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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Etica e scienza

Evandro Agazzi

Vita, Opere, Pensiero:
Evandro Agazzi è nato a Bergamo il 23 ottobre 1934. Allievo di Gustavo Bontadini e di Ludovico Geymonat, Evandro Agazzi ha compiuto gli studi di filosofia presso l'Università Cattolica di Milano e di fisica presso l'Università Statale di Milano. In seguito si è perfezionato all'Università di Oxford, a quella di Marburg ed a quella di Münster; Dal 1963 è libero docente in Filosofia della scienza e dal l966 in Logica matematica. Dal l970 è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l'Università di Genova e dal l979 detiene la cattedra di Antropologia filosofica, Filosofia della scienza e Filosofia della natura presso l'Università di Fribourg in Svizzera.

Opere Principali:
Introduzione ai problemi dell'assiomatica, 1961; La logica simbolica, 1964 [1990]; Temi e problemi di filosofia della fisica, 1969; Le geometrie non euclidee e i fondamenti della geometria (con Dario Palladino), 1978 [1998]; Weisheit im Technischen, 1986; Filosofia, scienza, verità (con Ludovico Geymonat e F. Minazzi), 1989; Il bene, il male e la scienza, 1992; Cultura scientifica e interdisciplinarità, 1994; Filosofia della natura, scienza e cosmologia,1995; Paideia, verità, educazione, 1999, La Scuola; Il concetto di verità nel pensiero occidentale (con Marsonet Michele e Angelino Carlo), 2000; Dall'aeropago a Internet. Quale dialogo nella società globalizzata? (con Alici Luigi e Dupuis Jacques), 2002; Scienza (con Giuseppe Bertagna), 2008

Pensiero:
I settori ai quali Evandro Agazzi ha rivolto prevalentemente i suoi interessi sono stati: la filosofia generale della scienza, la filosofia di alcune scienze particolari (matematica, fisica, scienze sociali, psicologia), logica, teoria dei sistemi, etica della scienza, bioetica, storia della scienza, filosofia del linguaggio, metafisica antropologia filosofica, pedagogia. Attualmente le sue ricerche riguardano per un verso la caratterizzazione dell'oggettività scientifica e la difesa di un realismo scientifico basato su un approfondimento delle nozioni di riferimento e di verità, con le relative implicazioni di tipo ontologico, per un altro l'approfondimento del concetto di persona e delle varie conseguenze che ne derivano, in particolare nel campo della bioetica. La riflessione di Evandro Agazzi assume come punto di partenza la necessità gnoseologica di stabilire nella conoscenza scientifica la più perfetta forma di conoscenza oggi a disposizione dell'uomo. Su questa base, anche i metafisici devono necessariamente passare per l'epistemologia, intesa come fondazione delle strutture metodologiche della scienza. L'epistemologia come la intende Agazzi assume la scienza come un sapere oggettivamente rigoroso: ma l'oggettività in questione non è quella metafisica delle essenze o quella fisica delle qualità, bensì un'oggettualità e intersoggettività. Sulla base di questi due punti, come Agazzi specifica nel suo celebre libro intitolato Temi e problemi di filosofia della fisica, l'oggetto di una disciplina scientifica è la cosa, esaminata da un punto di vista tale per cui il ricercatore si pone grazie a una precisissima impostazione metodologica, tramite la quale ritaglia su una cosa un aspetto (oggettività), condiviso dai ricercatori che accettano gli stessi criteri di oggettivazione (intersoggettività). Il rigore scientifico cessa di essere inteso in senso dialettico e confutatorio o in senso matematico e quantitativo: è piuttosto inteso nel senso di dar ragione tramite l'immediato empirico o il mediato logico. In questa prospettiva, la scienza assume la forma di un linguaggio che parla di un universo di oggetti. La configurazione della scienza è caratterizzata da quattro peculiarità:
- è realistica, giacché fa costante riferimento alla realtà;
- è relativa, giacché costituisce il proprio oggetto;
- è rigorosa, giacché ha una valenza che è sia logica sia linguistica;
- è responsabile, giacché si pone il problema etico delle conseguenze che da essa scaturiscono.
Per Agazzi, la filosofia non deve però limitarsi a fare queste riflessioni sulla scienza: deve anche operare un'incessante ricerca del fondamento, sia attraverso la critica dello scientismo e dell'ideologismo, sia attraverso la proposta di quello che Agazzi chiama in I compiti della ragione un uso costruttivo della ragione: quello che si avvale dell'argomentazione, quello che cerca di comprendere e, al massimo, di persuadere.

 

Le implicazioni etiche della scienza e della tecnica

Professor Agazzi, come vede nella nostra epoca il problema della libertà di ricerca?

Il problema della libertà di ricerca riguarda, nella discussione attuale, la scienza e soprattutto la tecnologia. Non senza una certa ragione la tecnologia è considerata come una proiezione quasi immediata della scienza e, se non proprio identica, coinvolta in modo molto forte dalla scienza applicata.

