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Martedì, 26 Settembre 2017

Rifiuto di una cura efficace

Maria, una donna di 36 anni, senza precedenti patologie interessanti, ricorre al medico per disturbi intestinali e per perdite ematiche nelle feci. Dopo un accurato esame i medici le diagnosticano un carcinoma del retto, stadio C di Dukes.
La paziente chiede al medico di conoscere tutta la verità sul processo della malattia e sulle possibilità di cure. Il medico la informa sulla necessità di effettuare un’ampia resezione intestinale e sull’eventualità di provvedere a una colostomia di scarico (un abboccamento chirurgico tra colon e parete addominale per permettere al contenuto fecale di fuoriuscire attraverso una via alternativa a quella naturale), che dovrà portare per un certo tempo, ma non le spiega che esiste una forte possibilità che debba portare un colostoma permanente per il resto dei suoi giorni.
La paziente è sposata e negli ultimi anni ha condotto una vita che ritiene felice, dopo essersi riconciliata con il marito da cui era stata separata per un certo periodo. Gode di una buona posizione economica, grazie a un’impresa familiare su cui ha concentrato tutti i suoi sforzi. Ha due figli, di 6 e di 12 anni.
Informata sull’andamento della malattia, dopo aver riflettuto alcuni giorni, rifiuta l’intervento, adducendo che porrebbe fine alla sua vita sociale, farebbe crollare il suo matrimonio dopo i problemi che aveva già avuto e le impedirebbe di badare ai figli e all’impresa. Chiede anche che né il marito, né i familiari siano informati della situazione, in quanto la decisione è solo sua.
Nell’anno e mezzo seguente, la paziente conduce una vita normale; ha dolori e retrorragie occasionali (presenza di sangue nelle feci), ma non informa i suoi familiari e ricorre a un guaritore che, a quanto le hanno detto, può risolvere il suo problema.
Poi la salute della paziente comincia a deteriorarsi progressivamente con la comparsa di forti dolori. La malata rifiuta il ricovero in ospedale. Quindi comincia a soffrire di una forte insufficienza renale accompagnata da uno stato di obnubilazione (stato confusionale), motivo per cui i familiari decidono di ricoverarla in ospedale.
L’équipe di guardia informa il marito sulla necessità di praticare una colostomia di scarico, dato che la paziente presenta un’occlusione intestinale. Il marito dà il consenso e l’operazione viene fatta.
Dopo l’intervento la malata riprende conoscenza e chiede al medico perché abbia fatto l’intervento, quando era ben chiara la sua decisione.
Successivamente viene iniziato un trattamento combinato di radioterapia e chemioterapia, con scarsa fiducia nei risultati, dato lo stadio avanzato del processo morboso.
Un mese dopo l’intervento, e mentre si trova in pieno ciclo chemioterapico, la paziente torna a presentare sintomi di occlusione intestinale, nonostante la precedente colostomia, con importanti segni di deterioramento dello stato generale e di astrazione dall’ambiente. Viene compiuto un nuovo intervento, sempre con il consenso del marito.
La paziente muore tre giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza.