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Lunedì, 21 Agosto 2017

Il filosofo e la morte

di Hans Georg Gadamer

 

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Hans Georg Gadamer (Marburgo 11 febbraio 1900 - Heidelberg 13 marzo 2002). Nato a Marburgo, studia a Breslavia (1918) con Richard Hönigswald e a Marburgo (1919) con Nicolai Hartmann e Paul Natorp, con cui si laurea, nel 1922, discutendo una tesi dal titolo: "L'essenza del piacere nei dialoghi di Platone". Nel 1923 , a Friburgo, conosce Husserl e Heidegger, del quale frequenta i corsi universitari a Marburgo tra il 1923 e il 1928. Diventa professore ordinario di filosofia nel 1937 e, nel 1939, ottiene una cattedra presso l'Università di Lipsia, di cui diventa rettore nel 1946. Nel 1947 insegna a Francoforte e nel 1949 a Heidelberg, dove succede a Jaspers. Divenuto professore emerito nel 1978, Gadamer ha insegnato presso alcune università straniere e negli Stati Uniti, vivendo quella che egli stesso ha definito "una seconda giovinezza". Autorità indiscussa della filosofia contemporanea, l'anziano filosofo è stato onorato con la pubblicazione della sua "Opera omnia".
 
Opere:
Scritti precedenti Verità e metodo :
Platone e i poeti (1934); Popolo e storia nel pensiero di Herder (1942); Bach e Weimar (1946); Goethe e la filosofia (1947); La nascita della filosofia (1948).
 
Scritti sull'ermeneutica:
Verità e metodo. Lineamenti di un'ermeneutica filosofica (1960); Ermeneutica e storicismo (1962); Il movimento fenomenologico (1963); Il problema della coscienza storica (1963); Ermeneutica e metodica universale (1964); Scritti minori (1967-77).
 
Scritti storiografici sulla filosofia greca, Hegel e Heidegger:
Idea e numero. Studi sulla filosofia platonica (1968); Sul mondo concettuale dei presocratici (1968); Idea e realtà nel Timeo di Platone (1974); L'idea del bene tra Platone ed Aristotele (1978); Studi platonici (1983); La dialettica di Hegel. Cinque studi ermeneutici (1971); Sentieri heideggeriani. Studi sull'opera tarda (1983).
 
Scritti di estetica :
Chi sono chi sei tu? (1973); Poetica. Saggi scelti (1977); L'attualità del bello (1977); Poesia e dialogo (1990).
 
Pensiero:
In opposizione alla tradizione cartesiana e neokantiana volta esclusivamente alla fondazione metodologica della scienza, Gadamer si può considerare il fondatore di una ontologia ermeneutica: la verità non può essere garantita da un metodo che consenta il possesso dell'oggetto (scienza) come risulta chiaro nell'esperienza estetica e nello studio dei fenomeni culturali. La verità si svela nell'atto interpretativo che nella sua storicità trova non un limite, ma la possibilità di un colloquio con la tradizione("fusione di orizzonti"), visto che, testo o evento che sia, esso è comprensibile non in quanto "essere", ma in quanto "linguaggio".
Gadamer ritiene che tutte le religioni siano una risposta dell'uomo all'angoscia della morte e dell'umana finitezza: per questo la filosofia non può ignorare questo tema. In tal senso Sisifo, interpretato non tanto come l'eroe dell'attivismo e dell'iniziativa, ma come colui che tenta di aggirare la morte, secondo Gadamer, rappresenta la temerarietà della cultura odierna che prolunga artificiosamente la vita e il suo innaturale tormento e tenta di esorcizzare la morte con simbologie e riti nuovi e soprattutto con una sorta di ottimismo pragmatico che "sterilizza" il morire, che, al contrario, secondo Gadamer, deve essere sopportato e interpretato come un compito della vita. A proposito dei moderni metodi terapeutici che si accaniscono nel prolungare il corso dell'esistenza, Gadamer rivendica un diritto alla morte, accanto al diritto alla vita. Se sono legittime delle etiche speciali o delle etiche professionali, secondo il filosofo tedesco, è difficile immaginare un'etica generale, la quale esige una coscienza etica universale oggi inconcepibile di fronte alle diverse culture e ai diversi gruppi di interesse.
 
