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Lunedì, 21 Agosto 2017

Etica e scienza

di Jean Bernard

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
(26 maggio 1907, Parigi - 17 aprile 2006, Parigi)
Medico, ematologo di fama mondiale, a cui si deve una capitale scoperta per combattere la leucemia, è divenuto importante punto di riferimento nel dibattito sulle norme etiche in connessione agli sviluppi della scienza. Per molti anni direttore dell'Istituto Pasteur, è stato Accademico di Francia dal 1975 ed è stato dal 1983 presidente del Comitato etico nazionale per le scienze della vita e della salute.

Opere:
Grandezze e tentazioni della medicina
(Milano, 1974), L'uomo cambiato dall'uomo (Milano, 1978); Et l'âme? demande Brigitte (Paris, 1987); C'est de l'homme qu'il s'agit (Paris, 1988); De la biologie à l'éthique (Paris, 1990).

Pensiero:
Jean Bernard promuove l'idea della piena responsabilità del ricercatore di fronte alle conseguenze delle scoperte scientifiche, individuando i principi etici fondamentali nel rispetto della persona e nella inammissibilità del lucro nella ricerca.

Jean Bernard indica due tipi di rivoluzione nel campo della medicina: una terapeutica, legata alla scoperta di nuovi medicinali, l'altra biologica, connessa alla scoperta del codice genetico. La prima investe solo il mondo medico e l'esercizio della medicina, la seconda coinvolge l'intera collettività umana. Affrontando il tema della bioetica e del diverso modo in cui viene concepita, J. Bernard sottolinea le grandi differenze storiche e culturali nella definizione delle norme che devono guidare la ricerca scientifica. Nel rapporto tra progresso scientifico e responsabilità etica ci possono essere due atteggiamenti diversi: la rinuncia ad assumersi la responsabilità delle conseguenze delle scoperte scientifiche o la posizione inversa, per cui si ha la piena accettazione etico-morale delle conseguenze dell'indagine scientifica; J. Bernard auspica uno stretto rapporto tra etica e progresso scientifico soprattutto nell'ambito dell'indagine embriologica. Egli mette inoltre in relazione il progresso scientifico con la saggezza filosofica parlando di una discordanza tra i due tipi di progresso. Viene illustrata la nascita del Comitato di Etica, definito il concetto di persona e trattati importanti problemi etici, relativi al momento iniziale e finale della vita. I principi del Comitato Etico sono: a) rispetto della persona, b) disciplina nella ricerca, c) responsabilità dei ricercatori nella loro prassi scientifica, d) inamissibilità del lucro nella ricerca. J. Bernard torna sul concetto di persona umana dandone due definizioni: essa si qualifica nella sua unicità grazie al gruppo sanguigno, oppure in base al sistema nervoso e alla connessa capacità di apprendimento.

Intervista

Prof. Bernard, lo sviluppo della ricerca scientifica offre oggi all'uomo grandi possibilità rispetto al passato, che tuttavia mostrano di comportare rischi assai gravi dal punto di vista etico. In che termini il Comitato Nazionale di Etica ha affrontato tali questioni? Esso si è proposto di richiamarsi a una razionalità dei valori o si è piuttosto orientato in senso pragmatico?

Durante i lavori del Comitato Nazionale di Etica, che ho l'onore di presiedere, ci siamo confrontati con questo problema fin dall'inizio. Ci siamo chiesti quale doveva essere il nostro metodo: se bisognava cominciare da una riflessione sui principi fondamentali o, al contrario, affrontare direttamente i problemi pragmatici, così come si presentavano quotidianamente, riguardo agli sviluppi della ricerca biologica. Abbiamo adottato il secondo metodo, vale a dire che abbiamo esaminato e studiato le conseguenze, sul piano etico, dei progressi intervenuti nel campo della biologia, operando una distinzione tra due tipi di progressi avvenuti nella scienza in generale negli ultimi 50 anni. Vi sono, da un lato, le conseguenze di ciò che si può chiamare una rivoluzione terapeutica determinata dall'avvento dei sulfamidici, della penicillina etc. tra il 1937 e il 1960, farmaci che hanno cambiato la sorte degli uomini, permettendo la vittoria su un gran numero di malattie - setticemie, tubercolosi, sifilide - una volta mortali. Si trattava di una rivoluzione empirica, come sta a testimoniare la storia, ben nota, della scoperta della penicillina da parte di Fleming, che fu - come si disse - "un'alleanza del caso con il genio". La rivoluzione successiva è, al contrario, una rivoluzione razionale, vale a dire che ormai gli scienziati cercano di applicare alla biologia e alla medicina le stesse regole che governano le altre scienze. Cosicché le malattie vengono oggi definite da quella che è stata chiamata "patologia molecolare", cioè dai mutamenti del comportamento chimico dei tessuti molto più che non dalle lesioni anatomiche. Si è riusciti inoltre a scoprire il codice genetico, le leggi che governano la formazione della vita. Ora, questa seconda rivoluzione - nota come la rivoluzione biologica - dà all'uomo ciò che abbiamo proposto di denominare le tre padronanze: padronanza della riproduzione, dell'ereditarietà e del sistema nervoso. Se la prima rivoluzione, quella terapeutica, poneva dei problemi soprattutto ai medici e all'esercizio della medicina - e naturalmente ai malati -, la seconda rivoluzione pone problemi all'intera collettività, alle società umane nel loro complesso. Il lavoro del Comitato Etico, impostato sui temi basilari dell'ereditarietà, della riproduzione e del sistema nervoso, ne ha rilevato i dati fondamentali, passando poi a concentrare l'attenzione su problemi più generali: abbiamo dedicato l'anno 1987 alla "persona umana". È stato redatto un rapporto con il contributo di filosofi, teologi, sociologi, medici e biologi, finalizzato a un tentativo di definizione della "persona", precisandone gli elementi costitutivi. L'anno seguente abbiamo intrapreso una seconda serie di studi sulla "conoscenza", ossia sui limiti della ricerca, per stabilire fin dove è lecito arrivare. In sostanza, le attività del Comitato Etico sono orientate in due direzioni fondamentali, quelle della "persona" e della "conoscenza". Non è come se parlasse Platone, o Aristotele, ma ci si avvicina necessariamente a impostazioni filosofiche e speculative.

In che misura si può ritenere che le norme etiche chiamate in causa da una riflessione sulle conseguenze e gli eventuali limiti della ricerca scientifica abbiano un fondamento oggettivo, razionale, siano cioè universalmente valide?

Lei propone una questione molto importante e, per tentare una risposta, potrei cominciare evocando due ricordi personali, l'uno del passato, l'altro piuttosto recente. Quello più vecchio è il seguente: quando ero studente in medicina, frequentavo, presso gli ospedali parigini, le sedute dimostrative dell'Accademia di Medicina e, nel 1936 - dunque sono passati più di 50 anni - un eminentissimo docente fece la proposta, con una sua comunicazione scientifica, di introdurre una sonda nelle vene del braccio e di spingerla su fino al cuore, per analizzare i gas e i contenuti delle quattro cavità cardiache, le due orecchiette e i due ventricoli. La Segreteria dell'Accademia respinse la comunicazione impedendone la pubblicazione, in quanto immorale e contraria all'etica professionale. Qualche anno dopo, uno studente tedesco, Werner Forssmann, ebbe il coraggio di compiere l'esperimento su se stesso, dimostrando che era attuabile e senza rischi - esso si chiama, nel linguaggio medico, "cateterismo cardiaco" ed è stato all'origine di tutti i progressi compiuti nella chirurgia del cuore. Vi sono stati, l'anno scorso in Francia, 25 mila interventi del genere, ma nel 1936 esso era considerato "immorale". Il secondo caso è più recente, di un anno fa. Il Comitato Etico francese ha una buona reputazione all'estero, e sono stato invitato all'apertura del Congresso Giapponese di Bioetica. Mi è stato chiesto di esporre i risultati del lavoro svolto dal nostro Comitato. Dopo di me è intervenuto il secondo oratore, un prete buddista di rango elevato, il quale ha detto all'incirca: "ho ascoltato con molto interesse il nostro ospite francese ma io, buddista, devo dire che non conosco il giorno della mia prima nascita, della mia seconda o della mia terza nascita, né le forme animali successive che ho assunto nel corso delle metempsicosi, per cui tutte queste faccende di geni, di fecondazioni in vitro e così via, sono molto distanti dalle mie preoccupazioni". Questi due richiami, uno storico e uno geografico, indicano con chiarezza che vi è, necessariamente, un'evolversi delle concezioni circa la nozione di bioetica. Il che non significa che non vi siano i dati fondamentali - e ne parleremo in seguito -, ma che occorre tener comunque conto della storia e dei cambiamenti successivi: certi avvenimenti che ci sembrano del tutto naturali, o normali, oggi, erano considerati immorali da eminenti accademici e scienziati 50 anni fa. E per altro verso, la morale buddista è molto diversa dalla morale delle religioni giudaico-cristiane occidentali. Anche rispetto a paesi con una civiltà alquanto vicina alla nostra vi sono grandi differenze.

Abbiamo visto che i valori etici in base ai quali orientiamo la nostra valutazione dei rischi legati ai progressi della scienza variano a seconda delle culture e delle epoche a cui facciamo riferimento. Come si può allora arrivare a stabilire se sia necessario o meno porre un limite allo sviluppo della ricerca?

Sino a un'epoca ancora recente, la risposta che si dava era piuttosto netta. Non si deve, in nessun caso, arrestare il progresso della scienza. Agli albori del secolo vi erano epidemie e malattie infettive: i bambini morivano di meningite tubercolare, di difterite maligna, di croup. Se non ci fossero stati i progressi della ricerca essi morirebbero ancora oggi. Tuttavia da qualche anno assistiamo a progressi tali da essere indotti a chiederci se non vi sia un limite da porre ai traguardi della conoscenza. Si è ormai in grado di ottenere la riproduzione in vitro, in laboratorio, e chissà che, tra 50 o 100 anni, tutta la gravidanza non possa svolgersi in cellule artificiali, fuori dal corpo femminile, ciò che si chiama, nel gergo degli specialisti, "ectogenesi". Ecco, se ciò sia ammissibile o meno è un problema che potrebbe porsi. Alcuni gruppi di scienziati progettano di produrre degli ibridi tra specie animali diverse: è moralmente accettabile? In altri settori è certo che ben presto saremo capaci di modificare il patrimonio genetico di un individuo. Per il momento si è osato farlo per il colibacillo. Il mio caro amico, e grande biologo, Jacques Monod, si è espresso una volta in modo incisivo, dicendo: "ciò che è vero per il colibacillo, è vero anche per l'elefante". Ora questo non è totalmente esatto, ma contiene una grande verità, e anche su questo piano possono sorgere molti interrogativi.

Ma veniamo al sistema nervoso. Per molto tempo non si è riusciti a trapiantare le cellule nervose. Ma ormai si comincia a poterlo fare: in alcuni laboratori, in Scandinavia, in Messico, negli Stati Uniti, in Francia, sono in corso esperimenti di innesto di cellule nervose per il trattamento di gravi affezioni, come il morbo di Parkinson e altre malattie degenerative. Se s'impiantano cento cellule nervose non ha grande importanza, ma se sono miliardi le cellule impiantate si sarà cambiato completamente l'individuo. È lecito? Vi è dunque motivo, attualmente, di una riflessione molto seria e impegnativa su questo punto. Non bisogna dimenticare, tenendo conto dell'esperienza, che vi sono in genere due tipi di scienziati. Alla prima categoria appartiene il ricercatore "Ponzio Pilato": "Questa è la mia scoperta. Delle conseguenze me ne lavo le mani: che la società si arrangi". La seconda categoria è quella del ricercatore "infelice", continuamente in dubbio se proseguire o no nelle sue ricerche. Devo dire che praticamente ogni ricercatore onesto e pensoso, a un certo punto, s'imbatte nel dubbio, è combattuto da un sentimento simile, sia perché la ricerca procede troppo rapidamente, sia perché va troppo a rilento. Personalmente, ho dedicato molti anni della mia vita alla lotta contro la leucemia infantile: abbiamo ottenuto i primi risultati nel 1947, con qualche miglioramento clinico, e la prima guarigione nel 1970. In quei 23 anni più volte ci siamo chiesti se valesse la pena continuare, visti i risultati scoraggianti. Abbiamo insistito, e ormai i due terzi di questi bambini possono guarire. Tanto la lentezza quanto la rapidità degli esiti possono quindi motivare la perplessità. Vediamo però oggi diffondersi un terzo tipo, estremamente interessante, di ricercatore, attento e cosciente della propria responsabilità, il quale si impegna in nuove ricerche per correggere gli eventuali effetti dannosi delle ricerche precedenti. Farò un esempio che renderà più chiari i termini della questione: conoscete la gravità dei problemi legati ai cosiddetti embrioni in eccedenza. Dalla selezione oggi necessaria per la fecondazione in vitro residuano solitamente 4 o 5 embrioni di cui non si sa che fare. Ebbene, fra 4-5 anni a essere ottimisti, o 8-10 anni a voler essere pessimisti, saremo in grado di congelare gli ovuli - ciò che attualmente non è possibile fare, per cui si devono preparare immediatamente gli embrioni tenendo conto del margine d'incertezza circa la loro riuscita. Ma, tra qualche anno, si avrà da un lato lo sperma, dall'altro gli ovuli disponibili nel tempo, e non occorreranno più le prove di attecchimento che sono la causa dell'eccedenza di embrioni. Un progresso della conoscenza avrà dunque risolto un problema morale, che appariva in precedenza senza via d'uscita. La questione è dunque estremamente complessa. Se ne avessi il potere - come ho detto il Comitato francese non ha poteri: è soltanto consultivo, e ciò è un'ottima cosa - mi sembra che una soluzione sarebbe quella di limitare a un numero ristretto di centri scientifici la facoltà di proseguire le ricerche nei settori più delicati. Se tali ricerche sono disseminate un po' dovunque si rischia una catastrofe. Se permettiamo a un gruppo limitato di persone, di alto valore tecnico, e di alto valore morale, di continuare, possiamo limitare i rischi ineliminabili e ci resta la speranza di acquisire risultati utili. Abbiamo parlato degli embrioni. Ebbene, niente somiglia di più a una cellula embrionale che una cellula cancerosa. Cessare la ricerca sugli embrioni potrebbe significare, forse, ostacolare la scoperta di una cura per il cancro. In questo senso l'incertezza della posta in gioco rende più ardua la questione. Rimane inoltre da considerare il problema della discordanza. Se mettiamo a paragone Archimede ed Einstein non possiamo stabilire chi era il più intelligente, ma sta di fatto che il potere di Einstein era incommensurabile con quello di Archimede. I progressi della scienza, in 2500 anni, sono stati straordinari: assistiamo, da una cinquantina di anni, a un'accelerazione prodigiosa della conoscenza scientifica: al tempo stesso, però, non troviamo un progresso analogo della morale, o della filosofia, sui dati fondamentali e di principio. Ho paragonato Einstein e Archimede, ma se mettiamo a confronto Platone e - senza far nomi per discrezione - un filosofo contemporaneo, non ci rimane che constatare che non cè stato alcun progresso. Da Platone fino a noi, la filosofia non ha compiuto evidenti progressi. In linguaggio darwiniano questo fenomeno si chiama appunto "discordanza". Per fare un esempio molto remoto nel passato, pensiamo ai grandi rettili dell'Era secondaria, i quali avevano un corpo enorme e un cervello minuscolo, e sono scomparsi. La discordanza è infatti un fenomeno estremamente pericoloso per una specie, e può comportare la sua estinzione. È questo il problema che attualmente si pone di fronte al genere umano: discordanza tra i rilevanti progressi della scienza e l'assenza di progressi della saggezza e della filosofia.

Durante il nazismo furono effettuati esperimenti sugli ebrei, utilizzati come cavie viventi. Pur senza giungere a tali orribili estremi, senza dubbio la sperimentazione scientifica pone il problema del rispetto della persona. Quali sono i criteri che devono guidare in questo senso l'attività di ricerca?

Effettivamente sono stati i terribili avvenimenti del periodo hitleriano a segnare l'inizio dello sforzo di sensibilizzazione verso un'etica medica al quale assistiamo al giorno d'oggi. Penso che occorra distinguere, tuttavia, i quesiti di non difficile soluzione da quelli più ardui e complicati. Non è molto difficile, per cominciare, la definizione della "persona" in quanto tale: l'adulto, nel pieno possesso delle sue facoltà, cui si deve un rispetto assoluto, senza che si possa accettare la minima deroga a questo principio. Vorrei dire, per inciso, che non solo gli esperimenti nazisti erano scandalosi sul piano morale, ma erano anche inutili, e non hanno comportato alcun progresso al livello scientifico. L'unico caso concepibile di esperimento sull'uomo è quello del medico, o del biologo, su se stesso: presso l'Istituto di Ricerca sulle Malattie del Sangue, che ho a lungo diretto, quando il mio collega e amico Jean Dosset ha fatto la grande scoperta del sistema HLA, che gli è valso il Premio Nobel, gli addetti al laboratorio si sono volontariamente prestati a esperimenti, trapiantandosi l'un l'altro piccoli lembi di pelle, per verificare le compatibilità ematiche con le nuove nozioni utili per trapianti di organi. Questo era moralmente ineccepibile. Se, dunque, l'adulto va rispettato in assoluto, vi sono però dei problemi, per così dire, alle due estremità della vita. Il primo sorge allorché una grave malattia, o un incidente, abbia alterato le funzioni mentali - anche solo in parte dell'individuo: ciò che, nel linguaggio medico, chiamiamo "uno stato confusionale permanente". Vi sono stati tentativi, in Francia - per fortuna non molti - da parte di uomini di scienza, di medici, di utilizzare questi sventurati; il Comitato Etico, consultato in proposito, è stato fermissimo su questo punto, dichiarando che il soggetto, finché è in vita, anche se ha perduto una parte delle sue facoltà mentali, va rispettato pienamente. Ma i problemi si fanno ancora più difficili all'altro estremo: cioè all'inizio della vita. Fino a non molto tempo fa, si pensava comunemente - medici compresi - che la vita cominciasse alla nascita. Oggi sappiamo invece che essa comincia all'atto del concepimento, e il grande problema che si discute attualmente è se si deve rispettare il feto durante la vita intrauterina, così come si rispetta il bambino già nato. Non è un quesito nuovo: sull'argomento si erano esercitati i teologi cristiani del Medio Evo, i quali adoperavano una significativa espressione, ossia l'aggettivo "potenziale": l'embrione, il feto, erano potenziali persone umane, avevano la potenzialità di diventare persona e dunque, a questo titolo, il diritto di essere rispettati. Per altro, occorre distinguere la "vita" dalla "persona": lo spermatozoo e l'ovulo sono vivi, ma non sono persone; occorre che l'ovulo sia fecondato perché vi sia la persona. Naturalmente vi sono molte dispute a questo proposito. Tuttavia noi riteniamo che bisogna rispettare l'embrione dal primo momento in cui esso esiste. Ciò non significa che non vi siano casi in cui vi è contrasto e opposizione tra due diverse esigenze etiche. A proposito della interruzione volontaria di gravidanza, posso rammentare una vicenda drammatica che ho vissuto personalmente l'anno scorso; avevo in cura una donna molto povera e sfortunata, che aveva già due figli, purtroppo due maschi emofilici entrambi. Questa giovane aveva il coraggio di portare avanti da sola e con grandi sacrifici i due bambini. Come sapete è già difficile badare a un solo emofilico, stando attenti che non cada, che non si procuri la minima escoriazione etc. La donna rimase incinta per la terza volta, e risultò dagli esami diagnostici che il nascituro era anch'esso emofilico. La donna, cattolica osservante, chiese di abortire. Furono consultati dei sacerdoti, molto imbarazzati sul da farsi: lasciar proseguire la gestazione, sapendo che, con tre bimbi emofilici, si sarebbe messa a repentaglio la vita di ognuno di loro, oppure uccidere l'ultimo con l'aborto? Ma il Signore, o la provvidenza, ebbero pietà di noi: ci fu un aborto spontaneo. Non si è dovuto decidere, ma ciò dimostra come, in certi casi, vi sia contrasto tra due doveri morali opposti.

Ci vuole esporre, in sintesi, quali sono i principi cui si ispirano i comitati etici nella regolamentazione dell'attività di ricerca e della pratica medica?

Credo vi siano essenzialmente quattro principi: il primo concerne il rispetto della persona. Vi sono sempre rischi di deviazione. Per fare un esempio, quando esce un nuovo prodotto farmaceutico si ha il dovere di provarlo su persone sane, su volontari, prima di distribuirlo ai malati. Tuttavia la nozione di volontario sano è diversamente intesa a seconda dei Paesi. Mi è capitato, una ventina d'anni fa, di tenere una conferenza sulle cause delle leucemie: dopo la mia esposizione, il professore di cui ero ospite chiese agli studenti: "Avete ascoltato il collega francese. Chi di voi si offre volontario, per farsi inoculare sangue leucemico? 50 dollari, e promozione assicurata agli esami". Non sono mancate le alzate di mani, e fortuna che finora nessuno è riuscito a trasmettere le leucemie in questo modo. In Germania, alcune industrie farmaceutiche hanno, per così dire, funzionarizzato i volontari: stipendio mensile per un posto di volontario. Questo non ci pare accettabile. Perciò abbiamo un progetto in corso di approvazione, che prevede a) il controllo dei volontari, che siano veramente tali b) che soltanto il Ministero della Sanità stabilisca l'ammontare dell'indennità e c) che non si possa superare una determinata somma annua totale. Il secondo principio concerne la disciplina della ricerca, a proposito della quale occorre compiere un'opera d'informazione e di formazione presso i ricercatori. Ve ne sono di due tipi, in quasi tutti i paesi: i ricercatori teorici di base e quelli che si occupano delle ricerche applicate. Questi ultimi sembrano, in genere, molto più sensibili al problema. Prima del Comitato Nazionale, ho presieduto il Comitato Etico dell'Istituto Nazionale della Ricerca Medica. In Francia è un'istituzione statale che governa la ricerca medica, e procede nel modo seguente: un ricercatore propone un programma di ricerca e chiede un'apertura di credito statale. Il programma viene esaminato dalla commissione scientifica competente la quale, se lo giudica interessante e lo approva, lo dichiara meritevole della sovvenzione. Ma può dire: attenzione! Vi è un problema di etica, e quindi lo invia alla commissione etica, che lo prende in esame ed ha un potere non indifferente: se lo ritiene inaccettabile, il ricercatore non avrà il finanziamento. Peraltro, l'esperienza ci ha indicato che le vittime potenziali sono sempre le stesse: neonati, donne incinte, vecchi, alienati, cioè le persone deboli. È bastato che, per due-tre anni, il Comitato respingesse i progetti che coinvolgevano questi indifesi, perché i ricercatori comprendessero la lezione e si avesse un effetto pedagogico positivo, per quanto riguarda la ricerca applicata. Al contrario, i ricercatori di base hanno una forte tendenza a dire: lasciateci in pace. Facciamo una ricerca fondamentale e non dobbiamo essere disturbati dalle vostre questioni di morale o di etica. Siamo ben lontani dalle possibili applicazioni; lasciateci continuare. Per buona sorte si è però delineata una via di soluzione: le grandi riviste scientifiche americane, e poi anche quelle europee, hanno cominciato a esigere il parere di un comitato etico prima di pubblicare un lavoro scientifico. Questo obbliga anche i ricercatori di base a sottoporre i loro lavori al vaglio di comitati etici facendo sì che anche questo settore rientri un po' nell'ordine. Il terzo principio da osservare interessa direttamente la coscienza degli stessi ricercatori, che devono tendere a limitare i danni connessi alla ricerca stessa. Infine, il quarto principio capitale è il rifiuto del denaro, l'inammissibilità del lucro, con il massimo rigore. Questi sono i quattro principi sui quali si basano, un po' ovunque nel mondo, le attività dei comitati etici e a cui si ispirano i canoni della nuova disciplina denominata bioetica.

Tra i principi ispiratori della bioetica Lei ha menzionato l'inammissibilità del lucro. Non le sembra tuttavia che la ricerca scientifica sia fortemente influenzata dalla ricerca del profitto?

È vero che la maggior parte delle difficoltà che s'incontrano sono legate alla relazione tra il progresso della conoscenza e il profitto. Nell'industria farmaceutica - che è il settore maggiormente interessato - si distinguono, grosso modo, due categorie di produttori: le grandi marche (le ditte serie) e quelle di seconda categoria. Queste ultime mirano solamente al profitto ed è pertanto moralmente censurabile il fatto che degli azionisti, i quali non hanno niente a che fare né con la medicina, né con la biologia, né con la farmacia, incassino maggiori dividendi perché non si sono prese tutte le dovute precauzioni e si è economizzato nella produzione. Al contrario, le case farmaceutiche di prestigio, e altamente qualificate, queste sì, hanno un comportamento etico degno di nota. Farò un solo esempio: una grande casa farmaceutica inglese, molto nota, ha deciso di rinunciare ai profitti sui farmaci in uso per le gravi malattie, come il cancro, la leucemia etc. devolvendo gli introiti alla ricerca. Mi pare una scelta assolutamente notevole e lodevole. Parimenti va sottolineato che il corpo umano non può essere oggetto di profitto. Tuttavia ci sono casi in cui è molto difficile trovare una soluzione. Faccio l'esempio di un caso avvenuto in California non molto tempo fa. La malattia in questione era una forma di leucemia, che ha un nome scientifico che vi risparmio, e nella quale le cellule leucemiche, trattate in laboratorio, sono poi utilizzate per composti medicinali. Sapete che si ottengono ormai colture di cellule e che, fatto impressionante, le cellule del cancro diventano praticamente immortali. Ebbene, in certe forme di leucemia, le cellule malate, messe in coltura, producono farmaci importanti, come l'interferone e i fattori di crescita. Come dicevo, è accaduto di recente negli USA che un uomo, vittima di una di queste leucemie, si è sottoposto a intervento chirurgico per l'ablazione della milza. Tessuti dell'organo asportato, messi in coltura, hanno prodotto interferone e fattori di crescita. Il laboratorio dell'università interessata consegna, per la consueta verifica, la coltura a un altro laboratorio universitario, ma questo, meno coscienzioso, la vende a una casa farmaceutica, che impianta una sua produzione. A questo punto interviene il primo laboratorio per reclamare la proprietà del preparato, ma senza fare i conti con il malato il quale, a sua volta, reclama i suoi diritti: "dopo tutto sono le cellule dei miei globuli bianchi che producono il farmaco. Mi dovete pagare". Si sono avuti allora due diversi pareri: il tribunale ha dato ragione a quest'uomo, decidendo che venisse indennizzato. Ma la questione era anche stata demandata al Comitato Etico francese che, dal canto suo, ha ribadito la sua regola secondo cui le parti del corpo umano non possono, in nessun caso, essere oggetto di un commercio, e ha concluso che non si doveva pagare il costo di queste cellule: si dovevano rimborsare le spese al laboratorio che aveva impiantato le tecniche di coltura, ma non il costo delle cellule. Come si vede, i pareri sono discordi dalle due parti - certo tra Parigi e San Francisco vi è non poca distanza - ma è importante tener duro.

A proposito del dibattito intorno all'interruzione di gravidanza si discute della distinzione tra vita - un attributo che si può applicare anche semplicemente allo spermatozoo o all'ovulo - e persona, che sembra richiedere invece una definizione più complessa. In che termini dunque dobbiamo intendere il concetto di persona?

Quale definizione possiamo dare della persona, allo stato attuale? Per rispondere alla sua domanda, vorrei raccontarle un episodio che mi è capitato in un piccolo villaggio della campagna francese dove ho degli amici. Il maestro del villaggio viene a trovarmi e mi chiede se sono disposto a rispondere, durante l'inverno, alle domande che i bambini si pongono sulla medicina. Ho risposto di sì, naturalmente. E così mi sono giunte delle letterine in bella calligrafia - poiché nelle scuole comunali si insegna un'ottima calligrafia. La prima lettera era sul cuore: "Che cos'è la pressione artesiosa? Che cos'è una sincope?" E io ho risposto. Le altre domande erano sul sistema nervoso: "Che cos'è una paralisi? E una convulsione?" Infine una bambina aveva scritto: "Brigitte si chiede: che cos'è l'anima?" Ho dato questo titolo a uno dei miei libri, e devo dire che è stato molto difficile rispondere a quella bambina. Ma lasciamo da parte Brigitte. Siamo in presenza di due diverse definizioni della persona umana, per restare sul terreno specifico, che mi compete, della biologia: la prima definizione si basa sui gruppi sanguigni. A partire dalla scoperta fatta da Dosset del sistema HLA - Human Leucocite Antigene -, sappiamo attualmente che vi sono 500 milioni di combinazioni del sistema HLA e, se vi aggiungiamo i gruppi sanguigni noti - A, B, RH etc. - arriviamo a miliardi di miliardi. Praticamente, da quando esiste l'uomo, e finché ve ne sarà uno (ad eccezione dei gemelli monovulari) non ve ne saranno mai due uguali. Trovandomi in Egitto, una ventina d'anni fa, ho assistito ai lavori di una missione canadese che studiava una mummia ed era riuscita a determinarne il gruppo sanguigno, sebbene luomo fosse morto da ben 33 secoli. Dunque, i gruppi sanguigni definiscono l'essere umano non solo da vivo, ma anche da morto. Occorre quindi un'altra definizione e, manifestamente, è il sistema nervoso che può darcela. Uno zoologo mi ha detto: "L'uomo è l'unico animale che si ricorda di suo nonno". Il mio illustre collega, François Jacob, dice: "L'uomo è definito dalla sua attitudine all'apprendimento". Una definizione incisiva, mi pare, una delle migliori che si possano dare. Ciò che vi è di nuovo oggi è che siamo in grado di modificare il sistema nervoso, in due modi: con l'uso di psicofarmaci e per mezzo dei trapianti. Abbiamo ormai farmaci mirati per agire su una o l'altra funzione del cervello e, tra qualche anno, avremo dei farmaci che permetteranno di curare, e di guarire, le gravi nevrosi, le psicosi gravi. Ma, a quel punto, gli esseri umani avranno anche il potere di modificare il loro prossimo; la signora che troverà suo marito troppo agitato o troppo calmo, potrà cambiare il suo umore versando qualche goccia medicinale nel suo bicchiere. O, molto peggio, immaginiamo un nuovo Hitler, al quale servano per la sua politica 80 milioni di tigri, o di pecore. Distribuirà gli alimenti nascostamente "trattati" alla popolazione. Mi si dirà che è impossibile. Ebbene, è già accaduto: uno dei governi più democratici che esistano, nella vicina Svizzera, ha adottato contro un'affezione di mancanza di iodio in alta valle misure surrettizie, aumentando l'apporto iodico nel sale da cucina. Cosa potrebbe fare un governo dotato di intenzioni meno buone? Quanto ai trapianti, stiamo per essere in grado di effettuare trapianti di cellule nervose, e mi vien fatto di proporre un apologo: Pietro è innamorato di Paola che ha un incidente d'auto e le amputano una gamba. Lui è sempre innamorato. Le innestano un'altra gamba, e le trapiantano un rene. Lui resta sempre innamorato. Fino a che punto può tollerare il cambiamento? La risposta abituale è: fino a che Paola avrà il suo cervello integro. Ma se subirà un trapianto di cellule nervose, fino a quale numero - un milione, un miliardo, dieci miliardi di cellule - Pietro sarà ancora innamorato? Ho raccontato questo apologo a un amico poeta, che mi ha detto "Ti sbagli: è innamorato dell'immagine di Paola, e tutte queste storie biologiche non valgono nulla". Credo avesse ragione.

Intervista di Renato Parascandolo. Traduzione di Franco Rizzuto. L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia