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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Responsabilità morale

Il concetto di responsabilità

 Il concetto di responsabilità si evince dal quadro dell'esperienza etica originaria in cui ogni uomo si trova coinvolto per il fatto stesso di essere uomo. Esperienza che la ragione comprende e interpreta e che inizia nel momento in cui l'uomo coglie se stesso come esistente e chiamato, nello stesso tempo, a prendere posizione, a rispondere all'esistenza di fronte a un quadro di valori.

Emerge la capacità fondamentale, unica, assoluta, mai totalmente determinata o annullata da realtà interne o esterne, seppur largamente legata e relazionata al mondo e agli altri, di prendere in mano la propria vita e di essere pienamente se stesso (libertà fondamentale-opzione fondamentale).

La coscienza etica «valuta» (rem-ponderare) i beni in questione che appaiono nell'orizzonte della coscienza personale, coglie l'esigenza e l'obbligo di «dover rispondere» (res-pondere) con una libera assunzione di responsabilità, vive il sentimento della gratificazione per aver risposto correttamente attraverso il proprio agire o dell'indignazione e della vergogna nel caso contrario.

La responsabilità morale, pertanto, riguarda l'uomo nella sua totalità e radicalità in quanto lo interpreta in tutti i suoi valori e in tutte le sue esigenze, che esprimono e rimandano al Valore supremo e all'Esigenza ultima, ossia al significato dell'uomo in quanto uomo.

E una responsabilità che si caratterizza per la sua proposizione di valori normativi e obbliganti. Non dice ciò che la gente fa, ma ciò che dovrebbe fare, anche se non lo fa, o potrebbe non farlo.

Reclama pertanto un paradigma antropologico di riferimento, una struttura umana di fondo, intesa come un dato e come un compito, ove i valori etici indicano le condizioni attraverso cui passa la realizzazione in quanto uomo.

La responsabilità morale si radica appunto sul valore che è l'uomo in quanto tale, nella comprensione coerente del senso del generare e del nascere, della salute e della malattia, del vivere e del morire, nonché degli interventi messi in atto per curare e correggere, per manipolare nell'ottica del compimento dell'humanum o per saccheggiare, avvilire e distruggere l'uomo.

Senza questo ancoraggio e questa fondazione antropologica, o più sottilmente, censurando o eludendo questa dimensione, si vanifica il significato di ragione della responsabilità morale.

Viene a mancare la giustificazione ultima del proprio agire e della propria libertà. Tutto diventa semplice questione di convivenza politica o di giustizia nello scambio sociale.

Sapendo o dicendo poco sul valore che è l'uomo in quanto tale, viene a mancare la risposta al lecito o all'illecito nei vari settori […]. La carenza di competenza etica, ottiene come risultato, quello di appellarsi, come a criteri risolutivi, a luoghi comuni assai fragili che rimangono tra l'altro, deliberatamente su di un vago formalismo privo di contenuti e di indicazioni pratiche: dignità della persona, buona qualità della vita (= benessere), scelta libera del soggetto. Tutt'al più si giunge al massimo a convenzioni compromissorie tra i diversi punti di vista, fondamentalmente incomparabili e non argomentabili.

È la responsabilità medesima a spingere a indagare continuamente su ciò che è umano, sui valori che fondano e rendono possibile la dimensione umana dell'esistenza, sui diritti inviolabili dell'uomo e sulle sue esigenze irrinunciabili.

Riflessione filosofica ed etica che tocchi non solo i valori dell'uomo, ma il valore che è l'uomo come tale e che alla fine porti la libertà personale a porsi a servizio della sua realizzazione, relativizzando il mito di una libertà totale non responsabile di fronte a nessuno che non sia se stesso.

È una ricerca etica che appartiene ad ogni individuo, giunge a specifici contenuti formali e materiali, di questi ne offre la spiegazione ultima, l'universalità morale, l'obbligatorietà e la gerarchia.

Il riferimento a contenuti universali che abbiano un'effettiva evidenza di valore morale presso la coscienza individuale e che scendano alla proposta di contenuti oggettivamente fondati su di un quadro valoriale che ha nell'uomo il suo punto di riferimento, evita che la responsabilità si devitalizzi su di un trascendentalismo formale o che si perda su di una semplice competenza metodologica che riguardi le procedure mediante le quali vengono di fatto prodotti gli apprezzamenti di bene e di male.

Il livello di idealità e valori trascendenti, permette alla responsabilità morale di superare l'angusta ottica di un sapere scientifico sperimentale che coglie e valorizza, assolutizzandolo, il fatto e il dato, ritenendo l'uomo frutto di caso e necessità, nella dinamica di uno sviluppo storico che sceglie sempre quello che riesce efficace.