Il problema della libertà di ricerca apparentemente non dovrebbe sussistere. Tutti ritengono infatti che la nascita della scienza moderna nell'epoca rinascimentale, con Galileo in particolare, abbia costituito un'autentica conquista dell'umanità, non soltanto perché ha portato nuove conoscenze, nuove applicazioni, ma, soprattutto, perché ha significato la rivendicazione della libertà di pensiero, della libertà di ricerca. E' chiaro allora che il problema che si pone oggi non è semplicemente quello di valutare fino a che punto si possa frenare l'applicazione scientifica, l'acquisizione di nuove conoscenze scientifiche. Ci si chiede piuttosto, in modo più radicale, se non c'è il rischio di tornare ad una involuzione della mentalità dell'Occidente verso forme di oscurantismo.

Come deve essere posta invece la questione?

Mi sembra allora che il problema non sia chiaramente formulabile se non si distinguono alcuni aspetti. Quando si parla di libertà di ricerca probabilmente si intende in un primo senso sottolineare l'autonomia che ogni disciplina ha all'interno del suo campo. Autonomia significa che spetta a ogni singola disciplina determinare all'interno del proprio ambito quali sono i criteri di accertamento dei dati e di validità delle spiegazioni.

La libertà di ricerca coinvolge in particolare il rispetto di questi confini, ma può coinvolgere anche qualche cosa di più: finché lo scienziato svolge la sua ricerca bisogna che sia completamente libero di fare quello che vuole. E' proprio su questo punto che si innesta un problema di estrema difficoltà, perché c'è una differenza tra il conoscere e il fare e la scienza non è semplicemente un conoscere. Non basta l'osservazione per fare scienza, e ancor meno per fare tecnologia; bisogna anche operare. E, se non esistono conoscenze o verità moralmente vietate, tutte le azioni umane sottostanno invece al giudizio del lecito o dell'illecito. Quindi anche quelle azioni che vengono poste in atto per realizzare la conoscenza scientifica o il progresso tecnologico possono essere oggetto di valutazione morale e perciò eventualmente anche di limitazioni.

E la scienza pura, che non si pone altra prospettiva che la ricerca del vero, è esente da giudizi e limitazioni morali?

Mentre è chiaro che la scienza applicata non potrebbe esserlo, per le conseguenze a cui può condurre, anche la scienza pura, nonostante le apparenze, non è esente da considerazioni e da limitazioni di carattere morale, poiché soltanto il fine della scienza - la conoscenza della verità - è assolutamente lecito, o persino meritevole, dal punto di vista morale. Si dice perciò che non si deve pretendere di esercitare altre forme di giudizio morale sulla scienza pura. Ma questo non basta perché una azione, dal punto di vista morale, va giudicata non solo tenendo presenti i suoi fini, ma anche i mezzi, le circostanze, le conseguenze.

Per esempio nell'ambito della scienza sperimentale non basta pensare o guardare, bisogna invece fare, manipolare, disporre dell'oggetto della ricerca secondo le intenzioni del ricercatore. Non c'è niente di pregiudizialmente negativo o sinistro, dunque, nell'idea del manipolare, e tuttavia si fa qualche cosa su ciò che è oggetto di studio.

Oggi si discute moltissimo se sia o non sia lecito sperimentare su embrioni; è un altro caso in cui, anche se il fine è l'acquisizione della verità, o, sul versante pratico, la scoperta di terapie utili, il mezzo, cioè lo sperimentare su embrioni, può essere legittimamente sottoposto a discussioni morali e quindi eventualmente si può dire che questo caso non è lecito.

Dobbiamo concludere quindi che l'attività dello scienziato e del tecnologo dev'essere sottoposta al diritto d'intervento e di censura di chi è più competente di lui in fatto di morale, del moralista o magari del teologo?

Questa è una conseguenza troppo affrettata. Non si tratta di dire che l'attività dello scienziato e del tecnologo debbono stare sotto tutela di altri, ma si tratta di riconoscere che la competenza necessaria per dirigere il corso della scienza e della tecnica non si trova totalmente all'interno della scienza e della tecnica. In realtà ciò che conta è riconoscere che c'è una sfera della riflessione umana che è la morale, la quale si occupa specificamente delle norme dell'azione umana, del dover essere e del dover fare, degli obblighi e dei valori.

E' chiaro che ci sono anche persone che si occupano in modo particolare di questi problemi, e che, verosimilmente, nell'analisi di essi raggiungono un livello di approfondimento superiore a quello che viene raggiunto da altri, compresi gli scienziati e i tecnologi, però questo non significa che queste persone, se attingono i loro criteri di moralità in una religione, abbiano poi il diritto di imporre agli altri un giudizio di valore.

L'obiettivo è, secondo me, quello di un feedback fra tutti, perché anche il moralista e il teologo sono, come gli scienziati e i tecnologi, per così dire "specialisti" che hanno una competenza riconosciuta e riconoscibile, ma limitata.

Allora in particolare quando si tratta di passare dal discorso generale della morale, che riguarda gli obblighi, i doveri, i valori, le norme, ai discorsi concreti, particolari che riguardano ad esempio l'esercizio di una certa attività scientifica, di una certa realizzazione tecnologica, di una certa pratica sperimentale, di una certa terapia, di una certa manipolazione, non basta avere in generale il principio, sia esso un principio morale generale, sia esso un principio di ispirazione religiosa; bisogna invece applicarlo alle situazioni concrete. Allora è chiaro in questo caso che inevitabilmente la competenza del moralista o anche del teologo, non può da sola trovare soluzioni, se non si integra con il feedback che proviene dalla competenza scientifica e tecnologica.

Ma il problema è soprattutto questo: anche l'elaborazione di norme, di principi morali da parte degli specialisti non può diventare operativa se non nel momento in cui è accolta dalla coscienza di ciascuno. Alla coscienza dello scienziato, del tecnologo, di chi si avvale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, nessuno può imporre un imperativo che non sia accettato dalla coscienza stessa. E' semplicemente un aiuto che può venire dal competente a chiarire il problema e a precisare i termini di una scelta che deve poi sempre restare una scelta di coscienza individuale.

Su quale base allora potrebbe istituirsi questa regolamentazione morale dell'attività scientifica e tecnologica?

Ritengo che qui il concetto-cardine sia quello di "responsabilità", perché quella della responsabilità è l'unica figura che può conciliare contemporaneamente la libertà da una parte e il rispetto di una norma morale dall'altra. Infatti non ha senso parlare di responsabilità se non si è liberi; una persona che non è libera non può essere responsabile di quello che fa.

Proprio perché ha potuto liberamente scegliere quello che ha fatto poi possiamo ritenere una persona responsabile di ciò che ha fatto. Questa libertà è però una libertà di scelta tra qualcosa che è dovuto e qualcosa che è vietato; l'aspetto della norma, dell'obbligo morale entra nella considerazione della responsabilità. Norma e obbligo devono quindi essere accettati e riconosciuti dalla coscienza. Quindi nel concetto di responsabilità è presente, come abbiamo visto, il riconoscimento che non tutto si può legittimamente fare e che è alla mia libertà che viene proposto il limite che io stesso debbo moralmente imporre alle mie azioni e quindi alla stessa libertà di azione.

Chi altro dunque deve assumersi questa responsabilità?

Questo è appunto un discorso che riguarda tutti; apparentemente quello che ho detto potrebbe essere interpretato con l'idea che, per non togliere la libertà alla scienza e alla tecnica e, nello stesso tempo, salvare il rispetto delle esigenze morali, sociali e politiche, dobbiamo caricare sulle spalle della comunità scientifica la responsabilità di ciò che fa. La soluzione è sbagliata per diverse ragioni; anzitutto perché gli scienziati e i tecnologi non sono competenti rispetto al bene e al male più di quanto lo siano gli altri. Allora è chiaro che questa responsabilità non può essere caricata sulle loro spalle con la pretesa che debbano, all'interno del loro ambito di competenza e soltanto in quello, risolvere questo tipo di problemi. E' infatti proprio attraverso un coinvolgimento della loro presenza e della loro attività rispetto a tutto il contesto della società umana che ricevono quei feedback di cui ho parlato.

Ma bisogna considerare un altro elemento: la comunità scientifica, tecnologica ha già, per il fatto di sapere certe cose, un potere così forte che non sarebbe saggio per l'umanità aggiungere a questo potere, che deriva dal conoscere, anche l'ulteriore potere che deriva dal decidere che cosa fare di queste conoscenze. Ciò significherebbe davvero consegnarci ad una tecnocrazia elevata al quadrato e non abbiamo certamente bisogno di fare questa scelta.

Qual è allora la soluzione? Tutti dobbiamo sentirci responsabili non solo dell'esercizio delle nostre attività, ma anche dell'esercizio delle attività degli altri, cioè anche di un esercizio della scienza e della tecnica, che sia conforme alle esigenze morali, sociali e politiche della nostra società. E' perciò l'idea di partecipazione quella che mi sembra offrire una possibilità di soluzione; è necessario che ciascuno, come uomo, come cittadino, si senta coinvolto nella gestione responsabile di ciò che costituisce la vita della civiltà contemporanea e quindi del modo con cui viene gestita l'attività di ricerca scientifica e tecnologica con le sue applicazioni.

Allora è chiaro che, se all'interno della collettività si suscita questo ethos di una gestione responsabile da parte di tutti, anche la comunità scientifica, senza essere caricata ingiustamente dell'intera responsabilità di una gestione corretta della scienza e della tecnica, aiuterà a percorrere questa stessa strada.

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Intervista di Ennio Galzenati, pubblicata su "L'Unità" del 28 aprile 1997