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Lunedì, 21 Agosto 2017

Il nuovo vocabolario della vita liquida

di Zygmunt Bauman

Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia di origini ebraiche, Zygmunt Bauman è costretto ad abbandonare il suo paese in seguito all’invasione nazista. Tornato in patria al termine del secondo conflitto mondiale, si laurea in sociologia a Varsavia. Perfeziona poi i suoi studi alla London School of Economics e ottiene una cattedra in sociologia all’Università di Varsavia. Nel 1968 è costretto nuovamente all’esilio, a causa dell’epurazione antisemita.
Insegna per un certo periodo all’Università di Tel Aviv e poi di Leeds. Inizialmente le ricerche di Bauman hanno per oggetto la stratificazione sociale e il movimento dei lavoratori. La sua fama oltrepassa i confini della sociologia del lavoro grazie al saggio Modernità e Olocausto, che dimostra come l’Olocausto non sia il frutto di un momentaneo inceppamento della moderna razionalità, bensì un suo sviluppo logico, e tragico, sempre possibile.
Con questo studio Bauman inaugura un prolifico percorso di indagine sulla natura della modernità, sulle sue peculiarità e contraddizioni, grazie al quale si è guadagnato a pieno titolo un posto tra i maestri del pensiero contemporaneo. Numerosi i libri e gli articoli di cui è autore. Tra i più recenti ricordiamo: Modernità liquida, Voglia di comunità, Vite di scarto, Homo consumens e Vite che non possiamo permetterci.

Intervista: "Vite liquide: vivere felici e moderni"

Professore, Lei sostiene giustamente che gli individui hanno bisogno di identità. Però la novità è che, mentre una volta l’identità era una sola, oggi – afferma – si cambia identità più volte nella vita. Secondo Lei, l’identità si rinegozia continuamente. Dunque, l’identità è un processo che non dipende soltanto dalla scelta dell’individuo, ma anche dalla società, perché l’individuo la rinegozia anche a partire dal contesto sociale che lo circonda. Essendo chiamato a cambiare più volte identità nella propria vita, l’individuo incorpora una certa dose di ansia. È inevitabile quest’ansia, secondo Lei? Oppure la rinegoziazione dell’identità potrebbe essere un fatto liberatorio?

È una domanda molto importante, direi cruciale per la nostra situazione contemporanea. L’identità entra nella consapevolezza sociale in tempi molto recenti.
I miei contemporanei non erano affatto preoccupati di queste questioni. In realtà, non so se si siano mai posti il problema o se mai abbiano dovuto rispondere alla domanda: chi sono? La risposta che avrebbero dato sarebbe stata: l’identità è la comunità in cui siamo nati. E la comunità balza alla consapevolezza sociale come un problema laddove la comunità ha perso tante delle sue caratteristiche peculiari, cioè laddove ha perso il suo ruolo lasciando all’individuo il compito di darsi certe risposte. La risposta alla domanda “Chi sono io?”  è stata lasciata ai singoli. Oggi gli individui sono chiamati ad autodeterminarsi con le proprie forze.
Non amo molto il concetto di identità, preferisco quello di identificazione perché mette in evidenza il fatto che si tratta di un processo con dei risvolti pratici; un processo costante, senza fine. Citerò Jean Paul Sartre, uno dei filosofi più influenti in Europa. Sartre ci ha spronato a organizzare le nostre vite, insegnandoci che dobbiamo costruire da soli il nostro “progetto di vita”. Fatto questo, tutto il resto è semplice. Perché per qualunque forma di vita l’appartenenza, per esempio, a una classe sociale – quella borghese, quella dei lavoratori… – fornisce un codice di comportamento che si può imparare a memoria. Questo codice di comportamento, queste istruzioni, questi consigli, cambiano costantemente di giorno in giorno.
L’oggi è completamente diverso da ieri. Quindi il processo di identificazione deve essere portato avanti. Non si tratta solo di identificazione, ma piuttosto di riidentificazione. Per questo nei miei libri ho parlato di una modernità liquida. E perché parlo di liquidità? Voi sapete bene quali sono le caratteristiche dei liquidi: si distinguono per una caratteristica fondamentale, e cioè non conservano la stessa forma per troppo tempo, hanno la tendenza a cambiare di continuo. Possono condensarsi – in un contenitore assumeranno una certa forma – ma possono anche fuoriuscire. Cambiano, e l’impatto è imprevedibile.
L’obbligo di ri-identificazione porta a uno stato di ansia acuta. Due sono gli aspetti fondamentali: l’uno attraente, l’altro invece molto doloroso. L’elemento attraente di questa dinamica è che questa situazione non è determinata, non è pienamente definita, quindi è aperta a esiti inattesi, e c’è soprattutto l’opzione di scelta. C’è dunque la prospettiva di poter cambiare la propria condizione, di migliorarla. D’altro canto, nella stessa situazione ci si sente molto a disagio, si ha una sensazione di incertezza, di insicurezza personale, perché non si può prevedere il futuro. I grandi cambiamenti degli ultimi cento anni erano imprevisti e inattesi. Il collasso del sistema dei crediti, per esempio, non era previsto. Ci confrontiamo quindi con un costante senso di inconsapevolezza, non solo perché i grandi eventi sono imprevedibili, ma perché la nostra stessa vita quotidiana non può essere facilmente prevista: per esempio, l’azienda per la quale lavorate e da cui dipende il vostro sostentamento quotidiano potrebbe fondersi con un’altra azienda e quindi chiudere i cancelli del vostro stabilimento e spostarsi in un altro paese in cui ci sono più prospettive di guadagno e più vantaggi.
Pensate al vostro compagno o alla vostra compagna di vita, o a un amico o un’amica. Un mio caro amico inglese, Anthony Giddens, un altro sociologo, ha coniato il concetto di relazioni pure, esaltando la libertà di scelta. Abbiamo quindi relazioni pure, a cui non è connessa alcuna forma di vincolo. Le persone, cioè, decidono di formare una coppia o un rapporto perché si aspettano delle gratificazioni, ma nessun altro impegno è implicato in questa scelta. È un lusso di cui i nostri antenati non hanno mai potuto godere. Questa “purezza” di rapporti senza impegno ha creato però una situazione di forte ansia. Per poter stabilire dei rapporti puri abbiamo bisogno di due persone, mentre per poter infrangere questo rapporto ne basta una. Quindi, se una delle due persone è sufficiente per rompere il rapporto, le due persone vanno a letto la sera svegliandosi al mattino con un senso di paura: che cosa deciderà il mio partner? si sarà stancato? C’è dunque una persona che ha un ruolo preminente rispetto all’altra: di nuovo, l’incertezza. Oltre a questa incertezza, c’è un altro flagello: la sensazione di impotenza. Se anche potessimo prevedere quello che succederà, saremmo incapaci di agire per contrastare questa evoluzione. Non abbiamo il potere, non abbiamo la forza di farlo. Questa è la ragione per cui la negoziazione dell’identità, oggi, è un processo senza fine.

Grazie, professore. Ci sono altri due termini che hanno particolare importanza nella sua riflessione: libertà e sicurezza. Lei dice che sono i due valori centrali dell’esperienza umana, ma che sono difficili da conciliare. C’è quasi un pendolo della Storia: in certi momenti prevale la ricerca di libertà, in altri la ricerca di sicurezza. Lei dice che in questo momento “noi accettiamo quasi tutto per avere sicurezza”. E io aggiungo: accettiamo le intercettazioni, accettiamo i body-scanner negli aeroporti, accettiamo che magari vengano lette le nostre mail per poter ricostruire alcune situazioni. È anche vero che in questo momento il libro più comprato del mondo si chiama proprio Freedom, il romanzo di Jonathan Franzen, che anche in Italia sta avendo successo. Quindi la domanda è la seguente: è proprio vero che oggi prevale la richiesta di sicurezza? Il pendolo oscillerà ancora, o l’attuale richiesta di sicurezza è un passaggio definitivo che ci porterà ad accettare una restrizione permanente della libertà?

Due valori sono essenziali per condurre una vita dignitosa: uno è la sicurezza, l’altro è la libertà. Non può esserci sicurezza senza libertà. E la libertà senza sicurezza è caos, è l’impossibilità di vivere, è il non sapere come e dove muoversi. Sono poli opposti che si respingono l’uno con l’altro. Quindi ci deve essere una combinazione di entrambi.
Ecco perché ci muoviamo in un pendolo. Se guardiamo la storia dell’umanità, vediamo che quello che definiamo progresso non procede per una linea retta, ma è appunto un pendolo, un’oscillazione tra i due poli. Ci stiamo avvicinando al polo della libertà, e improvvisamente abbiamo il desiderio di avere più sicurezza. Nel 1929 un grande psicologo, Sigmund Freud, scrisse un libro che intitolò Il disagio della civiltà. In quel libro Freud diceva che la civiltà, qualsiasi tipo di civiltà, è uno scambio, e precisamente uno scambio tra libertà e sicurezza. Quando scrisse il libro, ci tengo a ripeterlo, tutti i problemi dei suoi contemporanei derivavano dal fatto che avevano ceduto molta della loro libertà personale per avere più sicurezza: la sicurezza dalle malattie del corpo, dalle catastrofi della natura, e così via. Al tempo di Freud le persone dovevano limitare il loro istinto, i loro desideri, proprio per avere i vantaggi di una sicurezza che avesse dei fondamenti sociali. Ho l’impressione che Sigmund Freud, se fosse qui adesso al posto di Zigmunt Bauman, ripeterebbe la sua analisi: ogni civiltà è uno scambio, uno scambio tra la sicurezza e la libertà. Ma la sua diagnosi sarebbe diametralmente opposta. Probabilmente direbbe che i problemi della civiltà attuale derivano dal fatto che abbiamo tralasciato molta sicurezza per avere più libertà.
La libertà di oggi non ha precedenti. Potete scegliere la vostra identità, vi è consentito farlo, o almeno provare a farlo. Potete sperimentare la vostra identità sessuale, una cosa impensabile per la generazione di Freud. La libertà è maggiore oggi di quanto non lo sia mai stata in passato. Il prezzo però è l’assenza di sicurezza, e questo ci spaventa. È il sentimento di inconsapevolezza e di impotenza di cui parlavo prima. Se c’è l’impotenza, se c’è l’inconsapevolezza, allora il terzo elemento sarà l’umiliazione. Vi sentirete umiliati: “io non valgo nulla, io non sono adeguato alla grandiosità del compito che ho di fronte a me”. L’incertezza, dunque, porta con sé una triplice maledizione.
Negli ultimi anni il pendolo ha iniziato a muoversi in una direzione diversa. Ho l’impressione che le persone, oggi, siano sempre più propense a cedere buona parte delle loro libertà per avere in cambio più sicurezza. Tant’è vero che la sicurezza è diventata la parola-chiave del dibattito politico.
I partiti politici non promettono più libertà di quanto non facessero quand’ero giovane, ma promettono più sicurezza. Non sto dicendo che ve la offrono, però almeno ve la promettono. Promettono leggi più severe contro gli immigrati, o maggiori controlli sui confini: promettono più “sicurezza esistenziale”. La sicurezza esistenziale è il fondamento più profondo delle paure, delle ansie della nostra vita quotidiana. La sicurezza esistenziale è la sicurezza dei nostri legami umani, di ciò che ci circonda, mentre la nostra comunità – il nostro posto nel mondo – viene assaltata da forze esterne, “globali”, che non sappiamo da dove vengano. Arrivano colpi inattesi anche nel campo del mercato del lavoro, il luogo in cui si forgia la nostra identità sociale, il luogo che decide la nostra collocazione sociale. Nessun governo può cambiare questo stato di cose.

Noi siamo ospiti di una terra, il Nord-Est, che ha fatto della capacità di combinare libertà e sicurezza un elemento di successo. Qui c’è stata imprenditorialità dal basso, l’iniziativa dal basso, e c’è stata anche una comunità che ha presidiato fortemente i suoi valori. Quindi il Nord-Est è l’esempio, nel passato, di un territorio che ha saputo mettere insieme il meglio della libertà e il meglio della comunità. Di fronte alla globalizzazione, secondo Lei, i territori riescono ancora a fare questa sintesi virtuosa di libertà e comunità, oppure devono, per usare il suo termine, ri-negoziare questa sintesi, inventare qualcosa di nuovo?

Vorrei che fosse così. Vorrei che si trovasse la soluzione a questo problema, ma non è facile. Non posso parlare di questo caso specifico, perché non ho studiato la situazione italiana. Voi la conoscete molto meglio di me. È una situazione diversa, unica. Preferisco parlare in termini più generali.
Ho accennato al fatto che i governi non riescono a lavorare sulla promessa di sicurezza. Non ne avevo ancora parlato, ma c’è evidentemente un processo di globalizzazione. In termini pratici, “globalizzazione” significa che c’è un divorzio in corso, una separazione tra il potere e la politica. Che cos’è il potere? È la capacità di fare le cose. La politica è la capacità di decidere quali cose vanno fatte. Per molto tempo si è dato per scontato che ci fosse un matrimonio tra il potere e la politica, un legame che nessun essere umano poteva sciogliere. Si viveva nello stesso posto, nello stesso nucleo familiare, e lo Stato era lo Stato-nazione.
Lo Stato-nazione aveva il potere di fare le cose. A causa della globalizzazione la situazione è cambiata: il potere è evaporato nell’iper-spazio, nello spazio globale. Manuel Castells lo ha chiamato “spazio dei flussi”. Non abbiamo gli strumenti per bloccare il flusso, per fermare il movimento. Il potere è salito verso l’alto. Eppure la politica, oggi, nel 2011, è rimasta ferma a cent’anni fa. La politica locale è ancora locale. La politica finisce al livello dello Statonazione. Lo Stato-nazione non ha quindi gli strumenti per gestire problemi che fluttuano nello spazio globale. Il governo locale si trova a dover gestire problemi di cui non è la causa, perché i problemi arrivano dallo spazio globale.
Le città contemporanee raccolgono problemi che sono stati creati in alto. C’è un problema globale di inquinamento, però è il sindaco di Padova che deve fornire acqua potabile e far sì che l’aria che respirate sia pulita. C’è, prima di tutto, un problema di sradicamento. Si sradicano masse di persone che si mettono in movimento – la chiamiamo “emigrazione” – ma di nuovo è l’amministrazione di una città che è obbligata a trovare case, scuole, posti di lavoro per queste persone, ed è quindi obbligata a stabilire delle relazioni amichevoli tra i nuovi arrivati e i cittadini che in quella città già ci abitano. Il potere, in alto, può fare qualsiasi cosa gli venga in mente, quindi è un potere non controllato dal punto di vista politico. Lo spazio globale è una specie di Far West, dove non c’è controllo. Uno spazio visitato da giudici in viaggio una volta all’anno. Ecco perché è il Far West che vince. D’altro canto, gli Stati si sono indeboliti, non hanno abbastanza potere per promettere in modo responsabile la sicurezza ai propri cittadini. Ecco perché la questione della sicurezza si è staccata da questi problemi di fondo della sicurezza esistenziale, e in pratica è passata all’area delle minacce esterne.
I nuovi arrivati, gli immigrati, i terroristi: sono problemi reali per noi, è vero. Ma per quanto si provi a risolverli, lo Stato non può fare altro. Gli Stati sono felici di far vedere che fanno qualcosa, almeno per questo aspetto della sicurezza. Qualsiasi cosa si faccia in questo ambito crea ansia. Questi timori diffusi rimangono. Il pendolo si sta spostando. Siamo pronti a cedere parte della nostra libertà per avere più sicurezza.
Il problema comunque è: chi ci offrirà questa sicurezza? Quand’ero giovane, il grande interrogativo della mia generazione era: che cosa dobbiamo fare? L’interrogativo della generazione attuale è: chi farà qualcosa? Gli strumenti che i nostri padri, i nostri nonni e i nostri bisnonni hanno elaborato non sono più adeguati, non sono sufficienti per gestire i problemi globali.

Concludo il ragionamento. Noi in Italia diciamo, con nostro linguaggio, che è finita la stagione delle grandi narrazioni politico-culturali. Lei parla di autorità politiche, però penso che il termine per l’Italia sia proprio quello delle narrazioni politico-culturali. Il declino delle narrazioni politico-culturali lascia l’individuo solo, e l’io individuale conquista il centro della scena. Una soggettività estrema. Questa tendenza a “privatizzare la vita” come si combina con la necessità di tenere insieme una società? “Tenere insieme una società” ha un significato più ampio rispetto a “coesione sociale”, perché non vuol dire solo assicurare i posti di lavoro: vuol dire tenerla assieme come architettura, come valori. Prima, questo compito lo assolvevano le grandi narrazioni. Ora, invece, chi lo assolve, dato che l’io è molto ambizioso sul piano delle esperienze, ma evidentemente non è una struttura in grado di reggere il peso di questa responsabilità?

Lei ha fatto riferimento alle autorità culturali, e io penso che sia un argomento fondamentale. Nella società contemporanea la cultura è cambiata. Io ricordo, perché sono più anziano di voi, ma comunque voi lo avrete appreso dalla memoria collettiva e dai libri, che c’è stata un’epoca in cui la cultura era incentrata sugli Stati-nazione, che sono un’invenzione moderna. Prima di questa invenzione non c’era una nozione che esprimesse la fedeltà alla nazione, non c’era quindi la nozione di patriottismo. Tra il XIX e il XX secolo è stato introdotto il concetto di nascita della nazione.
Conoscete bene la storia italiana, il Risorgimento, la decisione di essere uniti in una sola nazione. Resta da capire che cos’è una nazione, che cos’è una lingua, e io non penso che l’Italia abbia completato questo processo: quelli di Milano e quelli di Napoli non si capiscono veramente, perché fanno ricorso ai dialetti locali. Perciò non direi che l’Italia sia un Paese completamente unificato.
Comunque il punto non è esclusivamente legato all’uso di una sola lingua. Questa unificazione, nella memoria collettiva e storica, è la condivisione di una fede unica. Tutti ci muoviamo nella stessa direzione. Quello che ci succede ha conseguenze sugli altri, è un processo complessivo di integrazione del singolo a un livello superiore, dalla comunità locale fino allo Stato-nazione.
Partendo da questi presupposti, la cultura è stato il principale strumento per la creazione della nazione moderna: lo strumento che ha trasmesso alle grandi masse gli stessi valori, le stesse memorie, le stesse intenzioni, lo stesso stile di vita. In Europa la situazione è cambiata, e la cultura non è più lo strumento di ridefinizione della società, lo strumento per cambiare la società. La domanda che vi pongo è: che cosa significava la cultura quando questo termine è stato introdotto? È stato introdotto appunto alla fine del XVIII secolo, e proprio nello stesso periodo, improvvisamente, a prescindere da altri fattori, il concetto di “culture” fu introdotto in Francia, “bildung” in Germania, “environment” in Inghilterra. Questi termini avevano lo stesso significato, e non rimandavano a un oggetto. Quello a cui rimandavano era l’intenzione, perché la cultura stava a significare l’azione, il gesto: “io ti trasmetto sapere”, “io ti rendo umano acculturandoti”.
La cultura era una missione, una vocazione. La cultura era un progetto per il futuro. Oggi non è più così, perché non c’è più un’idea unificatrice. L’obiettivo da perseguire tutti insieme è venuto a mancare. Nella nostra società di consumatori la cultura è diventata una collezione di norme vincolanti, e una collezione di offerte. Accendete la TV, e in una sola sera avrete venti diverse offerte di cultura. Potete cambiare canale, proseguire con lo zapping, trovando sempre offerte seducenti, che si avvicendano costantemente e rapidamente.
Per ottenere un indice di ascolti elevato vengono proposte offerte attraenti: un bombardamento di pubblicità annuncia l’arrivo di nuovi prodotti che voi dovete aver bisogno di desiderare per restare dei veri consumatori. Dovete desiderare queste cose e così sarete un consumatore, altrimenti sarebbe una catastrofe per l’economia, che è basata proprio sulla fornitura di beni a possibili consumatori. La cultura fornisce valori per guidare un impegno, un impegno appunto verso la coesione e l’integrazione.
Se osserviamo come gli studenti moderni condividono la propria identità, capiremo che non cercano autorità in grado di indicare quale direzione prendere nella vita. Piuttosto cercano degli esempi, persone che siano in primo piano, appunto sotto i riflettori. Anche le persone sotto i riflettori, le più affascinanti e attraenti, cambiano costantemente nella società.
Questo è un altro aspetto della modernità liquida: la discontinuità. I valori che un tempo tutti quanti potevamo citare, i valori che in passato erano sulla bocca di tutti, oggi sono diventati obsoleti, non si citano più. Ci mancano dunque delle fondamenta stabili, che possano garantire la coesione della società. In questo contesto vale la pena ricordare un evento sintomatico che si è verificato di recente, cioè il passaggio dall’idea di comunità all’idea di network.

A questo arriviamo dopo. Le faccio invece una domanda legata alle cose che stava dicendo prima. Prendiamo la relazione genitore-figlio: l’ambizione di una madre e di un padre è quella di trasmettere ai propri figli un codice di valori, e più in generale un senso della vita. Lei tratteggia l’individuo moderno come un consumatore, non solo di merci: un consumatore di emozioni, di esperienze. Nella fenomenologia che Lei descrive – mi permetta una battuta estrema – si cambia famiglia come si cambia telefonino. Una volta gli uomini erano come delle piante: avevano delle radici. Lei sostiene che oggi gli uomini sono come delle navi, che gettano e levano le àncore con facilità eccessiva. È evidente che in questa fenomenologia troviamo elementi di grande verità, ma quando poi ci ricordiamo di essere madri e padri e cerchiamo di trasmettere un senso della vita che cosa dobbiamo fare? Non possiamo limitarci soltanto a questa fenomenologia.

L’appartenenza è un’esigenza fondamentale dell’essere umano. Le nostre relazioni stabiliscono a volte un’attrazione, un avvicinamento, altre volte generano conflitti. L’esigenza di fondo è l’esigenza di autenticità, di unicità, e di capacità d’inventiva, direi. L’appartenenza un tempo implicava l’appartenenza alla comunità. Oggi invece all’appartenenza è associato un altro concetto, che è quello di network. Qual è la differenza tra queste due forme di appartenenza? L’appartenenza alla comunità precedeva il processo di identificazione; l’appartenenza a un network, a una rete, è l’ultima ed estrema conseguenza di questo processo di identificazione. Ciò significa che voi non ricevete un’offerta di appartenenza, dovete crearvela da soli. Questa è l’idea di fondo della società contemporanea, giusta o sbagliata che sia.
Nella domanda precedente ha fatto riferimento al problema dell’individualizzazione della vita, che non ho avuto il tempo di sviluppare. Questo processo di individualizzazione è il tema cruciale: come per decreto, ci si aspetta da noi la creazione di un’identità con i nostri mezzi individuali; la nostra identità, il nostro posto nella società deve essere un nostro prodotto, il risultato delle nostre dure fatiche. Ovviamente non stiamo parlando di un lavoro sistematico, frutto di fatiche sistematiche, ma sicuramente un lavoro affrontato con serietà e assiduità. La comunità è diversa dal network. La comunità è consapevole della vostra appartenenza, e un tempo seguiva gli individui con grande attenzione. Vigilava sul rispetto delle regole, delle norme promosse dalla comunità. Dalle forti restrizioni imposte dalla comunità derivava, per il singolo, la consapevolezza di avere un ruolo, e quindi un luogo in cui affermarsi, a patto di non violare le regole, cosa che avrebbe fatto del singolo un criminale, comportando la sua cacciata dalla comunità.
Quando fu condannato all’esilio da Atene, Socrate preferì bere la cicuta piuttosto che essere allontanato dalla sua comunità di appartenenza. Il network funziona in modo molto diverso. La rete per definizione è creta da due tipi di attività: da una parte la connessione, dall’altra la disconnessione. Ci si può connettere a una rete e con la stessa facilità ci si può disconnettere se non piace più. È possibile cambiare anche la composizione della propria rete semplicemente chiudendo un messaggio o una chat, su Facebook per esempio. Oppure cancellando un nome dalla vostra lista di amici. “Duemila amici su Facebook”: nessuno conosce l’identità dei singoli amici collezionati su Facebook. La facilità dunque di entrare nel network e di uscirne allo stesso tempo: questa è la regola del gioco.
Chiedo scusa, sarò noioso, ma voglio tornare nuovamente al tema della sicurezza, al prezzo della sicurezza. La comunità nella vecchia concezione era un luogo sicuro, mentre il network è insicuro. Voi avete una lista di amici, alcuni dei vostri amici potete cancellarli dalla vostra lista senza difficoltà se volete rompere una relazione. Nella vita off line, quella vera, quella reale, è necessario per esempio mentire, inventare delle scuse, inventare dei pretesti. Il partner abbandonato potrà sfogare la sua rabbia, il suo risentimento nei vostri confronti. Viceversa, non c’è niente di più semplice che rompere un rapporto su internet, on line. Le relazioni on line sono fragili, e durano molto poco. Quindi: o guadagno o perdita. Lascio a voi decidere. In ultima istanza siete voi a decidere, a stabilire quale di questi due valori prevarrà. Ci troviamo di fronte a questo bivio, a questa scelta.

Le fortune del professor Bauman in Italia vengono anche da una scelta che fece l’editore Feltrinelli quando pubblicò In search of a politics (“In cerca di una politica”). Feltrinelli lo tradusse con La solitudine del cittadino globale, e devo dire che quel titolo ne uscì migliorato, cioè più esplicito. All’epoca, per chi c’era, quel titolo era quasi la fotografia di una situazione. E io voglio prendere proprio questo concetto di solitudine, perché Lei dice che la differenza tra il network e la comunità è la stessa che passa tra il gesso e il formaggio: ma siamo sicuri che Facebook, o comunque in genere il social networking, sia un elemento di solitudine? Ci sono stati casi recenti in cui, per esempio attraverso Twitter, si sono potute manifestare esperienze orientate verso la democrazia. Pensiamo al ruolo che hanno avuto i social networks nelle cosiddette rivolte africane. Lei non crede di essere un po’ drastico nel Suo giudizio sull’insieme dei social networks?

Facebook è un esempio molto importante, che spiega quello che si sta verificando nella società contemporanea. Io non approvo né disapprovo. Sto semplicemente cercando di spiegare, in base alle mie conoscenze, quali decisioni siete chiamati a prendere, in direzione di una vita vera, degna di essere vissuta.
Un altro punto che vorrei toccare ha a che fare con uno studente del primo anno dell’Università di Harvard: Mark Zuckerberg. Lui afferma di aver inventato Facebook, ma i suoi colleghi la pensano diversamente: dicono che ha rubato la loro idea. Facebook oggi vale cinquanta miliardi di dollari nei mercati azionari. 500 milioni di persone sono membri attivi di Facebook. Chiaramente Mark Zuckerberg, una persona ricca di inventiva e di creatività, una persona intelligente, mettetela come volete, ha trovato una miniera d’oro. E quindi mi domando che tipo di miniera d’oro sia: forse una miniera d’oro di paura? di solitudine? L’antenato di Facebook, per così dire, è stato il Walkman, che consentiva di ascoltare la radio in qualunque posto della casa. Come fu creata la domanda? Con uno slogan. Uno slogan molto intelligente: “Mai più da soli”. E questa era una miniera d’oro, tante persone temevano di restare sole. Il perché cercherò di spiegarlo, ma dovrò ripetermi. La risposta è: perché le nostre connessioni con gli altri sono fragili, perché regna l’incertezza. Ciò di cui abbiamo più paura è la paura di essere respinti, di essere esclusi. Nel senso generale del termine: respinti dalla famiglia, da un compagno, dalla comunità di amici, dal capo ufficio, dal capo dell’azienda per cui lavoriamo.
La paura di essere respinti in qualunque luogo in cui si esprima la società. È questa, secondo me, la miniera d’oro. C’è una differenza tra questo vivere insieme, che impedisce appunto la solitudine, nel network e nella comunità. E qual è questa differenza?
La metafora che ho utilizzato nei miei libri è quella dei microfoni nei confessionali. Il confessionale è il simbolo del luogo più intimo, del segreto più intimo che voi volete far custodire solo a Dio, o a un amico molto selezionato con cui decidete di confidarvi. Normalmente il confessionale garantisce questa estrema intimità. Immaginate che nel confessionale vengano messi dei microfoni, e che il vostro segreto venga divulgato attraverso degli altoparlanti in una piazza. Immaginate questa situazione: è esattamente quello che sta succedendo oggi.
Il 61% dei ragazzi inglesi, all’inizio del proprio percorso scolastico, si è esposto virtualmente nudo: su Facebook, appunto. Questi ragazzi hanno confessato la loro difficoltà a parlare, proprio mentre parlavano pubblicamente mettendo in piazza le loro persone, le loro preferenze, i loro peccati, qualunque cosa insomma. Perché i giovani si comportano così? Perché, cari amici, il modello di esserci, cioè di provare la propria esistenza, è cambiato in modo significativo negli ultimi trecento anni, rispetto a quando Cartesio disse: “Cogito, ergo sum”. “Penso, dunque sono”: questa era la certezza assoluta, e non è più valida oggi. Se Cartesio oggi fosse qui… be’, ovviamente è una battuta, ma l’argomento è serio… se fosse qui direbbe: “Ho visto in TV, dunque sono”. Forse questo sarebbe l’assioma, tradotto oggi.
Signore e signori, solo i personaggi famosi possono dirlo. Noi siamo persone comuni. Noi non andiamo in TV e non possiamo ragionare così, e quindi dobbiamo cominciare a dubitare della nostra esistenza. Facebook è la risposta per l’uomo della strada, è l’edizione per l’uomo comune, la versione comune dello stare sotto i riflettori, del comparire in TV o sui rotocalchi patinati.
La domanda quindi è: perché le celebrità vengono guardate con tanta ammirazione? Perché ciascuno di noi parla di loro, guarda a loro con interesse, le celebrità sono appunto oggetto di sguardi in ogni parte del mondo. Celebrità è colui che è noto per essere noto. Questa è l’identità delle celebrità. Quello che le rende delle celebrità non è tanto ciò che fanno, quanto il fatto che milioni di persone le guardino e parlino di loro. E nel momento in cui vi esponete attraverso il vostro account  su Facebook, voi avrete la possibilità di essere guardati da molte persone: verrete notati. È come se vi metteste sul mercato, per essere venduti o cercati o ignorati, non lo sapete: è un rischio da correre. Come un bene di consumo lanciato sul mercato, ciascun prodotto di questo tipo corre il rischio di essere ignorato. Però ogni rischio include un’opportunità.
Non c’è mai la sicurezza di vincere, è come comprare un biglietto della lotteria: ma comprando almeno un biglietto, anche se ovviamente non sarete sicuri di vincere, potrete almeno sperare. Questo stesso gioco di probabilità vale con Facebook, Myspace, Twitter, che grazie a Mark Zuckerberg sono diventati una miniera d’oro, proprio perché c’era questa miniera da scavare. L’oro è la paura della solitudine, risultato inevitabile di legami sempre più fragili. Penso che, se comincerà a svanire questa paura, diminuirà il numero di persone che stanno sedute per ore a chattare su Facebook.

Ora le faccio un’ultima domanda, e poi passiamo alle domande del pubblico e a quelle che abbiamo raccolto. La sensazione è che l’uomo al tempo della liquidità rischi di essere un nostalgico. Cioè che alla fine, per consolarsi di questa solitudine moderna e globale, non gli resti che il ricordo di quando tutto era solido, di quando i legami erano veri, di quando la politica era buona, di quando la cultura serviva a produrre valori, e così via. Ecco, non c’è il rischio appunto di consegnarsi alla nostalgia e quindi di essere passivi, di non considerarsi più come i protagonisti del nostro tempo?

Non voglio dirvi che scelte fare. Non sono un profeta. Vi posso assicurare che sessant’anni di sociologia non mi hanno insegnato a prevedere il futuro. Se qualche sociologo vi dirà di essere in grado di farlo, non credetegli.
Non so come rispondere a questa domanda. Prendo in prestito il concetto di Antonio Gramsci, grande filosofo italiano: viviamo in un periodo di interregnum. Non nel senso della legge romana dopo Romolo e Remo, i primi re di Roma: il periodo tra la morte di Romolo, che regnò per ottant’anni, e il popolo si era abituato alle sue leggi, e Numa Pompilio, secondo re di Roma. Gramsci riprese il concetto di interregnum per indicare il lasso di tempo in cui i vecchi modi di agire, i vecchi modi di gestire i problemi umani non funzionano bene, ma non sono ancora stati creati nuovi modi più adeguati alla situazione. Non credo che la modernità liquida sia l’immagine dell’umanità futura, ma credo che ci sia un periodo necessario di interregnum.
C’è tutto un equilibrio che viene messo in discussione. Ci sono degli scontri tra valori ugualmente importanti, ma in contraddizione. Non è chiaro dove andare e, anche se fosse chiaro, la domanda sarebbe: chi lo farà? Oggi, come risultato del processo di globalizzazione, non abbiamo strumenti efficaci per l’azione collettiva. Cent’anni fa, o anche solo cinquant’anni fa, i partiti politici litigavano tra loro ferocemente, litigavano sulla via da intraprendere, ma tutti i partiti, di destra e di sinistra, non avevano problemi a rispondere alla domanda su chi attuerà il programma, dopo aver vinto le elezioni. I partiti di destra e di sinistra erano sicuri di questa cosa: lo farà il governo statale. Però purtroppo la grandiosità del compito che ci troviamo di fronte, il compito globale, va al di là dei poteri persino del governo statale più forte del mondo. Anche gli Stati Uniti d’America pochi anni fa venivano accusati di essere un impero politico mondiale. Ma nemmeno gli Stati Uniti, ora, possono risolvere le tematiche che ci troviamo di fronte. Ne hanno fin sopra i capelli. Vorrei citare John Rose, che ha fatto delle ricerche su diverse persone utilizzando il concetto di Ersatz, il sostituto dell’essere insieme, il surrogato dell’unità.
Ho fatto di recente ai miei amici una domanda su Facebook. Tutto ciò vi fa sentire più vicini alle persone o vi allontana dalle persone? Ci sono state molte risposte, e credo di aver toccato uno dei nervi scoperti della nostra generazione. Qual è l’effetto di internet e dei social media sulle nostre vite quotidiane? Dal punto di vista esterno, l’interazione digitale sembra fredda e disumana. E non lo si può negare. Quando si tratta di abbracciare qualcuno via Facebook, quando avete un nuovo amico nel vostro account, quello si chiama “bagging” nel linguaggio di Facebook. C’è una bella differenza tra “hugging” (abbracciare) e “bagging” (mettere nella borsa, nel sacchetto). Siamo tutti d’accordo su che cosa sia meglio, tra hugging e bagging.
Le risposte alla mia domanda su Facebook sono state riassunte dal mio amico Jason. Jason ha scritto: “Mi sento più vicino alle persone da cui sono lontano”, cioè quelle che vivono in Nuova Zelanda, in Malesia, o in Bangladesh. Quindi: “Sono più vicino alle persone lontane”. Un minuto dopo ha aggiunto: “Però forse adesso mi sento più lontano dalle persone a cui sono vicino”. E poi: “Sono confuso”. Ecco, anch’io sono confuso.
Francesca Trevisi - Presentatrice
Grazie ai nostri relatori. Passiamo adesso alla seconda parte. Cominciamo con due domande che sono arrivate a Segnavie da parte del pubblico e poi sarà il momento delle vostre domande in sala. Cedo la parola a Dario Di Vico.

Domande del pubblico

Alessandra chiede al professor Bauman: “Secondo Lei, in una società liquida anche l’amore tende a liquefarsi? Quale futuro dunque per una società che si fonda su rapporti estemporanei? Se non si regge sulla fraternità sociale, sulla consolazione dell’altro e sul rispetto, se viviamo vite che non ci appartengono, se come affermava Pirandello, indossiamo tutti delle maschere, come possiamo muoverci in questo relativismo conoscitivo per tentare comunque di non vivere inutilmente?”

Non c’è una risposta semplice. Io non do consigli. Si parla del processo di individualizzazione che probabilmente non se ne andrà via, e si spera, perché è una grossa conquista dell’umanità il fatto che noi tutti abbiamo la responsabilità di ciò che facciamo.
Ho studiato la filosofia dell’etica, ho studiato un filosofo etico del XX secolo che sembra molto lontano da noi, ma che io considero un grande filosofo. Knud Løgstrup, un pastore danese, ha scritto un libro meraviglioso: The Ethical Demand (“La richiesta etica”). Il senso di questa richiesta etica è che noi tutti abbiamo ricevuto la domanda etica in noi, ma questa domanda non viene detta, non viene pronunciata, sta a noi esprimerla, togliere l’involucro e dire che significato ha nella pratica.
Io sono responsabile per voi e voi avete una certa responsabilità nei miei confronti, per la mia umanità, per il mio benessere, per la mia identità, per la mia felicità. Ma come possiamo togliere l’involucro, come possiamo far sì che ci siano meno tensioni, come possiamo interpretare la domanda nella lingua della azioni pratiche? Questo è il problema della responsabilità individuale, ed è proprio questo che continuiamo a ripeterci dentro di noi.
Né Løgstrup né Lévinas sono rappresentativi del postmodernismo, del modernismo: sono rappresentanti della modernità liquida. La responsabilità è una conquista che spetta a voi. Dovete pensare: “Se io non lo faccio, non lo farà nessun altro”. Io ho un compito e devo assolvere questo compito. Non ci sono scuse. Non è una scusa dire: “Ah, ma non lo fanno neanche gli altri”. A prescindere da quello che fanno gli altri, il mio obbligo, la mia responsabilità non cambia.
I filosofi moderni contemporanei hanno tutti guardato a Socrate come esempio di vita vissuta nel modo giusto, perché Socrate ha risolto i suoi problemi vitali in un modo esemplare. Perché hanno scelto Socrate? Socrate davvero ha elaborato da sé un modello di vita, e per tutta la vita è rimasto fedele a questo modello, ma in nessun dialogo platonico Socrate ha suggerito agli altri che il suo modo di vivere fosse il migliore, e che gli altri dovessero imitarlo, che dovessero fare esattamente come lui. Al contrario, Socrate ha detto che il modo migliore di vivere è quello che scegliamo noi responsabilmente, quello che si accorda con la nostra responsabilità, che è unica e irripetibile. Seguire l’esempio di Socrate vuol dire non imitarlo. Quello che andava bene per lui potrebbe essere pessimo per voi. Quindi essere fedeli a Socrate significa avere la piena responsabilità della propria vita.

Marco chiede: “Professore, crede che nella società attuale costruirsi una famiglia e perseguire degli ideali costituiscano un ostacolo alla vita liquida?” (Un rimedio, forse, più che un ostacolo: costruirsi una famiglia e perseguire degli ideali sono un rimedio?)

La famiglia non è un argine alla società liquida. La famiglia è un posto in cui la società liquida si esprime. Una situazione in cui ci si siede tutti alla stessa tavola, anche se per esempio negli Stati Uniti la percentuale delle persone che siedono assieme a tavola a cena è crollata dal 60% al 20% negli ultimi trent’anni.
Se tutti rispettassimo i legami familiari, la società liquida potrebbe sparire? Questa è una domanda. Ma penso sia molto improbabile, cari amici. Questo è il punto su cui insisto costantemente. Finché la situazione rimarrà così, è difficile che succeda. Cioè finché le condizioni di liquidità della società persisteranno e saranno al di fuori del nostro controllo. Finché non aggrediremo le cause di questa liquidità, i sintomi, i segni di questa liquidità rimarranno tali e quali. Ci vogliono delle forze particolari, che però non sono abbastanza forti: i legami familiari, per esempio, non sono abbastanza forti. Io parlo di impegni a lungo termine.
In tempi difficili, grandi rischi, nuove opportunità emergono nell’arco di poco tempo, e voi per esempio vi stancate degli impegni che avete assunto precedentemente. Voi siete certamente più orientati al futuro, e una relazione personale implica anche la scelta di non scegliere. Vedo tanti giovani che devono per esempio scegliere il loro indirizzo di studi, l’ambito specialistico che influenzerà la loro carriera: cercano di posticipare il più possibile questa decisione, optando per un argomento generale. La reazione tipica è quella di dire: rimandiamo gli impegni, cominciamo ad agire insieme, e poi vediamo come va. Questo è l’approccio di chi posticipa le decisioni: non darsi fretta, e naturalmente questo influenza la nostra vita. Se invece siete pronti a fare, a impegnarvi a lungo termine su una fedeltà a lungo termine, allora, anche in presenza di conflitti seri, gravi, e tanti di noi si sono misurati con difficoltà nella loro vita, nonostante questi conflitti vi impegnerete a dare ognuno il proprio contributo. Perciò, se domani ci incontreremo ancora, e dopodomani ancora, e in futuro ancora, proprio in virtù di questa prospettiva di lungo termine saremo in grado di arrivare a un modus convivendi, cioè a un modo di vivere assieme. E sarà una fonte di soddisfazione per ciascuno di noi. Ma se voi siete qui solo per fare una verifica, capire cioè se vale la pena continuare oppure no, ecco, non arriverete a un risultato, perché vi sottrarrete a un accordo. Ci si chiede: perché mai dovremmo darci pena a negoziare per trovare un modus vivendi? Perché, se tanto posso andare al mio negozio, al punto vendita, e comprarmi un altro bene di consumo?

A questo punto, si raggruppano un po’ di domande del pubblico, in modo da organizzare una risposta finale del professor Bauman per tutti.

1. In un Suo libro ha parlato del ruolo dell’intellettuale nella società postmoderna. Ci può parlare del problema della comunicazione tra l’intellettuale e il grande pubblico? Il problema tipico dell’intellettuale che va in TV, che forse è l’unico modo per trovare una comunicazione tra l’intellettuale e le persone comuni.

2. Buongiorno, professore, vorrei ritornare alla definizione di cultura ottocentesca come “coltivazione”, costruzione di una società attraverso una trasfusione di norme, e alla definizione attuale di cultura come vendita di prodotti. E vorrei, se possibile, fare un parallelismo con un altro concetto che mi pare non sia stato trattato, e che riguarda una visione della società attuale composta principalmente da consumatori rispetto a una società composta da produttori. Oggi parliamo di creativi, al massimo, ma non parliamo più di creatori. Vorrei capire se esiste un parallelismo tra il concetto di cultura e questo concetto di consumo. Grazie.

3. Adesso che abbiamo la campagna elettorale a Milano, si discute se costruire o meno una moschea: c’è un problema di libertà, libertà di culto, e d’altro canto c’è un problema di sicurezza. Perché la sicurezza? Perché tutto ciò è legato al terrorismo, ai musulmani. Quindi c’è la libertà di culto da un lato e la sicurezza dall’altro. Lei ritiene che questa sia una questione di sicurezza o piuttosto di stupidità?

4. Buonasera. Lei ha fatto una distinzione tra comunità e network, rigidità, flessibilità, gesso, formaggio. Ma non è che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia? Prima lo Stato-nazione e adesso le potenze fluide: o un controllo autoritario, con la comunità, o l’assoluta libertà di un network, ma poi alla fine non cambia nulla. Un’ultima cosa: agli inizi del secolo scorso, i giornali dicevano che se si superavano i 40 Km all’ora con le nuove auto si sarebbero avuti dei pericoli per la salute. Negli anni Venti si diceva che la radio avrebbe distrutto la società. Quand’ero giovane io, negli anni ’60, si diceva: “Si guarda troppa televisione, ecco come verranno fuori i giovani di domani”. Adesso si parla di network. Non c’è il rischio di avere sempre una visione sfocata, come l’amanuense che passa davanti alla bottega di Gutenberg o davanti a Manuzio e dice: “Questa modernità andrà sicuramente sempre peggio…”. Grazie.

5. Vorrei ringraziarLa per le tante ore di piacere che mi ha dato la lettura dei Suoi libri, e la domanda è questa: quando Lei ha cominciato a usare il concetto di “liquidità” aveva certamente presente il concetto di “liquidità” usato da Braudel nel libro Il Mediterraneo all’epoca di Filippo II. La liquidità del Mediterraneo dove si forgia l’Europa, un Mediterraneo attraversato da migliaia di vascelli che non portano solo derrate, ma anche stili di vita, lingue, sensibilità religiose e poetiche. E l’altra liquidità di cui parla Braudel è quella del deserto, il deserto mediorientale dove nascono i tre monoteismi. Braudel conclude che l’Europa nasce da queste due liquidità. Ma mi pare ci sia anche una forte positività, in questa liquidità. Le chiedo scusa, professore, ma qualche volta nel Suo concetto di liquidità mi sembra ci sia un po’ di pessimismo. Non so se mi sbaglio. Grazie.

Chiedo scusa, non potrò rispondere a tutte queste domande. Non dimenticatevi che ho ottantasei anni, le mie forze sono limitate.
Partirò dall’ultima domanda, la liquidità come visione pessimista versus ottimista. Mi aspettavo questa domanda. In qualunque intervento io faccia, c’è sempre qualcuno tra gli ospiti che mi chiede: ma perché così pessimista? E quando, in Europa, tengo degli interventi sull’Europa, mi si chiede: ma perché così ottimista? Ecco, in entrambi i casi io rispondo che non sono né ottimista né pessimista. E perché? Perché una persona ottimista che pensa che il mondo in cui viviamo sia il migliore possibile si contrappone al pessimista, che invece sa che forse l’ottimista ha ragione. Io non penso che il nostro mondo sia il migliore possibile, né tanto meno sono in sintonia con i pessimisti. Io non appartengo a nessuna di queste due categorie. Io mi classifico in un terzo gruppo, cioè tra quelli che sperano. C’è sempre speranza, penso che la speranza sia immortale nella vita degli esseri umani. Si spera fino a che non si muore.
In tutti i miei libri, e continuerò a farlo finché potrò, descrivo l’attuale situazione della società: questo interregnum, appunto. Il futuro non è predeterminato, non ci sono leggi ferree nella Storia, non c’è un determinismo storico. L’unico fattore che determina la Storia è l’azione umana. E sta quindi a voi, sta a voi decidere come sarà il futuro. Questo è quanto. Grazie.

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Intervista curata da Dario Di Vico ed effettuata a Padova il 27 maggio 2011, nell'ambito della manifestazione "SegnaVie 2011 - Orientarsi nel mondo che cambia" (progetto ideato e realizzato dalal Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo). Per ulteriori informazioni: www.segnavie.it