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Martedì, 26 Settembre 2017

Negligenza nell’informazione al paziente

Sandra è una donna di 75 anni, operata cinque anni e mezzo fa di tumore al seno sinistro. Nello studio anatomo-patologico interoperatorio il tumore viene diagnosticato maligno, per cui si procede ad una mastectomia radicale, a cui si fanno seguire alcune applicazioni di radioterapia.
Recentemente la paziente è stata portata dai familiari al pronto soccorso dell’ospedale, in quanto presenta un quadro di disorientamento tempo-spaziale, perdita di forze e ipotonia (riduzione del tono muscolare) a entrambe le gambe con difficoltà motorie, cecità totale all’occhio destro e cefalea. Durante la visita la malata si mostra cosciente, ma incapace di riconoscere i familiari che l’accompagnano. Ripete meccanicamente le parole del medico. Non presenta rigidità alla nuca. Le analisi ematologiche e biochimiche sono normali. L’esplorazione radiologica mostra un allungamento aortico e arteriosclerosi generalizzata. L’elettrocardiogramma evidenzia una fibrillazione auricolare. La pressione arteriosa è al momento del ricovero di 20/12 mmHg (in una persona che per tutta la vita è stata ipotesa).
Il giorno successivo al ricovero, Sandra riconosce i familiari, comincia e recuperare la memoria, anche se persiste un modesto deterioramento. L’elettroencefalogramma rivela una leggera sofferenza cerebrale diffusa. Il doppler (esame che rivela la velocità del flusso sanguigno) è negativo. La donna viene sottoposta a puntura lombare per evidenziare un’eventuale emorragia subaracnoidea o una metastasi cerebrale. L’esito è negativo. La TAC denota molteplici microinfarti disseminati in ambedue gli emisferi. Su questi dati viene diagnosticato un ictus cerebro-vascolare acuto (ICVA) probabilmente prodotto dalla fibrillazione auricolare sommata alla pressione arteriosa in un soggetto con grave degenerazione vascolare. Iene prescritto un trattamento correttore dell’ipertensione e dell’aritmia cardiaca, nonché un vasodilatatore cerebrale. Dopo un mese la paziente viene dimessa.
Il medico che ha in cura la malata è consapevole che la terapia prescritta è solo sintomatica e non curativa. Ritiene che la prognosi sia infausta, dato che in questo tipo di pazienti gli IVA si ripetono, determinando una progressiva degenerazione dell’organismo. D’altronde la scarsa efficacia delle terapie adottate rende impossibile la “restitutio ad integrum” (locuzione latina che indica una ritrovata normalità e funzionalità degli organi a seguito di malattie che li hanno colpiti).
Durante tutto il periodo di degenza, il medico che l’aveva in cura non parlò mai né con lei, Né con i familiari degli interventi diagnostici e terapeutici da adottare. Siccome in un primo momento si era ipotizzata l’esistenza di una metastasi cerebrale del tumore mammario, non solo era stata negata alla paziente ogni informazione, ma si era risposto alle sue domande in modo evasivo e con menzogne. D’altronde i familiari erano stati informati solo a posteriori, commentando gli esiti degli esami a cui era già stata sottoposta la paziente. Non si parlò mai loro delle alternative diagnostiche, né si chiese il consenso per mettere in pratica le decisioni ritenute più pertinenti dal medico responsabile.
Come si temeva, la paziente nel corso di un anno ebbe due episodi cerebrovascolari simili a quello descritto e morì poco dopo il secondo.