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Lunedì, 21 Agosto 2017

L'idea di giustizia

Paul Ricoeur

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Paul Ricoeur (Valence, 27 febbraio 1913 - Châtenay-Malabry, 20 maggio 2005). Terminati gli studi di filosofia a Rennes, nel 1940 succedette a Jean Hyppolite sulla cattedra di Filosofia morale dell'Università di Strasburgo e nel 1966 a Bayer sulla cattedra di Storia della filosofia della Sorbona di Parigi. Amico di Emmanuel Mounier, ha collaborato alla rivista "Esprit" con degli interventi raccolti nel volume Histoire et vérité (1950). Dal 1966 al 1978 ha insegnato nella nuova università di Nanterre, di cui è stato rettore tra il marzo 1969 e il marzo 1970, e, contemporaneamente, presso la Divinity School dell'Università di Chicago. Nel giugno '85 ha ricevuto il premio Hegel di Stoccarda. Nel 1999 ha vinto il Premio Balzan per la filosofia

Opere:
- Opere storico-teoretiche sull'esistenzialismo, la fenomenologia e la psicoanalisi:

Karl Jaspers et la philosophie de l'esistence(1947); Gabriel Marcel et Karl Jaspers (1948); Della interpretazione. Saggio su Freud (1965), Milano, 1977; Introduzione e traduzione delle Ideen, I di Husserl.
- Opere teoretiche sulla fenomenologia della volontà:
Philosophie de la volonté, I: Le Volontaire et l'Involontaire (1950); Filosofia della volontà, II: Finitudine e colpa (1960), Bologna, 1970; Méthodes et tâches d'une phénoménologie de le volonté (1952); Freedom and Nature. The Voluntary and the Involuntary (1966); La semantica dell'azione (1977), Milano,1986.
- Opere di ermeneutica, fenomenologia della religione e filosofia del simbolo:
L'ermeneutica del sublime. Saggi per una critica dell'illusione (1972); La sfida semiologica, Roma, 1974; Il conflitto delle interpretazioni (1969), Milano, 1977; La symbolique du mal, Paris, 1960; Ermeneutica filosofica ed ermeneutica biblica, Milano 1977; Ermeneutica biblica, Milano, 1978; Dire Dio. Per un'ermeneutica del linguaggio religioso (1978); Studi di fenomenologia (1979); Tradizione e alternativa (1980); La metafora viva (1981); La semantica dell'azione (1986); Tempo e racconto, (1983-85), 3 voll, Milano, 1986-89; Dal testo all'azione (1986), Milano, 1989; Soi-même comme un autre, Paris, 1990.

Pensiero:
Paul Ricoeur si ispira alla doppia eredità della fenomenologia (Husserl) e dell'esistenzialismo (Marcel, Mounier, Jaspers), intrattenendo un dialogo fecondo con la fenomenologia della religione, la linguistica, la psicoanalisi e l'esegesi biblica. Il suo pensiero può essere suddiviso in due cicli: il ciclo di una fenomenologia della volontà (1950-60) in cui l'autore, evitando sia il determinismo che l'antropocentrismo (vouloir n'est pas créer) analizza il volere in relazione ai temi religiosi del male, della colpa e della salvezza; il ciclo di una ermeneutica o epistemologia del simbolo (1961-89) che configura il linguaggio non come strumento di comunicazione e sistema di segni che rinviano a significati univoci (semeiotica), ma come produzione di simboli e metafore, che trovano il loro senso nell'esistenza.
La giustizia, che per Platone è la virtù totale in grado di preservare l'armonia dell'anima e della polis, diventa in Aristotele una virtù tra le altre; essa viene concepita matematicamente come proporzione e viene distinta in due ambiti: uno pubblico-distributivo, fondato sull'equivalenza proporzionale, e uno privato-commutativo, articolato sull'eguaglianza aritmetica. La nozione di equità tempera il rigore matematico del diritto e rende umana la giustizia. Mentre in Hegel il diritto astratto si orienta verso la morale, in Kant il campo giuridico si configura nella sua esteriorità rispetto alla morale che nasce da un'adesione interiore al dovere. Nel "contratto" viene accentuato il carattere privato della giustizia e il peso della proprietà privata viene sopravvalutato dall'individualismo borghese ; la nozione stessa di libertà viene infatti pensata in funzione della distinzione del "tuo" e del "mio". In Kant prevale un'idea di giustizia distributiva, vincolata alla nozione di proprietà privata, capace di regolare le relazioni esterne degli individui. La coercizione è legittima se viene violata la proprietà, perché garantisce i diritti individuali e tutela la sicurezza di ciascuno. Hegel procede dal diritto astratto alla morale, per poter poi configurare la comunità come società politica in cui gli uomini possono condividere un progetto comune inscritto nella costituzione. Sul piano giuridico non si realizza la comunità, ma solo il contratto che determina un rapporto interpersonale mediato dalla cosa posseduta. Il passaggio dall'esteriorità del diritto all'interiorità della morale - presente nella Filosofia del diritto - delinea, secondo Ricoeur, un itinerario verso la libertà. Prima di delineare il pensiero giuridico di Rawls, Ricoeur considera le distanze tra la tradizione della "Common Law" e il diritto dell'Europa Occidentale. Rawls ha inteso la società come un sistema di distribuzione dei ruoli, eticamente definita dalla giustizia; quest'ultima viene distinta nei due principi dell'uguaglianza e della differenza; essi conducono alla fomulazione di un nuovo principio di giustizia che, consapevole dell'ineguaglianza sociale, limiti i danni ai più sfavoriti. La tutela dei più sfavoriti si realizza in Rawls attraverso il contratto in cui ciascuno ignora i propri reali vantaggi. Rawls, diversamente dall'utilitarismo, elabora un principio che non massimizza l'interesse dei più, ma si pone nella prospettiva della vittima. Ricoeur condivide questa prospettiva e ritiene che interrogare la vittima è il primo senso della giustizia di fronte al sistema di diseguaglianza oggi vigente. Dopo aver delineato le ambiguità presenti nella moderna società civile, in cui il progresso della giustizia sembra correlato ad uno sviluppo della ingiustizia, Ricoeur auspica il diffondersi della convivialità in cui l'idea della giustizia richiami più il senso della comunità che la tutela dei diritti individuali.

Intervista

Professor Ricoeur, l'esistenza di leggi ingiuste non prova che la Giustizia non si esaurisce nel diritto?

Si tratta di un paradosso che è parte della nostra stessa realtà umana. Da un lato abbiamo infatti l'idea di giustizia, dall'altro le leggi scritte proprie dei diversi paesi e delle rispettive legislazioni nazionali. Abbiamo dunque due concetti di giustizia: l'ideale di giustizia di cui parla la filosofia del diritto, e poi la giustizia legata al diritto positivo e formulata nelle leggi. In effetti ci possono essere atti dichiarati come giusti e leciti perché conformi a determinate leggi, ma queste leggi possono a loro volta risultare ingiuste se vengono considerate in rapporto ad un progetto che oltrepassa le costituzioni e le stesse nazioni, collocandosi su di un piano per essenza cosmopolitico.

Allora la giustizia è soltanto un concetto morale che non prevede se non "per accidens" una coincidenza con il diritto?

No. Resta comunque il fatto che il concetto di giustizia, quand'anche ci serva a condannare delle leggi ingiuste, non appartiene alla morale, perché con esso non si pone il problema della purezza delle intenzioni, ma piuttosto ci si propone di correggere i comportamenti. Da questo punto di vista Kant e Hegel hanno ragione: il diritto è distinto dalla morale, perché si presenta come la sfera dell'esteriorità, in cui gli uomini appaiono esterni gli uni agli altri ed il tribunale reale risulta anch'esso esterno rispetto al tribunale della coscienza.

Come si può venire a capo di questa aporia allora?