Intervista
 
È nota l'affermazione secondo cui la filosofia non è meditazione sulla morte, ma sulla vita. Però la morte è un dato fondamentale della nostra vita. Può la filosofia ignorare la morte?
 
Senz'altro la morte fa parte della vita! E chiunque rifletta sulla vita non può farlo senza al tempo stesso riflettere sulla morte. Tutte le religioni conosciute sono in realtà risposte al mistero della morte. La religione cristiana ha offerto la forma più compiuta di una possibile risposta al mistero della morte proprio grazie all'incarnazione di Dio nell'uomo e all'accettazione della morte da parte dell'uomo. Questo è il significato del messaggio cristiano, che naturalmente deve interessare anche il filosofo; ciò significa in effetti che per l'uomo è impossibile concepire che la sua chiara coscienza di esistere non si conservi illimitatamente, come invece accade continuamente di pensare. Questa inquietudine interna, insita nel pensiero, è al tempo stesso uno stimolo costante ad andare oltre la fine, a superare la finitezza dell'esistenza umana. La sepoltura che gli uomini danno ai loro morti è, secondo me, il sintomo incontrovertibile del fatto che l'uomo, pur potendo accettare la morte, non vuole farlo. E questa realtà è stata ripetutamente sottolineata da poeti nonché da grandi religiosi e pensatori. Anche nel nostro secolo il tema della morte è stato sentito in maniera molto forte da Georg Simmel e successivamente da Heidegger e da molti altri. Credo quindi che proprio nel tema "morte" si manifesti la vicinanza tra religione e filosofia.
 
Le abitudini di vita del nostro tempo condizionano anche le interpretazioni delle conoscenze che gli uomini hanno condensato negli antichi miti. Lei ha recentemente meditato sull'interpretazione del mito di Sisifo: ci può illustrare le sue riflessioni?
 
Il mito di Sisifo è noto come quel mito che descrive la condanna di Sisifo a subire una punizione del mondo dei morti. Secondo la versione omerica, egli doveva continuamente spingere fino alla sommità di una collina un masso di marmo, ma poco prima di giungere alla sommità il masso insidioso gli sfuggiva rotolando a valle. Questa figura mitica viene usata spesso; si dice ad esempio "è una fatica di Sisifo" quando si tratta di un lavoro pesante, oppure quando occorre affrontare un impegno con rinnovata energia. Sisifo viene considerato in effetti una sorta di eroe che si afferma con tenacia e ostinazione. Ma se consideriamo più attentamente il mito, tralasciando l'uso che ne fa il nostro modo di pensare così attivistico, emerge qualcosa di estremamente interessante. Sisifo è stato condannato a questa pena per un motivo specifico; egli ha ingannato la morte. Sisifo significa effettivamente qualcosa di simile a scaltro, indica colui che trova sempre una strada, un trucco, e infatti con i suoi inganni egli è riuscito persino ad aggirare l'ingresso nell'Ade. E proprio per punire la sua volontà di sfuggire alla morte con l'astuzia è stato condannato a un tale tormento. Con ciò in realtà si vuol dire che solo con un terribile prolungamento della vita si può infliggere una punizione alla volontà di sfuggire alla morte. Quando lo lessi mi venne di colpo in mente l'uso che oggi gli uomini ne fanno. Mio Dio! Non siamo tutti un po su questa strada? Prolunghiamo artificiosamente la vita, negli attuali centri di terapia intensiva e negli ospedali geriatrici favoriamo il prolungamento vegetativo della vita allontanando, ritardando la morte naturale in un modo che può apparire come una sorta di tormento di Sisifo, in un senso forse più profondo. Noi, cioè, ci spegniamo lentamente, e nel nostro spegnerci siamo solo esistenze vegetative. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, Sisifo ha acquisito un nuovo significato simbolico. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un momento di apprendimento, non è solo la caduta in uno stato di incoscienza.
 
Nella nostra società la morte viene dissimulata. Le sepolture sono molto veloci e tutto viene fatto in maniera molto sbrigativa. Perché?
 
