiva. Se questo è vero - e mi sembra molto chiaro - il risultato di questa considerazione del fine della politica è senza dubbio una considerazione anche degli aspetti morali della politica. Infatti il problema morale verte sempre intorno a una questione fondamentale e ricorrente: qual è il senso della vita umana, come si realizza questo senso, come possiamo ottenere una vita umana che sia la migliore e la più felice possibile. Evidentemente, bisogna fare una distinzione tra la vita collettiva come tale, la comunità umana come un tutto e la vita di tutti gli individui che si svolge secondo una propria linea di sviluppo dalla nascita fino alla morte. Tuttavia tra questi due aspetti non si può operare una separazione. Anzitutto perché la totalità di una comunità consiste nell'esistenza attuale di tutti gli individui; inoltre, considerando la stessa cosa dall'altro lato, perché la vita individuale è essenzialmente sociale. Nessuno potrebbe vivere senza partecipare alla vita in comune e questo implica anche la creazione di un bene comune insieme con tutti gli altri membri della comunità. Questa comunità può essere lo Stato moderno, lo Stato nazionale, la provincia, la città; può essere anche l'umanità futura. Anche se non si sa ancora che cosa esattamente significhi, tuttavia noi abbiamo il sentimento che l'umanità si costituisce poco a poco in entità politica. Dunque la politica corrisponde a esigenze e a condizioni che sono moralmente qualificate. Se è vero che la politica è anch'essa moralmente qualificata, se d'altra parte è vero che la morale dell'individuo non può essere separata dalle questioni sociali e politiche, sorge il grande problema di stabilire la distinzione tra il bene della comunità umana come tale, il bene della totalità, e il bene degli individui separatamente intesi. È il grande problema trattato da tutti i filosofi moderni ed esso è divenuto pressante da quando l'umanità moderna ha scoperto che l'individuo come tale ha diritto a una vita privata con la sua proprietà, il suo lavoro, la sua partecipazione alla vita sociale, politica e culturale. Chiaramente non è facile armonizzare le esigenze degli individui con le esigenze della totalità di cui essi fanno parte. Tutti i filosofi moderni hanno cercato di trovare un punto di mediazione, di armonia tra questi due scopi. Vi è in questo aspetto qualcosa di nuovo rispetto al pensiero di Platone e non si può dire che sia stata già trovata la soluzione perfetta. La democrazia moderna è fino ad oggi il tentativo meglio riuscito per dare una rappresentanza generale, universale a tutti gli individui, a tutta la comunità in modo che ciascuno possa trovare un ambiente e uno sviluppo della vita corrispondenti alle proprie esigenze e possa nello stesso tempo, conducendo la propria vita, contribuire al bene collettivo.

La diffusa manifestazione di un disagio nei confronti della politica appare spesso connessa all'insofferenza nei confronti dei fenomeni di immoralità e di corruzione che la caratterizzano. Di fronte alla pervasiva presenza di questa degenerazione della politica quale atteggiamento occorre assumere? È sufficiente l'appello al sentimento morale o è piuttosto necessario il passaggio per la via delle istituzioni?

È un'altra questione che noi cercheremo di risolvere evitando le soluzioni estreme. Una soluzione di carattere moralistico consisterebbe nel sostenere che gli uomini sono malvagi, che bisogna educarli a essere migliori, che bisogna predicare, esortare, dare un esempio e solo così si potrà migliorare il mondo. Questa linea di condotta, questa strategia è stata seguita da più di duemila anni: si è predicato, si è fatto il possibile per educare l'infanzia, in Grecia, in Israele, con il sorgere del Cristianesimo, con il sorgere dell'umanesimo, e bisogna ammettere che si è ottenuto qualche risultato. Probabilmente si è creato un clima che rende difficile proclamare in pubblico di non voler rispettare gli altri uomini. Viviamo in un clima morale in cui l'uguaglianza, la libertà, il riconoscimento di ogni essere umano sono accettati e dati per scontati. D'altra parte, il risultato di questi sforzi è assai modesto se si considera che la nostra epoca ha conosciuto crimini contro l'umanità molto più grandi di quelli commessi dai Visigoti e dai Vandali. Non abbiamo dunque molte ragioni di essere fieri del risultato conseguito da questa forma di moralismo. Ma questo non significa che si debba interrompere la buona educazione dei fanciulli, che si debbano cessare gli sforzi per riformarsi, per correggersi il più possibile. Tuttavia la soluzione non può consistere soltanto in questo. Da un altro punto di vista si afferma che si deve dimenticare la morale, perché la morale non ha alcun significato e non è di alcun aiuto, come confermerebbero le vicende del nostro tempo. Si dice: "riformiamo e ristrutturiamo lo Stato, inventiamo nuove strutture che obblighino le persone e che guidino la nostra condotta in maniera tale che possa nascere un mondo migliore". Kant ha scritto che sarebbe possibile edificare uno Stato buono, uno Stato soddisfacente anche tra i diavoli. Se gli uomini fossero diavoli, sarebbe ugualmente possibile trovare un'organizzazione tecnica che desse un risultato soddisfacente. Quest'affermazione mi sembra eccessiva ma è innegabile che le strutture sociali, politiche, economiche e militari sono così forti da catturarci al loro interno. Noi siamo presi in queste strutture come singoli elementi e non siamo in grado di cambiare tali strutture semplicemente attraverso un piano d'azione che nasca dalla nostra libertà e dalla nostra teoria. Noi siamo in un certo senso le vittime delle strutture che manteniamo in vita con le nostre azioni. Ora qual è la concezione giusta? È possibile trovare un punto di mediazione, un compromesso tra queste due posizioni estreme? È molto difficile dare una risposta a tale quesito: tuttavia, benché non siamo ancora in grado di fornire una teoria esauriente e particolareggiata, ciò non ci impedisce di agire in senso migliorativo, in un'azione che deve necessariamente tener conto di entrambi gli elementi.

