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Lunedì, 21 Agosto 2017

Metaetica

Il discorso metaetico

Oltre alla riflessione etica di tipo normativo e al linguaggio di tipo parenetico, chi affronta la problematica morale non può esimersi dall'evidenziare quell'altro tipo di riflessione o di discorso morale che viene comunemente chiamato metaetica.

Con metaetica si intende la riflessione sui cosiddetti problemi di confine che, collocandosi al di là della riflessione di tipo normativo, costituiscono l'orizzonte ultimo della riflessione etica e il punto di demarcazione pure fra la riflessione puramente filosofica e quella teologica sui problemi morali.

In base alla definizione data di metaetica si deve evidenziare subito come essa non sia l'equivalente di quel tipo di riflessione chiamato etica analitica, che si riferisce al modo di procedere della riflessione etica, sul piano normativo come su quello metanormativo, in contesto filosofico o anche teologico. Metaetica, invece, indica quel tipo di riflessione che, pur non mirando a fornire indicazioni normative, approfondisce la conoscenza di quelle problematiche identificabili con i postulati kantiani della moralità, con i presupposti dell'etica normativa o con le condizioni indispensabili per la retta impostazione della riflessione etica, anche di quella normativamente finalizzata.

Non è possibile presentare tutti i problemi che costituiscono l'interesse specifico della metaetica ed è altrettanto impossibile voler affrontare esaustivamente quelli che per la loro significatività verranno elencati.

Metaetica ed etica analitica

Una prima serie di problemi affrontati dalla metaetica è quella relativa all'analisi del linguaggio morale e della semantica dei termini con i quali esprimiamo il nostro pensiero morale. Questo tipo di analisi mira alla chiarificazione semantica della terminologia usata, risulta necessaria ai fini della comprensione del vocabolario dell'etica in genere e di un singolo autore in particolare. Esso, in parte, corrisponde alla explicatio terminorum della riflessione scolastica tradizionale.

Il problema linguistico o l'analisi della semantica con cui di fatto vengono usati certi termini, pur non mirando alla fondazione della norma o del giudizio morale, non deve essere considerato inutile e del tutto insignificante. Affrontare questo tipo di attività mentale non è solo un passatempo: il suo vero scopo è quello di affinare l'intelligenza nella comprensione e nell'uso del linguaggio morale in modo da non cadere in certi equivoci. Pur non essendo finalizzata alla formulazione dei giudizi e delle norme morali questo tipo di riflessione analitica aiuta a seguire rigorosi criteri logici ed a ripresentare in modo estremamente chiaro il risultato normativo.

Essa mira pure all'esatta definizione di quella realtà a cui ogni termine si riferisce. Alcuni dei termini più sottoposti ad analisi da parte di coloro che praticano la riflessione metaetica sono: bene, buono, virtù, valore, etica, prescrittività, valutatività, coscienza, ecc. L'analisi semantica di questi termini, ovviamente, non è riscontrabile solo in filosofia, ma anche in teologia.

Il concetto di bene

Poiché il concetto di bene possiede la caratteristica di un appello, di un pressante richiamo alla sua realizzazione, da cui scaturisce il dovere di realizzarlo, ogni sua definizione sarà sempre tautologica, come, ad es., quella di S. Tommaso Bonum est faciendum. malum vitandum. Se il bene è da farsi, il male, suo opposto, ovviamente, è da evitarsi.

La tautologia è presente pure nel rapporto tra bene e faciendum: dire che il bene è da farsi equivale a dire che il cerchio è rotondo o che il quadrato ha quattro lati. Di bene non si può dare definizione che non sia tautologica: per questo si parla di carattere gerundivo del bene. Questa formula non mira a dare una definizione descrittiva del bene morale, ma ad esprimere l'inscindibile nesso esistente fra bene e gerundività, che determina la tautologia di ogni definizione.

In prospettiva teologica si afferma che questo bene, o il regno ideale dei valori di cui parlano i fenomenologi, non viene creato dall'uomo, ma preesiste ed è pre-dato all'uomo dalla volontà di Dio Creatore. La prospettiva morale, così, diventa l'appello che Dio rivolge all'uomo e la vita morale può essere intesa nel senso di obbedienza alla pre-datità del bene o, per il credente, come abbiamo già visto, alla volontà di Colui che glielo ha posto dinanzi.

Il rapporto fede-morale

Altro problema metaetico è quello del rapporto fede-morale, sia come rapporto esistenziale fra la dimensione religiosa e quella morale della vita, sia come necessità o meno della conoscenza di Dio per la conoscenza morale.

Se è vero che anche senza fede può aversi atteggiamento morale buono e comportamento morale retto, bisogna sempre ammettere che l'atteggiamento di fede implica necessariamente l'atteggiamento morale buono. Chi accetta di credere in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo non può non voler assumere anche la bontà infinita e somma che attribuisce al suo Dio. Voler vivere moralmente bene, cioè, deve essere considerato come conseguenza della vita di fede perché aderire a Dio, sommo bene, significa pure aderire al bene morale.

Alla luce della fede, poi, il teologo potrà approfondire ciò che il filosofo, con Kant, chiama postulati della vita morale: l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima e la libertà.

Se da un punto di vista strettamente filosofico possiamo solo affermare, e non dimostrare, l'esistenza dei tre postulati intesi come condizioni per la stessa pensabilità della legge morale, sul piano teologico ci viene incontro la luce della rivelazione divina e l'orizzonte smaltisce parecchia della sua nebulosità, pur non potendo mai pervenire alla chiarificazione di problematiche che restano sempre superiori alle possibilità della ragione umana.

Approfondire questi postulati sul piano teologico, però, significa fare teologia dogmatica e non più teologia morale, almeno per quanto riguarda l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima. Nel momento stesso in cui il teologo moralista desiderasse approfondire questi due postulati, non potrebbe fare a meno di prendere in mano il trattato del De Deo uno et trino, di antropologia teologica o di escatologia.

Il punto di demarcazione fra il discorso puramente filosofico del postulato kantiano e quello specificamente biblico-teologico appare così sottile da far sembrare estremamente difficile per il teologo moralista che volesse approfondire questi due postulati poter restare su terreni di sua specifica competenza, senza ritrovarsi a parlare come semplice filosofo o come teologo dogmatico.

Affermare l'immortalità dell'anima significa postulare dal punto di vista innanzitutto filosofico che il processo di adesione al bene, la santità o, come dice Kant nella Critica della ragion pratica, «la conformità completa della volontà con la legge morale» non potrà mai realizzarsi pienamente nell'arco di un'esistenza temporalmente delimitata, ma richiede e rinvia ad «un progresso che va all'infinito verso quella conformità completa», possibile «solo supponendo un' esistenza che continui all'infinito».

Il postulato dell'esistenza di Dio non viene inteso dal filosofo nel senso di esistenza che dà vita all'orizzonte morale «come principio di ogni obbligo in genere» e di esistenza che si identifica col sommo bene: egli suppone l'esistenza di un sommo bene e suppone pure l'esistenza di un essere con cui il sommo bene si identifica.

Il sommo bene del filosofo Kant, infatti, nella prospettiva di una riflessione filosofica elaborata alla luce della fede cristiana diventa il valore supremo, di cui parla Von Hildebrand, che dà vita a tutti gli altri valori, il Dio infinitamente misericordioso e buono di cui parla la S. Scrittura o il Dio creatore dell'uomo e dell'ordine morale di cui, sulla scia della riflessione biblico-teologica, parlano i documenti preconciliari del Vaticano II, come appunto si vedrà più avanti.

L'imprescindibilità della libertà per la vita morale è postulato del tutto ovvio che risulta pure facilmente visibile nel momento stesso in cui ci si sofferma a considerare cosa potrebbe essere la moralità in un soggetto privo di libertà.

La conoscibilità dei giudizi morali

Non deve sorprendere, infine, che, come in filosofia, anche in etica si abbiano teorie opposte sulla sua stessa fondazione conoscitiva: se da una parte abbiamo chi afferma la fondazione conoscitiva del discorso morale, dall'altra, e non soltanto tra gli specialisti di etica, ritroviamo chi come Pirandello dalla ribalta di un palcoscenico qualsiasi ripropone lo scetticismo, anche etico, di Gorgia da Lentini. La problematica è quella della conoscibilità dei giudizi morali, di quelli ultimi soprattutto o della distinzione fra bene e male che determina appunto la scelta morale fondamentale. Con essa ci si chiede se sia o possa essere considerata risultato di atto conoscitivo l'affermazione dalla quale scaturisce la prospettiva morale: assumere il punto di vista dell'imparzialità è cosa buona, cosa cattiva assumere il punto di vista opposto.

Porre questo problema significa affrontare uno dei problemi più di confine dell'etica, quello anzi da cui dipendono le sorti della scienza etica: rispondere che l'affermazione non è frutto di atto conoscitivo significa fondare in modo non conoscitivo l'etica o vanificare il suo fondamento ultimo, almeno ex parte hominis. Sostenere invece che i giudizi morali ultimi sono frutto di un atto conoscitivo si identifica con il dare all'etica una fondazione cognitivista.

La riflessione […], essendo di natura normativa, non implica direttamente posizioni di natura metaetica, anche se spesso nel modo di concepire il giudizio morale o di ripresentarlo è più o meno chiaramente visibile una ben precisa posizione metaetica, soprattutto in riferimento al problema della conoscibilità o meno dei giudizi morali. […]

Immediatamente e direttamente la riflessione etica di tipo analitico non mira, e non aiuta pertanto, a risolvere problemi di tipo normativo, quali sono (ad esempio) quelli della bioetica. Ma non bisogna mai dimenticare che quel tipo di riflessione analitica è utilissimo, ed indispensabile pure, per saper cogliere la semantica dei termini usati e per affrontare poi, con chiarezza e precisione di linguaggio, ogni discorso morale […].

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Bibliografia: - S. Privitera, Dall'esperienza alla morale. Il problema esperienza in Teologia Morale, ISB, Acireale 1985; Id., Il volto morale dell'uomo. Avvio allo studio dell'etica filosofica e teologica, ISB, Acireale 1999; B. Schüller, L'uomo veramente uomo. La dimensione etica dell'uomo nella dimensione teologica dell'etica, ISB, Acireale,1987; R.L. Holmes, The limited relevance of analytical ethics to the problems of bioethics, in: «The Journal of Medicine and Philosophy» 15 (1990) 143-159; G. Bettini, L'ultima parola contro il relativismo, Milano, Feltrinelli, 1999; F. Ingravalle, Relativismo oggi, in «Fenomenologia e società» XXIII (2000) 52-75; G. Carcaterra, Non cognitivismo. Le ambiguità e le implicazioni nichilistiche della opposizione valutare-conoscere, in: E. Opocher (ed.), La società criticata. Revisioni fra due culture, Morano, Napoli 1974,193-225; S. Privitera, La questione bioetica. Riflessioni per il superamento degli itinerari relativistici, in «Bioetica e Cultura» 14 (1998) 139-161; Id., La logica del linguaggio morale: metaetica, etica normativa e parenesi, in «Bioetica e Cultura» 13 (1998) 83-94; Id., La questione bioetica. Nodi problematici e spunti risolutivi, ISB, Acireale 1999; Id. (ed.), Sul relativismo della cultura contemporanea, ISB, Acireale 2003; S. Leone, La prospettiva teologica in bioetica, ISB, Acireale 2002.

 

Voce a cura di:
Salvatore Privitera, 1945-2004

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.