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Mercoledì, 13 Novembre 2019

Il treno impazzito!

 

Immaginate di essere il manovratore di un treno lanciato a folle corsa sulle rotaie ad oltre 100 chilometri orari. Di fronte a voi ci sono 5 operai fermi sul binario, intenti a lavorare; provate a frenare, ma i freni non funzionano. Siete presi dalla disperazione perché sapete che se la vettura continuerà la sua corsa travolgerà ed ucciderà i cinque malcapitati.

Improvvisamente vi accorgete che sulla vostra destra si dirama un binario secondario. Anche lì c'è 1 operaio al lavoro, ma solo uno.

Vi rendete conto che potete deviare il treno sul binario laterale: questo significa uccidere 1 uomo, ma salvarne 5.

Che cosa fate?

 

Generalmente, a questo quesito la maggior parte delle persone risponde: Svolta! Per quanto sia tragico uccidere una persona, non lo è mai quanto ucciderne cinque.

 

Considerate ora un'altra versione della storia in cui non siete più il macchinista del treno, ma un osservatore esterno, fermo su un cavalcavia esattamente sopra il binario del treno impazzito (questa volta non c'è più il binario laterale). Il treno è lanciato a tutto velocità e poco oltre ci sono 5 operai che lavorano sul binario. I freni non funzionano e gli operai verranno sicuramente travolti e uccisi. Vi sentite impotenti di fronte a questa catastrofe, ma...! Ma accanto a voi c'è un uomo corpulento appoggiato sul parapetto del cavalcavia. Basterebbe una piccola spinta per farlo cadere sul binario. Lui morirebbe, ma bloccherebbe il treno e i cinque operai si salverebbero.

Sarebbe giusto spingere l'omone giù dal cavalcavia, uccidendolo, ma salvando altre 5 vite?

 

Generalmente, a questo secondo quesito la maggior parte delle persone risponde: No di certo! Scaraventare una persona giù dal ponte, condannandola a morte certa, sembra davvero una cosa spaventosa, anche se serve a salvare cinque vite.

 

Ma tutto questo solleva un dilemma morale: perché il principio che sembra giusto nel primo caso - sacrificare 1 vita per salvarne 5 - sembra ingiusto nel secondo?

 

Non è facile spiegare la differenza morale fra i due casi: nella fattispecie, sembra giusto abbassare una manopola, mentre sembra ingiusto spingere un uomo giù dal cavalcavia. In fin dei conti, cambia il tipo di azione, ma non il risultato.

Osservate, però, come ci sentiamo in obbligo di procedere argomentando, finché non arriviamo a distinguerli l'uno dall'altro in modo convincente, e, se non dovessimo riuscirci, sentiamo di dover modificare il nostro giudizio circa la cosa giusta da fare nelle rispettive situazioni.

A volte pensiamo che i ragionamenti su temi morali siano un modo per persuadere gli altri, quando invece sono anche un modo per far chiarezza nelle nostre stesse convinzioni etiche.

Certi dilemmi etici nascono dal contrasto tra vari principi etici; per esempio, nella storia del treno entra in gioco un principio che ci impone di salvare quante più vite possibili, mentre un altro principio afferma che uccidere un innocente non è giusto, nemmeno per una buona causa. Trovandoci in una situazione in cui la salvezza di alcune vite innocenti dipende dall'uccisione di un innocente, dobbiamo affrontare un dilemma morale dobbiamo cercare di capire quale sia, in circostanze di questo tipo, il principio che ha maggior rilevanza, o è più appropriato.

In altri casi i dilemmi morali sorgono perché non sappiamo con sicurezza come si svolgeranno gli eventi. In casi ipotetici, come quello del treno impazzito, scompaiono le incertezze sempre incombenti sulle scelte che ci troviamo a fare nella vita reale: si dà per certo che il treno non si fermerà in tempo e che tutti gli operai verranno uccisi. Perciò situazioni immaginarie offrono una guida imperfetta su come orientare le nostre azioni, ma sono d'altra parte utili stratagemmi per l'analisi di un problema morale, sgombrando il campo da eventuali incertezze.

 

Ben pochi di noi si trovano alle prese con dilemmi gravi come quelli qui prospettati, ma provare a risolverli serve a illuminare il modo in cui può procedere la discussione in ambito morale, sia sul piano personale che nella dimensione pubblica.

Nella vita delle società democratiche sono innumerevoli i dissensi su quello che è bene e quello che è male, quello che è giusto e quello che è sbagliato. C'è chi è favorevole al diritto di abortire, mentre altri giudicano l'aborto un assassinio. C'è chi è convinto che tassare i ricchi per aiutare i poveri sia un'esigenza di equità, mentre altri ritengono iniquo che il fisco sottragga ai cittadini parte del denaro che essi hanno guadagnato con le loro fatiche.

Sul contrasto tra queste posizioni si combattono le cosiddette "battaglie culturali", si vincono e si perdono le elezioni.

Considerando la passione e l'intensità con cui nella vita pubblica dibattiamo di temi etici, potremmo essere tentati di credere che le nostre convinzioni morali siano fissate una volta per tutte dall'educazione o dalla fede, senza che la ragione possa minimamente intervenire.

Ma se questo fosse vero, sarebbe inconcepibile ogni opera di persuasione in ambito morale, e quello che noi consideriamo il dibattito pubblico sulla giustizia e sui diritti si ridurrebbe ad una elencazione di asserzioni dogmatiche, una baruffa tra ideologie.

Nella sua versione peggiore, la nostra politica si avvicina molto a questa situazione, ma non è detto che debba essere così: a volte una discussione riesce a farci cambiare idea.

Come procedere dunque?

Cominciamo ad osservare come la riflessione etica nasca spontaneamente appena ci si imbatte in un quesito morale di difficile soluzione. Partiamo da un parere o da una convinzione su ciò che riteniamo giusto fare. Riflettiamo sulla nostra convinzione e individuiamo il principio su cui si fonda. Dopodiché, messi di fronte ad una situazione che mette in difficoltà quel principio, ci troviamo a nostra volta in crisi.

Percepire la forza di quella difficoltà e la pressione che ci spinge a cercare di dipanarla, è l'impulso che induce verso la filosofia.

Forse questa tensione ci spingerà a rivedere il nostro giudizio, o a ripensare il principio che avevamo adottato. La riflessione etica consiste appunto in questa disposizione di mente, che si muove, avanti e indietro, dal mondo dell'azione a quello delle ragioni.

Tuttavia, se la riflessione morale consiste nel ricercare una corrispondenza esatta tra i giudizi che diamo e i principi che affermiamo, come è possibile che tale riflessione ci porti alla giustizia, o alla verità morale? Non c'è il rischio di ottenere soltanto una aggrovigliata matassa di pregiudizi?

La risposta a questa domanda è che la riflessione etica non è un'impresa "solitaria", ma "collettiva", che richiede la presenza di amici, vicini, compagni, concittadini: altri che possano essere nostri interlocutori. Se la riflessione etica è dialettica - se si sposta, avanti e indietro, fra i giudizi formulati nelle situazioni concrete e i principi ai quali quei giudizi si ispirano - ha bisogno di opinioni e di convinzioni, per quanto parziali e incolte, come materia prima di partenza.

Difficilmente arriveremo ad avere risposte definitive e certe su questioni etiche, ma non dobbiamo mai stancarci nella discussione e nella riflessione, perché questo sottopone le nostre idee ad un costante esame critico, aiutando a chiarire a noi stessi che cosa pensiamo e perché.

(Testo liberamente tratto dal libro di Michael Sandel, Giustizia. Il nostro bene comune, Feltrinelli, Milano 2010)

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Una raccolta di video delle lezioni del prof. Sandel sono disponibili al seguente indirizzo: www.justiceharvard.org, oppure su Youtube, dove potete trovare anche il caso del treno impazzito, cercando "Trolley Problem"!