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Giovedì, 14 Novembre 2019

Aborto provocato

Rita è una donna di 35 anni, sposata e madre di due figli, uno di 8 e l’altro di 5 anni; né il marito né lei hanno un lavoro fisso. Dopo la nascita del primo figlio, Rita aveva deciso di non averne altri e di evitare qualsiasi gravidanza. Quando, dopo tre anni, rimase incinta per la seconda volta, pensò di abortire, ma desistette dall’idea sia perché il marito era del parere che avrebbero potuto tenere il bambino, sia per il fatto che nel Paese l’aborto era allora illegale e soggetto a sanzioni penali, sia per la frequenza con cui l’aborto illegale pregiudicava la salute della madre mettendone in pericolo la vita.
Rita, nutrendo il sospetto di una nuova gravidanza, si è recata all’ambulatorio del suo medico di zona del servizio pubblico di sanità. Dopo aver ascoltato la sua storia clinica e averla sottoposta a una breve visita, il medico richiede un test di gravidanza e le dà appuntamento per comunicarle il risultato del test. Rita viene accompagnata dal marito. Sono entrambi preoccupati per ciò che li aspetta. Il medico cerca di tranquillizzarli e conferma la nuova gravidanza, fino ad allora soltanto sospettata. Immediatamente Rita manifesta al medico la sua decisione di abortire e gli confessa che la cosa “le fa un po’ paura”. Il medico è cattolico praticante e acceso sostenitore della posizione “a favore della vita”, e quindi cerca con tutti i mezzi di far recedere Rita dal suo proposito. Le spiega dettagliatamente l’intervento e le indica i possibili rischi e le possibili complicazioni. La paziente riconosce di aver paura di sottoporsi all’operazione, ma ritiene che i rischi di avere un altro figlio siano ancora maggiori. E’ convinta, e lo riferisce al medico, di non essere in grado di allevare bene un altro figlio, dato che non ha denaro né tempo. La miseria in cui vive la fa stare in continua agitazione e la mette di cattivo umore. Si ritiene incapace di controllare i suoi nervi, di non urlare o di non prendersela con i suoi figli. Rita confessa di sentirsi sconfitta, stanca e senza la possibilità di trasmettere amore e affetto al nuovo essere. Pensa che le discussioni e i problemi che ha in casa siano di gran lunga superiori alle sue capacità fisiche e psichiche.
Durante il colloquio il medico si rende conto che Rita è una donna angosciata e un po’ nevrotica, ma pienamente cosciente della situazione e perfettamente in grado di decidere autonomamente. Non la si può definire irresponsabile o incosciente. Per questo il medico si sente obbligato a rispettare le sue decisioni morali, anche se le ritiene sbagliate, e ne informa la paziente.
A questo punto del colloquio il medico si rivolge al marito per conoscere la sua opinione. Potrebbe anche non essere d’accordo con la moglie - come era successo per l’altra gravidanza - il che renderebbe più difficile per la donna la decisione definitiva di abortire. Il marito risponde che si trova di fronte a un grave conflitto. Da un lato ritiene che la vita del bambino vada rispettata; dall’altro sa come la pensa sua moglie, ed è convinto che una prosecuzione della gravidanza renderebbe un inferno la vita familiare. Per questo ha deciso di non complicare ulteriormente le cose e di accettare la decisione della moglie.
Accertata la capacità della paziente di decidere autonomamente secondo la sua scala di valori e la irrevocabilità della sua decisione, nonché il consenso del marito, il medico dice a Rita che si impegna ad aiutarla a decidere nel modo più maturo e responsabile possibile. Aggiunge che se fosse al suo posto non prenderebbe la decisione di abortire, ma un’altra meno drastica. Di fatto, esistono molte coppie che aspettano per anni di poter adottare un bambino e che la aiuterebbero a risovere i suoi problemi assumendosi il costo della gravidanza e del parto. Una decisione di questo tipo, continua il medico, esige probabilmente più coraggio di quella di abortire, ma è anche moralmente migliore. Rita resta disorientata di fronte a questa prospettiva, ma sa che, se aspetta che il figlio nasca, non sarà più in grado di staccarsene, e quindi preferisce una soluzione rapida e definitiva.
Subito dopo il medico spiega alla coppia la legge sull’aborto. Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. Secondo la sua opinione, Rita non rientra in nessuno dei casi previsti. L’unico caso potrebbe essere quello relativo alla salute psichica: Rita è indubbiamente una donna angosciata e nevrotica, ma il medico ritiene che relativamente alla salute psichica il serio pericolo sia riferito a malattie psichiche gravi definite nei trattati di psicologia come psicosi o psicopatie. E’ indubbio che la nuova gravidanza implica un ulteriore stato di conflittualità per lei e per la sua famiglia, ma è convinto che con il sostegno delle istituzioni a favore della vita tale conflitto possa diventare meno grave. Pertanto, secondo il medico, lei non rientra nei casi previsti dalla legge per l’interruzione volontaria della gravidanza e, se tale aborto venisse fatto, si configurerebbe come un crimine e, quindi, non può essere prescritto, né eseguito dai medici del servizio pubblico di sanità. E se lo fosse - vale a dire: se altri medici avessero dei criteri diversi dai suoi - egli non potrebbe collaborare alla realizzazione di un atto che considera immorale. Tuttavia, anche in questo caso, sarebbe disposto ad aiutare la coppia nel caso avesse bisogno di aiuto, e li prega di ritornare nel suo ambulatorio quando vogliono e per qualsiasi tipo di problema. In caso di reclamo possono rivolgersi al direttore dell’ambulatorio o all’ispettore di zona. Alquanto sconcertati, Rita e il marito si congedano dal medico e se ne vanno.