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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Scienza ed etica

di Everett Mendelsohn 

 

Vita, Opere, Pensiero

Vita:
Everett Mendelsohn è professore emerito di Storia della scienza all’Università di Harvard. È fondatore ed editore del "Journal of the History of Biology" e membro fondatore del comitato scientifico dell'annuario "Sociology of Sciences". Fa parte, tra gli altri, anche del comitato scientifico del "Journal of Medicine and Philosophy" e della rivista "Social Science and Medicine". È stato presidente dell'International Council for Science Policy Studies e si è occupato delle relazioni fra scienza e guerra moderna come fondatore dell'AAAS Committee on Science, Arms Control and National Security e dell'American Academy of Arts and Sciences Committee on International Security Studies.

Opere:
Tra le pubblicazioni più recenti vanno annoverate le opere seguenti: Science, Technology and the Military (1988); A Compassionate Peace: A Future for Israel, Palestine and the Middle East (1989); Technology, Pessimism and Post-Modernism (1993); Biology as Society, Society as Biology: Metaphors (1994); The Practices of Human Genetics (1995), oltre a numerosi articoli.

Pensiero:
I suoi interessi vanno dalla storia delle scienze della vita agli aspetti sociali e sociologici della storia della scienza, nell'ottica delle relazioni fra la scienza e la società moderna.
Everett Mendelsohn riflette innanzitutto sui problemi che comportano gli esperimenti scientifici condotti sugli uomini, sostenendo la necessità di un'etica della sperimentazione: si considerano in particolare i progressi fatti dalla scienza nel campo della genetica, i connessi pericoli di manipolazione e le eventuali conseguenze di mutazioni genetiche che intervengano non solo sulle cellule somatiche, ma anche su quelle germinali, per esempio nel caso di malattie o di altre caratteristiche ereditarie; occorre chiedersi in particolare a chi si debbano demandare queste responsabilità e quale sia la definizione di essere vivente o di vita umana, per esempio rispetto al problema dell'aborto o di ovuli fecondati, ovvero quando subentri la morte cerebrale, per esempio rispetto al problema dei trapianti, dell'eutanasia o dell'interruzione di vite tenute artificialmente in funzione dalle macchine. Secondo Mendelsohn la filosofia si è poco preoccupata del problema delle decisioni pratiche nell'etica e nella politica sociale: occorre invece una più stretta interazione tra filosofi e tecnici. Se la conoscenza tecnica incide sempre più profondamente nella vita quotidiana, d'altronde essa è sempre meno accessibile all'uomo medio: si deve sanare tale discrepanza, anche grazie a nuove forme di interazione e di socializzazione. Non si è affrontato a sufficienza il problema dell'impatto ambientale del progresso tecnologico e del nostro stile di vita: è quindi da riconsiderare la natura delle interazioni tra l'uomo e il mondo in maniera globale e su scala mondiale.

Intervista

Lo sviluppo della scienza e della tecnologia ha da sempre destato preoccupazioni per via dei suoi possibili impieghi. Tuttavia, sino a poco tempo fa, erano le scienze fisiche e chimiche a costituire le maggiori fonti di preoccupazione. Adesso invece abbiamo l'impressione che le stesse scienze della vita siano divenute altamente problematiche, in relazione ai loro possibili esiti.

L'intera questione delle scienze della vita e dei cambiamenti nella nostra capacità di alterare la vita a tanti livelli diversi ha sollevato tra gli addetti ai lavori una serie di interrogativi che richiedono un attento esame ogni volta che si compie un nuovo passo in avanti nei laboratori. Per esempio, circa quindici anni fa si scoprì che venivano condotti numerosi esperimenti sugli esseri umani, in campo medico, psicologico e psichiatrico, si collaudavano nuove tecniche, si esploravano nuove terapie nella speranza che potessero influire in qualche modo sugli accadimenti della vita umana. Ciò comportava che molte delle vecchie regole sulla sperimentazione dovevano essere modificate, dal momento che il soggetto non era più un animale o una pianta, bensì un essere umano. Assistemmo alla messa a punto di metodologie che ci allontanavano dalla concezione secondo cui si aveva a che fare solo con la base materiale dell'uomo, e ci rendemmo invece conto di avere ormai di fronte non semplicemente l'uomo in quanto forma materiale, ma l'uomo come essere sociale e culturale. Scoprimmo che nelle scienze mediche, nelle scienze della vita ci sono determinati esperimenti che non si possono condurre sulle persone, come accadeva ad esempio in Germania nell'epoca nazista, quando si prendevano degli esseri umani e si raffreddavano i loro corpi nell'acqua gelida, osservando il cambiamento delle funzioni fisiologiche fino a che essi morivano. Sosterremmo che vanno oltre i limiti delle possibilità e dei doveri della scienza, anche se potrebbe benissimo darsi che le informazioni che ne trarremmo si rivelerebbero di qualche utilità; perciò dobbiamo cambiare e affermare che la sperimentazione ha dei limiti. E adesso, ogni volta che qualcuno si accinge a condurre degli esperimenti che coinvolgono degli esseri umani, lo obblighiamo a compilare un documento particolareggiato. Il programma di ricerca deve elencare ogni passo previsto in modo che una commissione specializzata in etica della sperimentazione ne possa verificare la correttezza.

Nell'ambito delle scienze della vita, un posto particolare spetta alla genetica: le scoperte realizzate in questo campo negli anni Settanta si sono rivelate di un'importanza estrema. Non sembrano tuttavia esse sollevare nuovi interrogativi dal punto di vista etico?

 Esistono più di mille malattie che sono fortemente o secondariamente determinate dai geni. Naturalmente speravamo di riuscire ad acquisire una quantità sufficiente di informazioni sul patrimonio genetico degli individui, in modo da poter mettere a punto le terapie mediche esterne che ci permettono di introdurre sostanze nuove quando il corpo non le produce, oppure di modificare proprietà semplici come la vista. Quando abbiamo la sensazione di non vederci bene prendiamo un paio di occhiali e ce li mettiamo. Ma cosa succederebbe se, invece di doverci affidare a una sostanza chimica o a un ausilio fisico come un paio di occhiali, potessimo intervenire e agire sulla capacità genetica dell'organismo di ridefinire da sé le proprie caratteristiche fisiologiche, in modo da superare tali difficoltà? Questo è il principio che la genetica medica ha cercato per molto tempo. Oggi, in molti campi, esso è realizzabile. Tuttavia esso poneva un problema importante. Agendo in questo modo sugli organismi sorgevano una serie di perplessità. Abbiamo scoperto che potevano esserci dei pericoli: cosa sarebbe accaduto infatti se involontariamente avessimo introdotto delle componenti genetiche le quali, anziché limitarsi a modificare l'aspetto specifico che ci eravamo prefissi, avessero influito su altre attività dell'organismo? La sperimentazione doveva necessariamente prendere in considerazione questo genere di interrogativi, e domandarsi fino a che punto abbiamo una conoscenza della nostra capacità di alterare la componente genetica degli organismi tale da permettere che la ricerca venga portata avanti nel laboratorio, e da autorizzare l'immissione nell'atmosfera di un nuovo prodotto. Pensiamo per esempio alla possibilità di dar vita a una pianta capace di resistere al gelo, oppure capace di produrre da sola l'azoto, senza dover dipendere dai fertilizzanti o da altre sostanze; oppure alla possibilità di produrre degli organismi, sia animali che vegetali, resistenti a quelle malattie tradizionali che l'agricoltura combatte da sempre. Fino a che punto è lecita l'immissione di nuovo materiale genetico nell'ambiente globale? Bisogna ricordare che il nostro ambiente attuale è il prodotto di un'evoluzione che si è svolta nell'arco di un periodo lunghissimo, di pari passo con l'interazione tra il background e l'organismo stesso. Bisogna inoltre tenere a mente che nella sperimentazione genetica ci sono due livelli. Nell'intervento diretto sulle cellule somatiche, sia che si tratti di un organo specifico come il pancreas, i polmoni o il fegato, oppure del sangue, si introduce una nuova componente genetica che influisce solo su sull'organismo su cui si sta lavorando, sui suoi tessuti somatici. L'altro livello, invece, è costituito dall'intervento sui tessuti ereditari, sulla linea germinale. Nel caso di una malattia genetica, è evidente la tentazione di introdurre delle modifiche non solo per un determinato organismo, per un determinato individuo, ma anche per la sua progenie, in modo da eliminare la minaccia di malattie ereditarie. Tuttavia le malattie genetiche non sono l'unico aspetto su cui possiamo agire una volta che abbiamo imparato a inserire materiali genetici negli organismi. Cosa dire della linea germinale? Come ci comporteremmo con cose come la vista? La vista, potremmo dire, non è dissimile da una malattia genetica. Che dire, allora, di cose come il senso musicale, ammesso che abbia caratteristiche genetiche? Siamo disposti a permettere l'impianto di geni che siano in grado di modificare il senso musicale, oppure, la forza muscolare? Non ci piacerebbe poter influire anche su questa, oppure, che so, sull'altezza? Non ci piacerebbe poter dire che una famiglia di persone basse dovrebbe avere la possibilità di diventare più alta nella prossima generazione? Ecco, sono queste le domande che oggi dobbiamo porci; non è più fantascienza. Con ciò non vogliamo affermare che questi esperimenti non dovrebbero essere effettuati, o che tali capacità non dovrebbero essere sviluppate. Semplicemente vogliamo porre quella che è la domanda di gran lunga più importante: quali principi, quali direttive seguiremo quando cominceremo ad alterare la composizione genetica degli esseri umani? In base a quali criteri effettueremo le nostre scelte? Diremo che questa discrezionalità spetta al governo? In fondo, visto che lo Stato paga le cure mediche, non dovrebbe avere il diritto di intervenire e di eliminare all'origine dei difetti che richiedono cure mediche? Di fronte a questi problemi non disponiamo oggi di una soluzione intelligente. Abbiamo già abbastanza difficoltà con problemi semplici come il tipo di istruzione da impartire nelle scuole, per non parlare della questione molto più profonda della possibilità di formare gli esseri umani oggi e nelle generazioni future.

Un altro campo in cui abbiamo sviluppato una grande sensibilità per l'importanza che esso riveste sia per la sperimentazione sia perché ci permette di intervenire sul corso normale della vita umana, è quello della riproduzione. Quali interrogativi esso propone?

Una volta che i progressi della genetica siano stati collegati ai progressi raggiunti nella manipolazione delle cellule e dei tessuti, avremo la possibilità di prendere un ovulo da un animale e da un essere umano, di fecondarlo in laboratorio, di immagazzinarlo, di metterlo in un cella frigorifera finché non arriverà il momento di tirarlo fuori, di impiantarlo in una femmina e di portarlo a piena maturazione. Perciò, la possibilità di manipolare direttamente il processo della riproduzione ci porta a confrontarci con un'altra serie interessante e stimolante di problemi etici e sociali. Ancora una volta dobbiamo chiederci: chi dovrà fissare i limiti? Oggi in molte parti del mondo un argomento che suscita molto interesse è la definizione di creatura vivente: la vita è già contenuta nella singola cellula, nell'ovulo dopo che è stato impregnato di sperma, oppure bisogna aspettare che quest'ovulo, fecondato, abbia cominciato a scindersi? Si forma nella prima settimana, nel primo mese o nei primi tre mesi di gestazione? Quando si può applicare la definizione di vita umana? Questi interrogativi stanno alla base delle discussioni in corso in molte parti del mondo sul diritto di scegliere se il processo della riproduzione debba continuare oppure possa essere interrotto. Negli ultimi tempi i tribunali hanno preso una serie di decisioni affascinanti, in cui la questione di quello che succede a un ovulo, una volta fecondato, assume un'importanza cruciale. A chi appartiene? Alla donna? All'uomo? A entrambi? Chi ha il diritto di decidere che venga portato a maturazione oppure no? Nella questione dell'aborto, la decisione spetta alla donna. Nel caso di un ovulo fecondato e immagazzinato in una cella frigorifera, i tribunali hanno recentemente stabilito che anche l'uomo può rivendicare dei diritti. I problemi derivati dai progressi della tecnologia della riproduzione diventano così problemi etici e giuridici.

Quando parliamo di vita e di riproduzione, l'altra faccia della medaglia è la morte. Quali criteri seguiamo nelle nostre decisioni per quanto riguarda la morte?

 Anni fa, nel 1968, feci parte di una commissione incaricata dal rettore dell'università di Harvard di formulare una nuova definizione di quello che allora chiamavamo coma irreversibile o morte cerebrale. L'idea era molto chiara: volevamo trovare una definizione della morte che dal punto di vista scientifico o strumentale fosse la più corretta possibile. Non più semplicemente la cessazione del battito cardiaco, o del polso, o del respiro, o il rovesciamento degli occhi, i segni clinici usati tradizionalmente dalla medicina. Volevamo invece qualcosa che fosse incontrovertibile, qualcosa che uno strumento avrebbe potuto registrare con quanta più facilità possibile. Il punto chiave fu individuato nella cessazione dell'attività cerebrale. L'interesse per la questione si spiega per due ordini di ragioni. Innanzitutto gli sviluppi della medicina avevano grandemente aumentato le possibilità di riportare in vita le vittime di incidenti, per esempio di incidenti stradali, avendo a disposizione mezzi artificiali capaci di rimettere in moto il cuore o la respirazione. Addirittura, se l'organismo non era in grado di assumere cibo, bastava inserire sonde alimentari oppure aghi con drenaggi che permettevano di tenere in vita un corpo secondo la vecchia accezione. Ci si rese però ben presto conto della possibilità del verificarsi di lesioni, che di solito sopravvenivano in concomitanza con l'interruzione dell'afflusso di ossigeno al cervello e che comportavano la perdita dell'attività cerebrale. In termini tecnici, l'elettroencefalogramma dava un'onda cerebrale piatta. Si aveva, cioè, una reazione isoelettrica. Scomparsa l'attività cerebrale, anche se si può continuare a far battere il cuore meccanicamente, a far respirare i polmoni e a far assumere alimenti al corpo, non si può fare del paziente un essere umano senziente, cosciente, che interagisca col mondo circostante. Ecco, questa condizione noi la chiamavamo morte cerebrale o coma irreversibile. L'altro motivo per cui il mondo della medicina era particolarmente interessato a questo problema era il fatto che alla fine degli anni Sessanta era diventato possibile trapiantare organi, soprattutto cuori, da un essere umano a un altro. Quando il cuore di una persona si ammalava oppure perdeva la sua funzionalità, se si riusciva a trovare un donatore era possibile espiantare il cuore e trapiantarlo. Ma quali erano le condizioni che permettevano di espiantare il cuore di una persona? Occorreva una definizione che permettesse di affermare che una persona era morta, ma che i suoi organi erano ancora vitali o abbastanza vivi da poter essere trapiantati. La morte cerebrale era la chiave di tutto. Bisognava poter dire che il cervello, tanto nelle sue funzioni cerebrali superiori quanto in quelle inferiori, aveva cessato di funzionare, e che la persona in questione non poteva tornare a essere cosciente e senziente, mentre i suoi organi erano ancora vitali e atti a essere trapiantati. La discussione, quindi, verteva sulla morte cerebrale e sulle sue conseguenze. Nel mondo medico divenne subito chiaro che si trattava di un nuovo, importante passo. Il mondo della medicina vedeva con favore questo sviluppo. Esso avrebbe avuto anche l'effetto di semplificare l'attività dei medici, del personale ospedaliero, e soprattutto dei chirurghi che volevano effettuare i trapianti di organi. Non c'erano dunque problemi? Eccome, se ce n'erano. C'era chi sosteneva che finché un organismo poteva essere tenuto in vita con i respiratori, con le macchine che facevano circolare il sangue, e nutrito con sonde che entravano nello stomaco, bisognava lasciare vivere quella persona. Col tempo, questa discussione si attenuò, soprattutto in quei casi in cui divenne chiaro che le attività fisiologiche tradizionali potevano essere mantenute soltanto per mezzo di ausili meccanici. Ormai in molti paesi si considera la perdita delle attività cerebrali superiori un'equivalente della morte, anche se in genere si richiede la cessazione dell'attività cerebrale sia superiore che inferiore. Tuttavia in alcune cause legali si sono verificate delle grandi controversie e abbiamo assistito increduli a un ritorno su posizioni che il mondo della medicina si era ormai lasciato alle spalle. I tribunali hanno decretato che gli esseri umani, prima di perdere la capacità di intendere e di volere dovrebbero stipulare un documento - testamento in vita si chiama - in cui dichiarano in precedenza che non vogliono essere considerati vivi qualora non siano più in grado di compiere una determinata serie di funzioni. Ed esistono dei criteri precisissimi a questo proposito. Ma coloro che si oppongono alla morte provocata artificialmente - all'eutanasia -dovrebbero riflettere su cosa si intenda per vita. Poniamo il caso dei genitori di una persona giovane, i quali si rendono conto che è sparita ogni traccia di quella vita che doveva animarla, che essa giace lì, viene nutrita artificialmente, respira artificialmente, il suo sangue circola artificialmente, il suo cuore batte artificialmente. Questo stato è degno di essere chiamato vita? È questo il problema che viene sollevato dalle nuove tecniche sperimentali in campo biologico e medico. Ma si tratta di problemi solo in parte tecnici; fondamentalmente sono problemi di carattere sociopolitico, etico e riguardano il nostro stesso concetto di cultura umana.

La bioetica è una recente branca della filosofia che si occupa dei principi che dovrebbero ispirare la ricerca nel campo delle scienze della vita, così come la pratica medica. A Suo avviso è in questo senso sufficiente l'impegno della filosofia nell'affrontare gli interrogativi d’ordine morale e sociale sollevati dallo sviluppo delle scienze e della tecnologia?

Penso che la filosofia tradizionale si sia in notevole misura distaccata da molti di questi importanti problemi. A mio parere essa si occupa di temi interni al discorso filosofico e non si cura di quella che potrebbe essere una filosofia delle decisioni pratiche da prendere in campi relativi all'etica o alla politica sociale. Si può fare molto di più. A mio avviso molti degli interrogativi di carattere etico che ci siamo posti devono essere riformulati, e dobbiamo trovare un contesto alternativo in cui esaminare la natura dei criteri in questione, gli obiettivi dei processi decisionali, il carattere pluralistico delle decisioni che si renderebbero necessarie, la valutazione del modo in cui si influenza il futuro degli esseri umani, dei gruppi sociali o addirittura di intere culture. È in questo senso, allora, che la filosofia viene a trovarsi davanti a nuove sfide, sfide che auspico le scuole filosofiche vorrano prendere in considerazione. Finora lo si è fatto solo marginalmente, a un livello di gran lunga troppo astratto. Penso che debba esserci più interazione: i filosofi dovranno essere molto più informati sulle questioni tecniche e i tecnici dovranno essere molto più informati sulla natura del discorso filosofico. Questa diventerà la direzione importante da seguire. D'altra parte il problema non riguarda solo il filosofo di professione, riguarda anche il cittadino. Da questo punto di vista va considerato che ci siamo trovati davanti a una sorta di divorzio, di separazione. Se da una parte la conoscenza incide in maniera rilevante sulla vita quotidiana, allo stesso tempo quella stessa conoscenza diventa sempre meno accessibile al cittadino medio. Le nostre scuole ci insegnano alcune cose, ma ci insegnano soprattutto che il bagaglio tecnico non è accessibile alla persona comune. Ora, a mio avviso, nel campo della biomedicina così come in qualsiasi altro campo della scienza e della tecnica, dobbiamo trovare il modo di riformulare la nostra istruzione, i nostri interrogativi e le modalità con cui prendiamo decisioni che riempiano questo vuoto e portino all'essere umano medio molta più conoscenza, informazione e capacità di affrontare quegli interrogativi.

La nostra situazione, come Lei ci mostra, è paradossale. Da un lato i progressi della scienza influiscono fortemente sulla nostra vita quotidiana, dall'altro, vista la fortissima specializzazione, le conoscenze divengono sempre più inaccessibili per il cittadino medio. In che modo è possibile ridurre tale divario?

I nostri mezzi di comunicazione si sono sviluppati in maniera incredibile e raggiungono luoghi dove non sono mai stati prima. Allo stesso tempo, però, abbiamo proceduto in maniera troppo lineare. Anziché un flusso multidirezionale abbiamo spesso avuto un flusso unidirezionale. Ciò che bisogna fare allora è cercare i mezzi con cui chiudere i circuiti di comunicazione, in modo da provocare una retroazione da parte di coloro che subiscono i cambiamenti rispetto a coloro che si adoperano a provocarli. Ciò richiede nuove forme di istruzione, forme interattive, richiede nuove forme di socializzazione e di formazione degli stessi esperti. Normalmente non si domanda ai tecnici di prestare attenzione alla questione delle utilizzazioni sociali delle attività di cui si occupano, né di preoccuparsi delle conseguenze che l'introduzione nella società di nuove conoscenze e di nuove tecniche potrebbero comportare. Il punto è proprio questo: si tratta di modificare radicalmente questo atteggiamento, di fare in modo che lo scienziato si senta responsabile dei risultati e degli effetti della sua ricerca. A tal fine è evidente che la formazione di ogni esperto dovrebbe comprendere un certo bagaglio sociale e filosofico. D'altra parte è parimenti necessario che il cittadino abbia la possibilità di prender parte alla creazione di meccanismi di retroazione. Pensiamo per esempio alle commissioni etiche, attualmente esistenti nella maggior parte degli ospedali degli Stati Uniti. Esse non sono formate esclusivamente da medici, e in ogni caso dovrebbero includere anche cittadini medi, di cultura tradizionale e non specialistica, che riflettano il modo di pensare della comunità e interroghino gli esperti. Bisogna andare avanti nella sperimentazione di queste forme, per fare in modo che queste iniziative si addentrino sempre più nella società.

Qual'è, a sua avviso, la più grande sfida che la scienza si trova oggi ad affrontare?

Uno degli aspetti del nostro sviluppo sociale che maggiormente inducono alla riflessione è il fatto che non abbiamo badato al mondo che ci circonda. Abbiamo cercato di rendere più agevole la vita degli esseri umani, abbiamo cercato di dotarli di una salute migliore, di beni materiali, di possibilità di comunicazione e di movimento, siamo riusciti addirittura a mandare degli esseri umani sulla luna e forse, nell'esplorazione dello spazio, si raggiungeranno anche altri pianeti. Ma mentre facevamo tutto questo non ci siamo minimamente curati degli effetti che procuravamo all'ambiente in cui viviamo, a questa biosfera. Non alludo solo a tutte le forme di inquinamento. È che abbiamo costruito e seguito un intero modo di vivere, un modello di sviluppo industriale, uno stile di vita che rende praticamente invivibile il mondo in cui viviamo. È l'intera questione del rapporto fra le società umane organizzate e lo spazio in cui viviamo che va riconsiderata. Ormai non viviamo più in un ambiente locale, ma in uno spazio globale. Gli effetti negativi dell'uso di sostanze inquinanti si ripercuotono a livello globale e in una dimensione temporale vastissima. Si deve dunque tornare assolutamente a riflettere sulle interazioni fra l'uomo e il suo ambiente. Qualcosa è stato fatto, ma c'è in questo campo una incredibile inerzia. Lei e io siamo disposti a rinunciare alla nostra automobile e a ricorrere a mezzi di trasporto meno inquinanti? Siamo disposti a smettere di volare in giro per il mondo a bordo dei jet, a ridurre il nostro consumo di elettricità, visto che per produrla consumiamo carburanti fossili o radioattivi che poi inquinano la nostra atmosfera? Oggi si comincia a porsi questo genere di domande. Ma sono proprio queste le domande fondamentali. Io ritengo che le grandi conquiste che avverranno in campo scientifico e tecnologico nel corso della nostra vita non saranno la scoperta di nuove tecniche per la manipolazione dei geni o l'invenzione di nuovi mezzi di trasporti, più veloci e più agevoli. Saranno, invece, nuove scoperte sul modo in cui gli esseri umani e la loro attività produttiva e inventiva interagiscono con quell'ambiente naturale al cui interno speriamo di poter vivere ancora per molti, molti anni.

 

Intervista di Pietro Corsi

Traduzione di Eva Kampman

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L'intervista fa parte dell'opera in videocassette "Viaggio tra i filosofi" - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, edita da VideoSapere-Paravia