Benedetto Croce ha sostenuto che Machiavelli segna una svolta nella cultura moderna per il fatto che ha diviso la sfera della morale dalla sfera della politica. Ormai la lezione di Machiavelli è stata in larga misura accettata nella diffusa opinione che un politico debba perseguire i propri fini con qualunque mezzo: se avesse un atteggiamento morale, un atteggiamento candido, ingenuo, onesto molto spesso non riuscirebbe a raggiungere i suoi scopi, la sua azione politica sarebbe inefficace. Dobbiamo rassegnarci a questa visione della politica, all'idea di una politica che se non passa per la violenza, se non passa per l'immoralità aperta, non riesce a raggiungere i suoi scopi? Dobbiamo accettare il fatto che in politica il fine giustifica il mezzo?

Evidentemente Machiavelli ha ragione di dire che una politica priva di efficacia non vale nulla ed essa va negativamente valutata anche dal punto di vista morale, perché per realizzare il grande ideale di una vita comunitaria felice sono necessari mezzi adatti. È certo che un'ingenuità innocente, un'innocenza di sentimenti sarebbe priva di effetto nella vita politica, soprattutto oggi. La vita moderna è molto complicata, vi sono grandi strutture, tecniche, strategie che nessuno può manipolare, ma che piuttosto manipolano gli individui. Dunque, per essere un politico bisogna giocare il gioco che è stato già giocato prima di noi. In questo gioco c'è molta violenza, ci sono menzogne, c'è l'inganno, c'è molta disonestà. Come si può almeno orientare la vita in modo da viverla in vista di questo grande ideale? Mi sembra inevitabile che un politico pratichi talvolta o continuamente un gioco di violenza opposto a un'altra violenza. La giustificazione tentata dai filosofi per questa controviolenza è che si tratta appunto di una violenza opposta a una primitiva violenza. Dunque, se si suppone che un politico provvisto di questo ideale della vita comunitaria incontri un mondo dove la violenza è già all'opera, dove la repressione, l'umiliazione, l'ingiustizia dominano il mercato economico, l'equilibrio militare, la struttura della vita sociale etc., allora questo politico deve reprimere questa repressione deve conquistare una posizione di forza e resistere alla violenza, facendo violenza contro la violenza, utilizzando la menzogna contro la menzogna, l'inganno contro l'inganno. Questo sembra inevitabile. D'altro canto, che cosa vale una politica che, nel suo stile di comportamento, nelle sue parole si rende tanto violenta e menzognera quanto la violenza che intende combattere? Se una politica si vanta della sua motivazione morale e nello stesso tempo mostra di essere altrettanto violenta delle tradizioni, dei costumi, dei poteri che essa combatte, allora diviene difficile credere nelle sue buone intenzioni ed è certamente difficile convincersi che essa conduca ad un avvenire migliore. Dunque, il grande problema di ogni politica è da un lato di limitare efficacemente la violenza esistente, utilizzando tutta la violenza necessaria per questa azione di contrattacco; d'altro canto è necessario sempre che nella politica sia visibile la direzione nella quale ci si muove. Dunque, ogni politica è contaminata; c'è sempre, io credo, una mescolanza di bene e di male. Ma se il male prevale, e se il bene si riduce soltanto alle intenzioni, noi restiamo fermi al punto precedente, non abbiamo guadagnato nulla. Il grande compito è dunque quello di sporcarsi le mani in maniera che la nostra azione venga riscattata e giustificata dal principio di contrastare la violenza.

Siamo in un'epoca di debolezza almeno apparente dello Stato nazionale nato nell'età moderna. Lo Stato sembra addirittura sulla strada di perdere la propria sovranità, sia rispetto a forze locali, almeno qui in Italia, sia rispetto a forze sovranazionali. Quest'ultima condizione ha un senso positivo, perché si cominciano a tratteggiare le prime possibilità di un'umanità realmente unita. Hanno un reale fondamento le speranze di una unificazione, anche organizzativa, dell'umanità al di là dei vari stati nazionali ? E in una simile prospettiva quale sarà la sorte di sentimenti che hanno animato a lungo le popolazioni europee, come il nazionalismo, il patriottismo?