Dal momento che la coscienza può attingere a valori perenni in base ai quali giudicare il progresso, la libertà non può che essere vissuta se non come risposta all'appello che il valore pone e non già come risposta assoluta da parte del singolo di fronte alle varie problematiche purché non si intacchi la libertà degli altri.

La possibilità dell'uomo di cogliere di sé e in sé una fondazione metafisica e ontologica con valori oggettivi, permanenti e universali, smobilita l'idea di una responsabilità morale ritenuta tale nella misura in cui riesce a muoversi tra la constatazione e la rilevazione dei vari costumi sociali rileva bili nella società.

Non si avrebbe, infatti, responsabilità se la scelta morale fosse indifferente sul piano dei valori. Tutto, in questo caso, si ridurrebbe all'accettazione della pluralità dei costumi e dei comportamenti. In campo bioetico, ad esempio, ci si dovrebbe limitare a descrivere le differenze di fatto esistenti senza poter esprimere giudizi di valore. L'aborto, la fecondazione artificiale, l'eutanasia ... in quanto costumi socialmente diffusi, determinerebbero la liceità morale e ogni comportamento sarebbe soltanto descrittivamente distinguibile da un altro.

Né la fondazione della responsabilità morale, con le conseguenti scelte assiologiche e prescrittive, possono essere ricercate in ipotetici accordi convenzionali stipulati da individui facenti parte della comunità morale, come sosterrebbe il neocontrattualismo.

Pur accordandosi, infatti, su contenuti minimi che garantirebbero la convivenza sociale e per finalità contingenti, questo farebbe scivolare, annullandola, la responsabilità morale nel relativismo, potendosi «accordare» su qualsiasi contenuto morale purché condiviso.

Il valore della persona, tra l'altro, sarebbe fortemente ridotto, in quanto non verrebbero considerati tali tutti coloro che non hanno o non hanno ancora o non avranno capacità intellettuali (embrioni, feti, infanti, anziani, cerebrolesi, handicappati).

 

Responsabilità giuridica e morale

 La responsabilità morale si distingue da quella giuridica. Questa risponde, (per riparare o eseguire), a quanto stabilito da una codificazione giuridica, in un dato momento e contesto sociale. Il lecito e l'illecito é stabilito dalla legge che sancisce i comportamenti correlativi e richiede, per la sua competenza, semplicemente la responsabilità esteriore oggettivamente constatabile, che può anche prescindere dalla volontarietà o meno dell'agente.

La responsabilità morale risponde all'appello dei valori che emergono dalla coscienza personale. Coinvolge la libertà fondamentale dell'individuo, le sue motivazioni e intenzionalità più profonde espresse nei gesti esterni che spesso non riescono a rivelare, tra l'altro, completamente tutto il dinamismo della decisione morale interiore.

Mentre, infatti, la morale comanda ogni bene e proibisce ogni male, anche i desideri più segreti, il diritto ha un campo più ristretto e comanda solo quei beni e proibisce solo quei mali che sono da comandarsi o da proibirsi per salvare una convivenza comunitaria ordinata.

Ciò significa che la «legge civile non può abbracciare tutto l'ambito della morale o punire tutte le malefatte: nessuno pretende questo da essa. Spesso essa deve tollerare ciò che, in definitiva, é un male minore per evitarne uno più grande» (Dichiarazione sull'aborto procurato della Sacra Congregazione per la dottrina della Fede, 20).

La legge civile non deve codificare le norme che regolano la coscienza e come tale non può essere assunta come criterio sufficiente, almeno sempre e in ogni caso, della moralità di un comportamento valutato alla luce del quadro più vasto, obbligante dei valori.

Certi comportamenti pertanto, anche se dichiarati ammissibili dalle leggi, depenalizzati o decriminalizzati o indifferenti, rimangono sempre sotto il giudizio della coscienza morale e in ultima istanza di Dio.

Tra diritto e morale esiste però un rapporto di connessione. Ambedue sono al servizio della persona, base e fondamento del bene comune e i cui diritti ed esigenze preesistono a qualsiasi codificazione giuridica e morale.

Non è la legge o la morale a creare i diritti della persona e di conseguenza a manipolarli, ma ambedue sono chiamate a prenderne soltanto atto e ad adoperarsi per tutelarli, conservarli, svilupparli e difenderli […].

 

Voce a cura di:
Antonino Di Vincenzo, Docente di Teologia morale, Istituto Teologico S. Tommaso, Messina

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.