Il paradosso può essere risolto - anche se solo parzialmente - mediante la nozione di "principi generali del diritto", di cui si servono i giuristi. "I principi generali del diritto" sono l'elemento di connessione tra la giustizia come mero ideale e la giustizia legata al diritto positivo ed alle leggi scritte, che possono essere talvolta anche leggi criminali: per esempio gli ebrei sono stati sterminati in base a leggi firmate da un capo dello stato legalmente eletto. "I principi generali del diritto" sono appunto l'espressione della sensibilità morale dell'umanità in un dato momento storico, giacché presentano una certa visione dei rapporti di coesistenza tra gli uomini, tali da rendere sopportabile la vita in comune.

In questo senso la giustizia è un concetto che non appartiene né alla morale né al diritto positivo, ma ai "principi generali del diritto", che si trovano nelle dichiarazioni universali dei diritti come per esempio nella Dichiarazione d'indipendenza della Rivoluzione americana, nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino della Rivoluzione francese e nel preambolo di molte costituzioni, che spesso contengono principi più giusti rispetto al contenuto determinato delle leggi che seguono.

Come si deve porre, per Lei, la giustizia di fronte al relativismo degli interessi e dei punti di vista nelle società complesse?

Così come esiste un rapporto gerarchico tra l'idea di giustizia, i principi generali del diritto e il diritto positivo, allo stesso modo esiste una partizione interna al diritto positivo stesso: abbiamo il diritto pubblico, il diritto privato, il diritto sociale, il diritto penale.La partizione è tale da determinare una specie di divisione del lavoro tra i giuristi stessi.

Credo si debba riconoscere che una tale frammentazione del diritto dipenda semplicemente dal fatto che le forme di relazione in cui si può entrare con gli altri sono di natura molteplice, e ciò è strettamente connesso alla crescente complessità delle società moderne. In una società complessa si danno rapporti diversificati tra le persone, e questo fa sì che le relazioni di diritto pubblico tra concittadini non coincidano con le relazioni che si stabiliscono, per esempio, nella definizione dei contratti, nel diritto di successione o nel diritto sociale. Questo significa un potenziamento della possibilità di conflitti.

La giustizia è capace di eliminare questi conflitti?

Il conflitto fa parte della realtà umana, non si deve credere che entrando nella sfera giuridica si eviti ogni possibilità di conflitto, si entra piuttosto in una sfera in cui i conflitti sono riconosciuti come leciti e in cui esistono le regole per risolverli. Ma tali regole non sono necessariamente omogenee, né formano un sistema. Uno dei problemi principali del diritto è allora quello di eliminare il maggior numero di contraddizioni, tanto più che in linea di principio una legge non può contraddire un'altra.

Non si tratta dunque di una questione di relativismo, ma piuttosto di un problema di complessità. Una società bene ordinata - per usare un'espressione di Hannah Arendt - non è quella in cui non ci sono conflitti, ma quella in cui ci sono regole per dirimerli, in questa prospettiva consenso e conflitto possono coesistere. Una società crea tanti più conflitti quanto più è complessa, perciò essa richiede un maggior consenso sulle regole procedurali. In questo senso Rawls ha ragione nel sostenere che il progresso principale è quello che si può fare intervenendo sulle procedure.

Professor Ricoeur per Lei è possibile pensare ancora alla giustizia come ad un criterio unificante e universale, indirizzato verso il miglioramento delle condizioni di vita umane?

Se vogliamo passare alla realizzazione della giustizia sul piano pratico, occorre naturalmente chiedersi che cosa si possa fare affinché le società in cui viviamo si conformino all'ideale di giustizia. Anzitutto bisogna pensare che l'umanità è unica, in modo da porre il problema della giustizia al livello dell'umanità. Se dunque pensiamo la giustizia in senso cosmopolitico, nel significato che avevano dato a questa prospettiva gli uomini del XVIII secolo, siamo indotti a considerare un secondo aspetto della questione, ossia il tipo di disuguaglianza creato dallo sviluppo economico. Credo che il progresso della giustizia stia anzitutto nel rendere possibile l'umanità come una grande comunità tenuta insieme da legami di convivialità. Mi sembra che, all'epoca del grande indebitamento del terzo mondo, il grande pericolo consista nel commerciare soltanto con le nazioni solventi, soddisfacendo pertanto solo i bisogni di chi può pagare.