Innanzi tutto devo dire che come filosofo non posso essere profeta. Ciò che un filosofo può fare è cercar di trovare nel nostro tempo dei semi che siano promettenti, che possano svilupparsi in una certa direzione e condurre a un avvenire migliore dell'epoca attuale. Mi sembra innegabile che il patriottismo come è stato vissuto in passato si è placato e forse sta per morire. Ma non sono sicuro che se ritornasse una guerra, il patriottismo non rinascerebbe. C'è sempre un attaccamento alla propria nazione e ciò è positivo perché è in essa che si trovano le proprie radici; nella cultura, nel linguaggio, nelle abitudini, nel folklore della propria nazione. Se si perdono queste radici il senso di vuoto che caratterizza la nostra epoca diviene ancora più grande. Un certo nazionalismo è legato al fatto che noi, uomini e donne, dobbiamo trovarci a casa nostra nel mondo storico. D'altro lato è certo che la nuova generazione, e anche la nostra e quella a noi precedente, ha il sentimento che il nazionalismo assoluto non può durare e che l'intera umanità deve prendere il posto che ancora oggi ufficialmente è tenuto dalle nazioni sovrane. La sovranità sta per scomparire perché nessuno Stato può difendersi nell'attuale situazione politica e militare. Il sentimento che l'umanità intera abbia un futuro è un sentimento difficile, perché mancano le istituzioni e sono stati fatti dei tentativi molto insoddisfacenti al riguardo. Non sappiamo che cosa accadrà. Uno Stato sovranazionale non è probabilmente la soluzione migliore. Questo Stato sovranazionale, dotato di tutti i mezzi odierni, potrebbe diventare una dittatura universale peggiore dei nazionalismi guerrieri. Quale sia la soluzione, non saprei dirlo. Forse una federazione, forse un equilibrio contrattuale, ma è certo che o questo sentimento universale si traduce in una forma istituzionale, oppure noi ci avviamo verso un'epoca di distruzione totale.

La politica internazionale è sempre stata basata sui rapporti di forza. Se l'equilibrio fra le grandi potenze ha impedito negli ultimi decenni lo scoppio di un conflitto globale, la guerra tuttavia sembra ben lungi dallo scomparire dall'orizzonte della nostra storia. È possibile in ogni caso ipotizzare che un giorno la guerra cesserà di essere uno strumento per regolare i rapporti fra gli uomini e gli stati?

Io credo che tutti oggi in Europa, in America siano convinti che sia assolutamente stupido e immorale e inammissibile uccidere persone perché appartengono a un'altra istituzione o a un'altra nazione. D'altro lato noi constatiamo che la guerra è sempre imminente e che potrebbe essere una guerra nucleare, che per la prima volta nella storia provocherebbe un suicidio totale dell'umanità. Se questo è vero, noi forse possiamo nutrire qualche speranza. Infatti l'individuo che è messo davanti alla propria morte, scopre la sua intera vita come qualcosa di molto importante e che bisogna salvare in un modo o nell'altro. Bisogna trovare un senso a questa vita e realizzarlo. Forse noi possiamo dire che l'umanità di oggi, per la prima volta, vede la morte totale dell'umanità e così comprende sempre di più che bisogna salvare questa vita e dare un senso a questa vita comunitaria, alla quale tutti partecipano. Questo evidentemente esige da noi il ritrovamento di uno scopo per questa comunità umana. Ciò cambierà la politica di forza che ha sempre retto le relazioni internazionali? Lo si può sperare. Anche nel passato vi sono stati segni di qualcosa di diverso o almeno in passato si è sempre detto che le donne, i bambini e anche gli uomini come individui privati, non dovrebbero essere uccisi. È molto deplorevole che la tecnica moderna abbia prodotto guerre che hanno rinnegato questi principi di condotta. Noi abbiamo visto nel nostro secolo che la distruzione della guerra è una distruzione totale. Dunque siamo in presenza di un fatto ambiguo, ambivalente. Da un lato noi siamo la generazione più violenta di tutta la storia; dall'altro noi siamo i più consapevoli, noi sappiamo ciò che facciamo, noi ce ne pentiamo - solo un pazzo non se ne pentirebbe. Siamo obbligati e costretti a risolvere questo problema. La grossa difficoltà è che non abbiamo una soluzione già pronta da esperire. C'è dunque uno stato di dubbio generalizzato insieme con un sognare della speranza. Siamo tra due mondi, tra due storie forse. Io non posso essere rassicurante, ma neppure posso dire che ci avviamo verso la totale decadenza.

Intervista di Antonio Gargano. Traduzione di Brunello Lotti. L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia