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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Specificità teologica

Il problema delle fonti

 La riflessione etica [...] non può fare a meno di chiedersi se e quali siano gli elementi specifici della riflessione moralteologica, in modo da poter dialogare anche con quel tipo di riflessione etica che avvia le sue riflessioni a partire dalla S. Scrittura.

Affrontare questo discorso significa sollevare, con terminologia diversa, quel problema che i manuali classici della teologia morale affrontavano nel capitolo sulle Fontes Theologiae Moralis.

Proprio sulla specificità delle fonti della teologia morale si fonda la specificità teologica della morale cristiana: la riflessione elaborata su fonti specifiche permette di acquisire risultati altrettanto specifici? Che senso avrebbe affermare la specificità delle proprie fonti se non si dovesse poi pervenire a conoscenze a cui non permettono di arrivare altre fonti?

Il problema del metodo

Affrontare il problema della specificità significa pure sollevare il problema metodologico di come l'etica, filosofica o teologica, debba procedere nella sua riflessione o il problema epistemico delle caratteristiche con cui essa autocolloca la sua specifica identità in rapporto alle altre scienze.

Il problema delle fonti è anche problema di specificità cristiana della morale cristiana, perché le fonti primarie, a differenza di quelle secondarie, sono specificamente cristiane o teologiche: non si può fare a meno di sollevare il problema sul se e in che senso o a che livello dalle fonti primarie scaturisca anche una specificità cristiana per la teologia morale.

Certo dovrà esserci una specificità della teologia morale rispetto all'etica filosofica, altrimenti non si spiegherebbe l'esistere stesso di una disciplina diversa. Ed in effetti abbiamo pure affermato come in prospettiva etico-teologica si possa approfondire meglio il discorso dei postulati kantiani della moralità. Con ciò in ultima analisi si è affermata una primari età delle fonti ed una loro specificità teologica che si colloca chiaramente a livello di problematiche metaetiche, ma possiamo ammettere una primarietà delle fonti teologiche anche sul piano normativo? Cosa comporterebbe l'affermazione della specificità anche normativa? Esistono norme morali valide solo per il credente perché individuate nelle fonti specificamente cristiane? Cosa significa affermare che Cristo è la norma morale o l'imperativo concreto del cristiano? Il termine norma, in questo caso, è usato in senso normativo del comportamento o esortativo nei confronti dell'atteggiamento?

Negli anni immediatamente postconciliari, sulla scia anche delle indicazioni offerte dal Vaticano II, si è sviluppato un po' dovunque nel mondo cattolico e protestante quell'acceso dibattito sulla specificità cristiana, appunto, della morale cristiana, che mirava alla ricerca di ciò che di specifico c'è nella morale dei credenti, rispetto alla morale dei non credenti, sia sul piano dell'indagine epistemica che su quello della vita morale quotidianamente vissuta.

Chi nega la specificità cristiana della morale cristiana si muove piuttosto sul piano normativo, mentre chi la afferma sposta l'angolatura della sua affermazione, trasferendosi su quello parenetico e metaetico.

Il problema dei contenuti

La tradizione moralteologica affrontava e risolveva il problema della specificità affermando la legge naturale come veicolo sufficiente per esplicitare i contenuti morali: a questi contenuti non viene aggiunto nulla dalla rivelazione cristiana.

La chiara soluzione del problema della specificità, a nostro avviso, è da collegare ai diversi tipi di discorsi morali. In riferimento alle distinzioni relative al quadrifoglio del discorso morale, infatti, si può affermare come la specificità cristiana della morale cristiana, quella che le deriva dalle fonti primarie sue specifiche, non vada a sedimentarsi o non sia da ricercare nell'etica descrittiva.

Come non esiste specificità teologica per il discorso sociologico, così non esiste nemmeno sul piano descrittivo un'etica specificamente cristiana: le regole tipiche della rilevazione o dell'indagine sociologica, infatti, possono essere applicate anche per la rilevazione di dati relativi al fatto etico-religioso. In questo caso esse vengono assunte come regole dell'etica descrittiva, il cui statuto epistemico non si differenzia da quello sociologico, e vengono ovviamente applicate per la rilevazione delle caratteristiche specifiche della morale religiosa. L'etica che si interessa alla descrizione del fenomeno reificatosi all'interno del contesto religioso potrà chiamarsi etica religiosa o teologica solo in analogia a sociologia religiosa o cristiana e tale, quindi, solo perché si interessa di dati emergenti all'interno di contesti religiosi.

Per l'etica normativa, [...], bisogna dire che la fondazione del giudizio morale sull'atteggiamento e sul comportamento non subisce variazione alcuna passando dall'ambito filosofico a quello teologico.

La fondazione del giudizio morale sul comportamento umano segue, cioè, criteri logici non dipendenti dalla prospettiva teista o teologica di base. Il giudizio morale si fonda su argomentazioni. Partire da un punto di vista teista o ateista non provoca conseguenze sulla fondazione del giudizio, se il processo viene correttamente applicato. Gli eventuali errori e le eventuali divergenze riscontrabili fra teista ed ateo non sono attribuibili, al punto di partenza di una riflessione che si snoda all'interno della prospettiva religiosa o non religiosa, ma all'erronea applicazione di quei criteri da noi a suo tempo esplicitati.

La prospettiva teista dell'etica, entro cui ovviamente si inserisce quella teologica, poi, prevede che l'atteggiamento moralmente buono si apra pure all'atteggiamento di fede e di conseguenza anche ad una serie di comportamenti tipici di un'istituzione religiosa che, pur variando da religione a religione, risultano specificamente religiosi.

La non specificità normativa della morale cristiana non dovrà essere considerata come suo livellamento, ma come problema di comprensibilità per tutti, credenti o non credenti, delle argomentazioni razionali addotte per fondare il giudizio morale, come possibilità di dimostrare anche al non credente quelle norme che vengono talvolta ritenute specifiche della morale cristiana e, conseguentemente, come possibile genuinità anche per la morale non cristiana. Solo così il credente può dialogare con il non credente e porsi assieme a lui alla ricerca del vero giudizio morale. Solo con argomentazioni razionali la Chiesa può dimostrare al mondo la rettitudine morale di certi comportamenti che essa difende nel campo della sessualità o in quello della vita matrimoniale e familiare!

La non specificità dovrà essere considerata pure come problema di materialità del comportamento che in quanto tale, che venga compiuto all'interno o all'esterno di una prospettiva religiosa, resta sempre identico. Fra il Fariseo e la vedova del vangelo esteriormente non è visibile alcuna differenza nella materialità del loro gesto. Anche quelle norme che alcuni considerano specificamente cristiane, come ad es: quella della verginità, in realtà non lasciano sedimentare la loro specificità a livello di comportamento, quanto piuttosto a livello di motivazioni personali che, assunte in seno a una prospettiva religiosa, si riferiscono proprio all'atteggiamento. Ed in questo senso è da interpretare l'affermazione di Cristo sulle diverse motivazioni, come cause genetiche e finali, che possono portare alcuni ad essere eunuchi (Mt 19,12).

La specificità parenetica

Il dato rivelato può influire, e di fatto influisce, come già detto, a livello di momento genetico della percezione di certi valori, che poi vengono a tradursi anche in giudizio morale sul relativo comportamento umano. Ma il momento genetico della percezione del valore può aversi all'interno e all'esterno della prospettiva di fede, e può identificarsi sia con lo stimolo provocato da un fatto positivo che con quello provocato da un fatto estremamente negativo.

La prospettiva teologico-religiosa, però, produce una sua specificità che va a sedimentarsi sempre all'interno dell'atteggiamento: il giudizio morale sull'atteggiamento moralmente buono in sé resta sempre quello fondato sulle argomentazioni, ma la sua realizzazione da parte della singola persona assume una specificità tutta particolare in chi crede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e, analogamente, nel teista che, pur appartenendo a religioni diverse, crede in Dio.

Non a caso la prospettiva etica della Bibbia, nell'Antico come nel Nuovo Testamento, ruota sempre attorno al comandamento dell'amore. E proprio per questo l'atteggiamento moralmente buono del cristiano è descrivibile come risposta di amore a Colui che lo chiama, come donazione piena a Chi per lui si è donato fino a morire in croce, come accettazione piena della volontà di Dio che lo vuole santo, come ricerca incondizionata del Regno dei cieli e in tanti altri modi tutti riconducibili ad altrettante caratteristiche tipiche dell'atteggiamento specificamente cristiano del cristiano.

Non si dimentichi mai, cioè, che le norme relative all'atteggiamento morale, come anche a certi comportamenti da assumere nel contesto della vita riscontrabili nella SS. Scrittura, possiedono particolare significato per il credente, vengono considerate come rivelate da Dio e, proprio per questo, acquisiscono valore vincolante, magari a prescindere dagli argomenti razionali che possono essere addotti a loro sostegno.

Dal punto di vista logico la semantica delle diverse formule usate per definire la specificità della morale cristiana si riferisce ed equivale ad atteggiamento moralmente buono o a valore morale, ma nel vissuto personale delle modalità con cui il credente realizza il proprio valore morale può essere sempre riscontrato un amore così profondo da poter essere raggiunto solo con enorme difficoltà dal non credente e, comunque, sempre sulla base del dono della grazia divina, da lui atematicamente posseduta.

Anche l'atteggiamento dell'umanista ateo potrà essere valutato come moralmente buono, ma quanta intensità maggiore di amore può esserci nella suora che si è volontariamente segregata in un convento di clausura!

Tutto questo può succedere proprio perché, come si chiarisce non appena il discorso viene spostato sul piano parenetico, le verità di fede, oggetto della real apprehention di cui si parlava, emanano enorme forza attrattiva che trascina e coinvolge totalmente la singola persona.

Non bisogna poi dimenticare il ruolo svolto dalla grazia divina che quando viene consapevolmente accolta irrobustisce ancora di più la volontà del credente. Egli sa che con l'aiuto che gli viene dal dono della legge nuova che è la grazia dello Spirito Santo potrà e dovrà vivere nel modo migliore possibile.

La vita morale, tuttavia, non può essere considerata opera esclusiva di Dio o della Sua grazia, come sostiene Lutero. Essa, come per certi versi sosteneva Platone nel Menone, come sostenevano pure gli Stoici e, soprattutto, come ancor più chiaramente si afferma a partire dalla Rivelazione cristiana, è sempre dono che viene dall'alto, pur restando sempre anche opera dell'uomo che accetta, liberamente, il dono e che sulla base di esso si pone in cammino verso la piena autorealizzazione morale.

La specificità parenetica dell'episteme etico-teologica è, in altri termini, il risvolto sul piano morale della specificità epistemica del discorso teologico. L'indicativo teologico dell'essere, non bisogna mai dimenticarlo, implica tautologicamente il risvolto morale del dover essere e, pertanto, nel momento in cui la teologia, come scienza, vuole trasformarsi in teologia morale, come può e deve, la specificità cristiana del discorso teologico, per natura sua finalizzato alla presentazione dell'essere del cristiano e del suo indicativo, diventa pareneticamente identificabile come conseguenziale imperativo.

La specificità metaetica

La specificità teologica dell'episteme etica acquisisce dimensioni intellettive, invece, quando ci si trasferisce sul piano della riflessione metaetica. A questo livello diventa possibile sviluppare e approfondire, sulla base del procedere specificamente teologico, ciò che filosoficamente può essere colto solo come semplice postulato della morale. In quanto teologo, il moralista, scandagliando nei fondali della Rivelazione, può pervenire a conoscenze metaetiche meno inesaustive di quelle a cui perviene il filosofo che fa esclusivamente appello alla sua ragione.

La griglia interpretativa del discorso morale che ci viene offerta dal quadrifoglio epistemico dell'etica rende possibile […] almeno la collocazione esatta del problema della specificità cristiana della morale cristiana.

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Bibliografia: -S. Privitera, Dall'esperienza alla morale. Il problema esperienza, in «Teologia Morale», Palermo 1985 - Id, Il volto morale dell'uomo. Avvio allo studio dell'etica filosofica e teologica, Edi Oftes, Palermo 1992 - B. Schüller, L'uomo veramente uomo. La dimensione etica dell'uomo nella dimensione teologica dell'etica, Edi Oftes, Palermo 1987.

 

Voce a cura di:
Salvatore Privitera, 1945-2004

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.