La giustizia, secondo il mio modo di intenderla, consiste invece piuttosto nel rompere questa regola secondo cui si debbano soddisfare soltanto i bisogni di chi può pagare, e ciò implica il passaggio dall'idea di un'economia mercantile all'idea di un'economia dei bisogni. Ci sono bisogni umani fondamentali da soddisfare, anzi occorre riconoscere che fin dalla nascita si hanno diritti, giacché nessuno sceglie di venire al mondo. In terzo luogo ritengo che le nostre civiltà occidentali debbano cercare di riconoscere le differenze nella maniera più ampia possibile. Contro il progetto di omogeneizzare l'umanità, rendendo tutti gli uomini simili gli uni agli altri in base ad un modello culturale uniforme, bisogna dare il più largo credito possibile alle differenze, per esempio alla differenza dei diritti dei sessi, alla differenza delle generazioni, delle forme di comportamento che consideriamo devianti, come l'omosessualità o la tossicodipendenza.

E' indispensabile l'utilizzo della forza nella giustizia? E se è così, come dev'essere regolato?

Occorre riconoscere in primo luogo che la nostra società non può tollerare tutto e che esiste qualcosa di intollerabile, delle deviazioni e delle trasgressioni che devono essere punite anche usando la forza. Ma ciò significa ammettere il fallimento della società, infatti nel riconoscere che non può funzionare senza un minimo di forza, la società sperimenta i suoi limiti e il suo fallimento. Ciò vuol dire che non abbiamo ancora risolto il problema del "vivere bene insieme", che è in definitiva la nostra utopia sociale. In secondo luogo - come intese Cesare Beccaria - ci si dovrebbe servire della punizione come di un mezzo di educazione, eliminando il più possibile l'idea di espiazione. Tanto più che - come Michel Foucault ha ripetutamente affermato in tutta la sua opera - le forme di reclusione che continuiamo a praticare secondo modelli puramente repressivi producono in realtà l'effetto contrario, visto che le prigioni diventano spesso delle vere e proprie scuole del crimine.

Attualmente dovremmo sperimentare delle forme di pena diverse dalla reclusione, come il lavoro sociale, o qualcosa del genere. In ogni caso il criminale, per quanto possa essere considerato abietto il suo crimine, dev'essere tuttavia rispettato nella sua umanità.

Qual è il rapporto tra la giustizia in quanto tale e la giustizia sociale? Che cosa manca oggi alla realizzazione di una giustizia sociale?

Almeno fino all'inizio del XX secolo, il diritto si è articolato soprattutto in diritto pubblico e diritto privato. Solo con questo secolo si è sviluppata una nuova concezione del diritto, che ha aggiunto la connotazione di "sociale" per distinguersi dalla visione limitata del diritto come diritto delle istituzioni e dei contratti. Il diritto sociale è nato quando si è cominciato a riconoscere che la società stessa produce disuguaglianza ed ingiustizie spesso proprio quando funziona al meglio e nella maniera più produttiva, sviluppando benessere, ricchezza e cultura, quando cioè la redistribuzione dei benefici del lavoro di tutti diventa per sé un problema.

A questo proposito ritengo che l'idea di uguaglianza sia altrettanto importante dell'idea di giustizia, ancora legata all'opposizione del "mio" e del "tuo". Credo che nell'idea di giustizia ci sia una specie di limitazione iniziale, visto che il suo scopo sembra essere non tanto la realizzazione della comunità, quanto più semplicemente, come aveva ben visto Kant, la realizzazione della coesistenza. Ma noi abbiamo un progetto più grande, che è la convivenza e la convivialità; è proprio a questo punto che introduco la mia idea di uguaglianza, perché credo che non sia possibile alcuna comunità se lo stato sociale degli uomini è troppo disparato e se c'è uno scarto troppo grande tra i privilegiati e i più svantaggiati. E' necessario pertanto avvicinare i livelli della condizione sociale degli uomini, perciò l'idea di uguaglianza dev'essere altrettanto forte dell'idea di giustizia.

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Intervista di Antonio Gargano, pubblicata su "L'Unità" del 17 marzo 1997