Questo fenomeno in realtà esprime proprio la stessa energia con cui si è esorcizzata la morte in tutti i riti funebri. In fondo le offerte votive che si trovano nelle tombe vogliono dire: "io non voglio riconoscere che c'è la morte". E nel nostro mondo, privo di immagini simboliche e di miti, ovviamente anche le stesse cerimonie cristiane e in generale le cerimonie religiose sono diventate sempre più marginali. Non è certamente il modo più saggio di superare la morte, o per l'appunto di non superarla, quello esemplificato nelle cliniche di oggi. La partecipazione di una volta ai riti funebri era ben diversa. Nell'antichità c'erano le prefiche che accompagnavano il moribondo con i loro lamenti. La morte oggi avviene in ambienti sterilizzati. C'è un libro, Morte ad Hollywood, che molte persone hanno letto, in cui si vede come in America si sia esorcizzata sempre più la morte con l'ottimismo dell'atteggiamento di vita pragmatico. Ma non si può poi così facilmente sfuggire al pensiero e per questo dovremmo ulteriormente imparare ad avere un atteggiamento riflessivo nei confronti della morte e sapere che anche morire è un compito della vita. Mi ricordo che in uno dei libri più belli del XIX secolo, Niels Lyhne di Jens Peter Jacobsen, viene descritto il caso dell'eroismo di un ateo; mostrando con mirabile originalità che fin all'ultimo non ci si arrende, - secondo l'espressione tedesca per la quale Einer ist bis zuletzt nicht zur Kreuze gekrochen -, si resiste nella totale certezza della propria morte, sopportandola. Oggi un romanzo del genere potrebbe far sorridere per la sua ingenuità; eroi di questo tipo sono, per così dire, all'ordine del giorno. Ma forse non è poi proprio così. Forse anche questa figura poetica, letteraria è l'espressione del fatto che l'uomo pretende troppo da sé, se crede di poter fronteggiare la morte con le sue sole forze.
 
Professor Gadamer, si può parlare di un diritto alla morte così come parliamo di un diritto alla vita?
 
Se si parla di diritto allora si pensa chiaramente che giochi un ruolo la libertà dell'uomo. E la libertà dell'uomo implica sicuramente che nell'agire si vuole essere considerati solo come uomini liberi. Questa domanda dunque a mio avviso non mira a porre la questione del suicidio, che mi sembra stare sotto un altro punto di vista. Parlare a questo proposito di libertà implica un problema religioso. Ma un diritto implica "l'altro", oppure implica il diritto che si ha nei confronti degli altri. Ciò significa allora che si ha il diritto di difendersi, ad esempio, dai moderni metodi terapeutici , i quali in realtà altro non sono che un prolungamento della morte? Io risponderei: Si! Perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene molto più difficile, poiché la morte, la stessa agonia sono un lento paralizzarsi del libero spazio decisionale in cui l'uomo vive come uomo consapevole e sano.
 
Professor Gadamer, che cosa pensa della tendenza attuale a costituire commissioni di etica allo scopo di determinare i limiti e le possibili applicazioni dei progressi nella ricerca scientifica?
 
Il bisogno di formulazioni del genere, relative cioè ad una base comune in determinati ambiti è in effetti molto naturale. Quello che non è naturale è ricorrere per questo a dei comitati. In verità è più che ragionevole dire che in generale c'è un'etica, nella misura in cui c'è solidarietà fra gli uomini. Così naturalmente c'è un etica dei medici, una dei commercianti, una degli insegnanti, si può parlare di etica per tutte quelle cose in cui c'è solidarietà nell'attività professionale, e ciò vale per molti ambiti. Non si deve, però, credere che questo possa costituire un'etica generale. La possibilità di un'etica generale presuppone già in concreto una grande comunanza nella coscienza etica, comunanza che noi oggi non possiamo presupporre fra le diverse culture, fra le diverse religioni, e fra i diversi gruppi di interessi della vita sociale.
 

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Intervista di Giuseppe Orsi e Renato Parascandolo. Traduzione di Marco Ivaldo. L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia