Skip to Content
Lunedì, 21 Agosto 2017

Etica medica

di Dietrich von Engelhardt

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Dietrich von Engelhardt è nato a Gottinga il 5 maggio 1941. Studia filosofia, storia e slavistica e si laurea in filosofia nel 1968. Presso l'Istituto di criminologia dell'Università di Heidelberg, diventa collaboratore di un progetto di ricerca, all'interno del quale svolge un'attività terapeutica volta al recupero delle devianze criminali. Nel 1971 diventa assistente presso l'Istituto di Storia della medicina dell'Università di Heidelberg e nel 1976 consegue il dottorato. A partire dal 1983 è direttore dell'Istituto di Storia della medicina e della scienza dell'Università di Medicina di Lubecca.

Opere:
Hegel und die Chemie
, Wiesbaden, 1976; Historisches Bewusstein in der Naturwissenschaft von der Aufklärung bis zum Positivismus, Friburgo, 1979; Mit der Krankheit leben, Heidelberg, 1986; Wissenschaftsgeschichte auf den Versammlungen der GDNA 1822-1972, Stoccarda, 1987; Diabetes: Its Medical and Cultural History, Berlino, 1989; Ethik im Alltag der Medizin: Spektrum der medizinischen Disziplinen, Berlino, 1989; Medizin in der Literatur der Neuzeit, Hurtgenwald, 1991; Kriminalität und Verlauft (con S.W. Engel), Heidelberg, 1978; Florenz und die Toskana. Ein Medizinhistorisches Reisebuch (con A. Krämer e T. Henkelmann), Basilea, 1987; Klassiker der Medizin, 2 voll. (con F. Hartmann), Monaco, 1991.

Pensiero:
Dietrich von Engelhardt si occupa soprattutto di filosofia e storia della medicina. Ha studiato lo sviluppo dell'etica medica; l'influenza del tema del dolore e della malattia nella letteratura moderna; la concezione delle scienze naturali e della teoria e prassi medica nel pensiero idealistico e nel Romanticismo; infine ha indagato i processi di gestione della malattia da parte del paziente.

Dietrich von Engelhardt ricorda innanzitutto successi e limiti della medicina moderna, così come i movimenti di rinnovamento degli 'Hospice', della medicina palliativa, della critica agli ospedali. L'attuale concezione della salute come benessere fisico, psichico e sociale, laddove però la malattia è considerata come un che di negativo, deve essere confrontata con altre concezioni datesi nella storia. La medicina è scienza dello spirito connessa alla scienza della natura, perché la malattia è fenomeno sociale, psichico e spirituale; l'antichità ne ha messo in risalto le implicazioni cosmologiche e antropologiche, riferendo salute e malattia alla natura, come armonia o disarmonia di elementi e qualità, e alla vita dell'uomo. La dietetica, con la sua attenzione per le cosiddette sei dimensioni vitali, non si limitava alla dieta alimentare, ma regolava anche il comportamento rispetto alle passioni. Platone e Aristotele distinguono tre modelli di medico, quello per gli schiavi, che ordina soltanto, per i liberi, che discute la terapia informando il paziente, e il dilettante che è ciascuno di noi nella responsabilità per la propria salute. Nel Medioevo la trascendenza è determinante anche nella concezione della medicina: salute e malattia sono integrate nel processo escatologico dell'esistenza terrena, il cui modello è la passione e resurrezione di Cristo; l'hospitale medievale era un'istituzione di solidarietà; determinanti erano poi le sette virtù e le sette opere di misericordia; la malattia non era intesa solo negativamente, ma anche come monito ad essere consapevoli della finitezza umana. Nella modernità la speranza nel paradiso si secolarizza nel tentativo di superare la morte, il che ha incoraggiato un grande progresso scientifico, non privo però di deficit. Von Engelhardt affronta quindi il tema dello sviluppo tecnico della medicina nel secolo scorso e presenta la medicina antropologica di von Weizsächer, che rimette in primo piano il soggetto, e la concezione della comunicazione esistenziale di Jaspers. Attualmente l'ideale tecnico fa intendere la malattia come guasto meccanico, anche se si continua a cercare di più nella figura del medico, e la malattia è intesa anche come arricchimento; per concludere von Engelhardt enuncia i compiti di una moderna riflessione sulla medicina, sulla salute e sulla malattia, riferendosi di nuovo alla tradizione e alla posizione di Jaspers sui limiti della medicina e sulla relazione medico-paziente.

Intervista

Prof. Engelhardt, la nostra epoca ha conosciuto un enorme sviluppo della medicina: eppure i grandi progressi realizzati non hanno reso la prassi medica immune da critiche. Come si configura dunque la situazione attuale?

La medicina ha fatto indubbiamente incredibili progressi ed ha quindi migliorato qualitativamente e quantitativamente la vita dell'uomo. In particolare nei campi dell'anestesia, dell'antisepsi, della chirurgia e della batteriologia essi hanno apportato dei miglioramenti quantitativi e qualitativi della vita umana ed hanno così trasformato profondamente la situazione del paziente e anche quella del medico. Accanto ai successi, tuttavia, ci sono anche i limiti contro cui la medicina ha urtato: si pensi per esempio alle malattie croniche oppure alla situazione della morte. Attualmente vengono mosse molte critiche alla medicina, e vi sono anche molti tentativi di completarla, di ampliarla. Si possono menzionare in questo senso il movimento degli Hospice, la medicina palliativa, i tentativi di integrazione dell'etica nella medicina, che nei nostri giorni hanno assunto un significato rilevante. Il movimento degli Hospice cerca di superare le barriere o la frattura tra ospedale e mondo della vita: viene fatto il tentativo di riportare al mondo della vita situazioni quali la nascita e la morte, attualmente ospedalizzate. La medicina palliativa, un movimento molto importante del nostro tempo, mira non soltanto al superamento del dolore, ma anche alla possibilità di essere veramente a fianco dell'uomo che soffre, aiutandolo, offrendogli appoggio. D'altra parte, nella storia della medicina, è sempre stato questo il vero senso della terapia, che non è stata mai intesa solo come una cura, ma sempre anche come una prevenzione e come una riabilitazione. In questo contesto è importante anche la critica all'ospedale, che tuttavia si presenta in maniera ambivalente. Da un lato dell'ospedale si critica la tecnicizzazione, la spersonalizzazione, dall'altro il paziente esige l'uso degli strumenti più avanzati.

A quali definizioni di malattia e salute ubbidisce la concezione della medicina contemporanea?

Sin troppo tipica e caratteristica è la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che con "salute" intende lo stato di completo benessere fisico, sociale e psichico. Da un lato questa definizione è convincente, perché non riduce la salute alla dimensione biologica, ma ne considera anche le componenti socio-psicologiche. Dall'altro però essa è superficiale da un punto di vista antropologico, in quanto la malattia e la salute vengono contrapposte in maniera assoluta, mentre si propone un ideale di salute irreale, utopico e forse anche svantaggioso in quanto suscita negli altri reazioni negative. Da questo punto di vista sarà bene rivolgere l'attenzione alla storia della medicina e alla storia dei significati culturali della salute e della malattia, non solo per comprendere cosa esse significhino nel presente, ma anche per capire cosa si intenda con terapia, con cura, cosa debba essere la riabilitazione e la prevenzione in un'ottica che miri a trasformare la medicina da tecnica della guarigione in cultura della guarigione. La medicina non è solo una scienza della natura, ma è una scienza dello spirito legata alla scienza della natura. La malattia non è mai soltanto un fenomeno biologico, ma è sempre contemporaneamente anche un fenomeno sociale, psichico e spirituale. Ciò significa che una comprensione adeguata della malattia si dispiega solo nel quartetto di queste dimensioni: la malattia è un fenomeno somatico, psichico, sociale e anche spirituale. Tutto ciò porta a modificare la concezione del medico e della terapia. Se analizziamo da questo punto di vista la storia della medicina, ci troviamo di fronte a tre epoche differenti, che possiamo genericamente indicare come segue: l'antichità può essere posta sotto i concetti della cosmologia e dell'antropologia, il medioevo può essere posto sotto il concetto di trascendenza e la modernità sotto quello di secolarizzazione. Esaminiamo questi diversi atteggiamenti, chiedendoci innanzitutto che cosa possa insegnarci la prospettiva cosmologica e antropologica propria dellantichità in rapporto alla comprensione della salute e della malattia, del rapporto fra medico e paziente. L'uomo veniva considerato nel mondo antico come appartenente alla totalità della natura, come un microcosmo che nella sua struttura riproduce gli elementi che compongono lintero universo. La salute, in particolare, veniva compresa come una armonia di tali elementi, delle qualità e dei liquidi, la malattia come disarmonia. Le qualità sono umido e asciutto, caldo e freddo, gli elementi sono fuoco, acqua, aria e terra. In riferimento ai liquidi si diceva anche che la malattia è una discrasia e la salute una eucrasia. Oltre a tale fondamento cosmologico la salute e la malattia venivano sempre riferiti ad una certa visione dell'uomo, avevano sempre una base antropologica. Ciò comportava che i tre rami più importanti della terapia, ovvero la chirurgia, la materia medica e la dietetica venivano ordinati ponendo al primo posto la dietetica, al secondo posto la materia medica, cioè la terapia medicinale, e al terzo posto la terapia chirurgica. La dietetica veniva presa molto seriamente; il suo significato era assai diverso da quello attuale. La dietetica aveva a che fare con le sei dimensioni della vita o, come anche le si chiamava, le sei res non naturalis, le sei cose non naturali, definite in tal modo non perché esse non appartengano alla natura, ma piuttosto in quanto non si autoregolano e richiedono l'intervento dell'uomo. Esse comprendono il comportamento dell'uomo rispetto alla luce e all'aria, al sonno e alla veglia, al mangiare e al bere, all'attività e al riposo, all'evacuazione e anche rispetto alle passioni. Questo concetto totale di dietetica si è poi successivamente ridotto nella storia della medicina al comportamento dell'uomo rispetto al mangiare e al bere. La terapia consisteva da un lato nel regolamentare le sei dimensioni vitali, dall'altro nel tentativo di riportare larmonia fra gli elementi e la proporzione fra i liquidi.

Abbiamo visto che la medicina antica trovava i suoi fondamenti in una complessiva visione cosmologica e antropologica dell'uomo e della malattia. Quali caratteri venivano attribuiti alla figura del medico e in che termini essa ha subito un'evoluzione?

In una prima fase importanti erano i medici-sacerdoti, che sono all'origine della medicina greca e che vennero progressivamente sostituiti con la medicina ippocratica dalla figura del medico scientifico, empirico, il quale tuttavia ha anch'esso una formazione teorica. Accanto a questa duplice tipologia si situa quella sviluppata da Platone e Aristotele, la quale comprende tre figure di medico e conserva ancora oggi un certo significato. Questi tre tipi di medico sono il medico degli schiavi, il medico per i liberi e la persona dilettante con nozioni di medicina. Il medico degli schiavi dà ai suoi pazienti brevi istruzioni, non spiega affatto la terapia, ma ordina come un dittatore. Il medico per i liberi discute invece la terapia con il paziente, coinvolgendo in questi colloqui anche la famiglia. Aristotele esige da ogni paziente che egli non inizi alcuna terapia prima che il medico ne abbia spiegato il senso e i pericoli. Si tratta di punti assai importanti anche per un'etica moderna della medicina, che sottolinea il ruolo dell'informazione e del consenso. Oltre a questi due tipi di medico, il medico per gli schiavi e il medico per i liberi, c'è poi la persona dilettante con qualche nozione di medicina. Secondo una antica visione tutti noi, indipendentemente dal fatto di essere medici o meno, abbiamo l'obbligo di preservare la nostra salute e di curare le nostre malattie. L'uomo è responsabile del proprio corpo, della propria salute e non solo della propria formazione culturale. Anche quest'idea è di assoluta attualità nel nostro tempo. A quest'ultima figura di medico si richiamano oggi quei gruppi di iniziativa personale in cui le persone si aiutano reciprocamente in caso di malattia, in particolare quando non ci sono medici, oppure quando mancano i soldi per pagare le cure. Della medicina in Babilonia Erodoto racconta che le persone che non avevano denaro quando si ammalavano si facevano portare al mercato per chiedere suggerimenti ad altre persone e che a nessuno era consentito passare accanto al malato senza dargli un consiglio. L'arte possiede non solo molte belle riproduzioni di medici del passato che hanno curato pazienti famosi, ma vi sono anche immagini in cui è riprodotta l'attenzione di un uomo che non è un medico verso un suo simile che è ammalato: è il caso di una famosa coppa del pittore Sòsia, in cui è riprodotto Achille che fascia il braccio ferito di Patroclo; impressionante è pure una immagine molto antica, un cosiddetto parto sul grembo, in cui una donna tiene in braccio un'altra donna che partorisce un bambino. Questa immagine ci ricorda anche l'obbligo o il tentativo che nell'antichità era sempre molto sentito di mantenere con la persona malata un contatto fisico e di non guardarla solo come oggetto di una terapia medica: di avvicinarsi fisicamente e spiritualmente al malato nella situazione della malattia e della morte.

Secondo la concezione propria dell'antichità, l'uomo è essenzialmente parte della natura, del cosmo, e scopo della medicina è salvaguardare l'armonia dell'uomo con se stesso, nel rispetto appunto dell'equilibrio naturale. In che maniera l'epoca medioevale, contrassegnata dal concetto di trascendenza, trasforma la visione della malattia, del medico, della morte?

Nel Medioevo il concetto di trascendenza, della relazione con l'al di là, è determinante anche per l'interpretazione della salute e della malattia. Nel quadro di tale concezione la prospettiva cosmologica e antropologica dell'umanità è integrata in una dimensione trascendente in base alla quale salute e malattia vengono considerate come un momento della relazione del mondo con Dio. La salute, la malattia e la guarigione vengono inserite nel processo escatologico universale, nel cammino verso la salvezza che dal paradiso, passando per l'esistenza terrena, ritorna con la resurrezione di nuovo al paradiso. Il passaggio dalla salute alla malattia, così come dalla malattia alla salute, viene interpretato in base alle categorie di constitutio, che indica la condizione paradisiaca, di destitutio, ovvero la condizione terrena, e di restitutio, cioè la resurrezione. Tanto il singolo paziente quanto il medico concepiscono le loro azioni e la loro vita in questa prospettiva. Per il malato del Medioevo che pensa cristianamente la sua malattia è una manifestazione necessaria dell'esistenza terrena. Per il medico che pensa pure cristianamente le sue azioni sono la possibilità di anticipare sulla terra un processo di salvezza che ha il suo termine solo con la resurrezione, cioè con il ritorno in paradiso dopo esser passati per l'esistenza terrena. Dietro ogni malato e dietro ogni medico vi è la figura di Cristo. Infatti alla passio Christi tutti possono partecipare, e nel Christus medicus ogni medico può trovare un punto di riferimento. L'hospitale del Medioevo, in base a questa idea, non è stato mai concepito solo allo scopo di affrontare la malattia, ma come una istituzione di solidarietà, di assistenza per tutti gli uomini bisognosi, tra i quali vi sono naturalmente anche i malati. La concezione delle sette virtù e delle sette opere della misericordia determina il comportamento sia del medico che del paziente rispetto alla salute e alla malattia. La concezione delle sette virtù comprende le virtù antiche della saggezza, della equità, del coraggio e della modestia, più le tre virtù cristiane, fede, speranza e carità. Esse valgono tanto per il medico, quanto per il paziente. Tuttavia, in particolare, il medico deve infondere nel paziente la speranza, la speranza terrena, ma anche la speranza nell'al di là, deve dare al paziente sia una speranza trascendente, sia una speranza immanente. Altrettanto importante è la concezione delle sette opere di misericordia, descritta in Matteo e comprendente tra l'altro il dar da mangiare agli affamati, il dar da bere agli assetati, il rivestire gli ignudi, il visitare i carcerati, il seppellire i morti, ma anche il visitare gli infermi, che era opera di misericordia e veniva vissuta come tale dai pazienti, dai medici e anche dalla società. Ogni paziente ed ogni medico inquadra il suo agire e la sua sofferenza in questa prospettiva. Secondo la concezione medioevale e cristiana, la malattia e la salute non sono da giudicare solo positivamente o solo negativamente, come siamo soliti fare oggi e come ritenevano anche gli antichi. Nel Medioevo invece era possibile vedere la malattia anche come qualcosa di positivo: si parlava infatti di una infirmitas salubris, di una malattia salubre e di una salute perniciosa, di una perniciosa sanitas. Ciò significa che nella condizione del malato l'uomo è spinto a ricordarsi della sua condizione umana, che è quella di un essere gracile, limitato, finito e in ultimo destinato a morire. La salute può essere perniciosa in quanto ci nasconde la condizione esistenziale dell'uomo e ci fa cadere in illusioni, ci induce a pensare di potere restare sempre sani, sempre belli e di poterci sottrarre magari anche alla morte.

Per l'uomo del Medioevo la malattia è manifestazione necessaria dell'esistenza terrena, concepita esclusivamente come passaggio transitorio all'al di là. Nel cammino verso la salvezza la malattia ha il merito di ricordare all'uomo il suo carattere finito, il suo essere destinato alla morte. Ben diversa appare la concezione moderna della malattia e della salute.

L'epoca moderna è infatti caratterizzata piuttosto dalla secolarizzazione della speranza paradisiaca nella gioventù eterna, nella salute illimitata, nel superamento della morte. È questo un tema che ritorna spesso nei testi utopici della modernità. Francesco Bacone, uno dei più grandi utopisti del Rinascimento, ha espresso in un saggio la possibilità di superare la morte grazie alla medicina, se solo questa venisse messa in condizione di fare dei progressi reali. Tali sono le speranze che con la secolarizzazione e con l'inizio dell'epoca moderna vengono affidate alla medicina e alla scienza della natura, costituendo forse il retroterra decisivo, dinamico, del progresso medico-scientifico nell'epoca moderna, spiegando forse anche per quale ragione tale progresso appaia inarrestabile e difficilmente orientabile in un'altra direzione. Ciò dimostra ancora una volta quanto la medicina, e le scienze in generale, siano anche espressione della società facendone propri i valori: così accade, in questo caso, con la speranza secolarizzata nel paradiso. A tale progresso scientifico vanno fatti risalire successi incredibili, che da un lato hanno portato all'allungamento della vita umana, alla sconfitta delle malattie infettive, ma che dall'altro hanno messo in rilievo delle manchevolezze peculiari all'epoca moderna: a tale proposito si sono fatti innumerevoli tentativi di arricchire l'interpretazione esclusivamente somatica della malattia tramite una definizione che tenga conto anche di fattori psichici, sociali e spirituali. A differenza della medicina medioevale, indirizzata alla trascendenza, la medicina nel corso della modernità ha percorso un'altra strada, si è concentrata sull'immanenza riportando i già menzionati e importanti successi nei campi della chirurgia, dell'antisepsi, dell'anestesia, della batteriologia eccetera. In modo particolare il secolo XIX è stato un'epoca di incredibili successi da questo punto di vista, ma contemporaneamente ha anche riportato tutto, riducendolo, a oggettività. L'oggettività, la tecnica, la scientificità e la statistica determinarono i grandi successi, costituendone le premesse. Virkow, il grande medico, ha coniato per la medicina del tempo la formula: "rinunziare a tingere soggettivamente l'oggettivo, l'oggettività". Verso la fine del XIX secolo vi sono però già nella medicina anche altre voci, che sottolineano il valore del soggettivo, dell'individuo. La cosiddetta medicina antropologica di cui Weizsäcker è uno dei rappresentanti più alti, riannoda i fili della cosmologia e della antropologia antiche, così come della trascendenza medioevale e se ne serve per dare reinterpretare la figura del medico, del paziente, limmagine della salute e della malattia. La formula programmatica di Viktor von Weizsäcker era: introdurre il soggetto nella medicina. Secondo tale concezione la relazione medico-paziente è una relazione in cui stanno di fronte due soggetti: il medico e il paziente, mentre nella medicina tradizionale la relazione era quella tra un soggetto, il medico, ed un oggetto, il malato. Nell'intera storia della medicina si può osservare tale dissidio, tale scambio tra storia della malattia e storia del malato, cioè una oscillazione tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva. Ancora nella direzione di fare del rapporto fra medico e paziente un rapporto personale va Karl Jaspers, il famoso medico e filosofo, che concepisce lo stato del medico, lo stato del malato e la relazione medico-paziente nei termini di una "comunicazione esistenziale" . Secondo Jaspers la comunicazione esistenziale non è da intendere come una comunicazione arbitraria e soggettiva: in essa, sulla base delle universali condizioni dell'esistenza umana, medico e paziente trovano un orientamento comune, una comune solidarietà.

Il processo di secolarizzazione dell'idea di salute e di malattia nella medicina moderna ha rappresentato il presupposto dei suoi incredibili successi. Ma il cammino verso l'oggettività lascia ormai trapelare anche dei limiti, legati alla considerazione esclusivamente somatica della malattia e, parallelamente, alla concezione del rapporto medico-paziente nei termini di una relazione soggetto-oggetto. Quale spazio hanno conquistato tali critiche nella discussione contemporanea?

La medicina antropologica e gli stimoli provenienti dalla psichiatria filosofica non sono riusciti ad affermarsi e ad imporsi nel nostro tempo. Però essi sono stati appoggiati da una gran quantità di altre iniziative che provengono dalla psicologia, dalla sociologia medica e che rinviano ad un concetto di salute e di malattia, di medico e paziente che è più ampio rispetto a quello implicato nella usuale interpretazione tecnico-scientifica di tali concetti. Con il predominio dell'ideale della tecnica sorge la concezione riduttiva della malattia, considerata come il guasto di una macchina, mentre il medico viene concepito come una sorta di meccanico che ripara il guasto. Contro tale interpretazione, contro la riduzione della relazione medico-paziente e dell'idea di salute e di malattia, si possono addurre importanti risultati della ricerca empirica svolta in ambito sociologico e psichiatrico. Tali ricerche hanno dimostrato che il paziente, lungi dal considerare il medico semplicemente come un tecnico, si aspetta di incontrare in lui innanzitutto una persona che lo consigli, un amico, una persona fidata e solo in ultimo un tecnico e uno scienziato. La figura del medico, quale emerge dai risultati di tali indagini, si avvicina dunque all'immagine del medico propria dell'antichità, a quel medico degli uomini liberi, di cui parlavano Platone e Aristotele, che è un medico che consiglia i malati, coinvolgendo nella discussione anche la famiglia, oppure alla figura del medico dilettante, ossia della persona comune con qualche nozione di medicina. Altrettanto ampia è la concezione della malattia che ha in genere l'uomo del nostro tempo. Secondo le ultime ricerche, la malattia non viene affatto concepita come un guasto, esclusivamente come un danno o come una perdita: essa viene considerata anche come la possibilità di un controllo sulla realtà, come quello che viene chiamato il guadagno secondario della malattia, quindi anche come una valorizzazione, come una chance, una sfida. Tutte queste dimensioni, che vanno ben al di là di una interpretazione meramente somatica della salute e della malattia, sono assai sentite dall'uomo moderno e appunto per questo l'Organizzazione Mondiale della Sanità le ha prese in considerazione nella sua famosa definizione di salute. In questo senso, la storia della medicina europea è fonte di importanti suggestioni, che meritano di essere riconsiderate. L'immagine del medico quale si trova in Platone ed in Aristotele, ma anche quella medioevale, quale si riscontra in Paracelso, può avere un effetto stimolante sul nostro tempo. Anche noi dobbiamo essere responsabili della nostra salute e della nostra malattia, anche noi ci imbatteremo in medici per schiavi, desiderando di incontrare medici per uomini liberi. La tipologia delle diverse figure di medico, come è stata sviluppata da Paracelso, quella di un medico-malerba, cioè quello che si regola solo sui libri, di un medico-lupo che pensa solo al suo vantaggio, e di un medico-agnello che si rivolge ai suoi pazienti con affetto e amichevolmente, è una tipologia che ancor oggi senza dubbio merita considerazione. Importanti sono pure le differenti valutazioni della salute e della malattia. Non bisogna dimenticare che la malattia non va considerata esclusivamente in termini negativi, così come la salute non deve essere sempre vista come qualcosa di positivo. Le fissazioni normative della salute e della malattia devono essere fluidificate, devono essere discusse criticamente. Ciò non deve significare, come metteva in guardia Jaspers, che la malattia sia da idealizzare: tuttavia bisogna comprendere che ogni medicina finisce per imbattersi in un limite, in un confine. Non v'è medicina che possa sperare di ottenere una salute senza fine, non v'è medicina che possa sconfiggere completamente la malattia. La malattia e la salute, è bene sottolinearlo ancora una volta, non sono mai solo dei fenomeni biologici, ma sono sempre anche dei fenomeni psichici, affettivi, spirituali, sociali. Un significato esemplare per la relazione medico-paziente ha la seguente frase di Karl Jaspers: "il medico non è né un salvatore, né un tecnico, ma è un'esistenza di fronte a un'altra esistenza, è una natura umana fragile che porta nell'altro e con l'altro la libertà e la dignità di vivere ed essere riconosciuti".

Intervista-lezione. Traduzione di Pietro Lauro. L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia