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Venerdì, 14 Dicembre 2018

Quelli che si allontanano da Omelas

 

di Ursula Le Guin

Con un clamore di campane che fece volare altissime le rondini, la Festa dell’Estate venne alla città di Omelas, con le sue torri fulgide in riva al mare. Il sartiame delle barche nel porto scintillava di bandiere. Per le vie, tra le case dai tetti rossi e dalle facciate dipinte, tra i vecchi giardini invasi dal muschio e sotto i viali alberati, oltre i grandi parchi e gli edifici pubblici, avanzavano le processioni. Alcune erano decorose: vecchi in lunghe vesti rigide color malva e grigie, gravi maestri artigiani, donne tranquille e ilari che portavano in braccio i loro figlioletti e camminavano chiacchierando.

In altre vie, la musica aveva un ritmo più svelto, uno scintillio di gong e tamburelli, e la gente avanzava danzando, la processione era una danza. I bambini correvano dentro e fuori, e i loro acuti richiami s’innalzavano come i voli incrociati delle rondini sopra la musica e i canti. Tutte le processioni si snodavano verso la parte settentrionale della città, dove sul grande prato irriguo chiamato Campi Verdi ragazzi e ragazze, nudi nell’aria luminosa, con i piedi e le caviglie macchiati di fango e le lunghe braccia agili, allenavano prima della corsa gli irrequieti cavalli. Questi non avevano finimenti ma solo cavezza senza morso. Le criniere erano intrecciate di nastri argentei, dorati, verdi. Dilatavano le narici o scalpitavano e si vantavano reciprocamente; erano immensamente eccitati, poiché il cavallo è l’unico animale che ha adottato come proprie le nostre cerimonie.

Lontano, a nord e a ovest, sorgevano le montagne, che cingevano per metà Omelas sulla sua baia. L’aria del mattino era limpida e la neve che incoronava ancora le Diciotto Vette ardeva di un fuoco d’oro bianco attraverso le distese di aria assolata, sotto l’intenso azzurro del cielo. C’era abbastanza vento da far garrire di tanto in tanto gli stendardi che delimitavano la pista della corsa. Nel silenzio dei vasti prati verdi si poteva udire la musica che si snodava per le vie della città, ora prossima e ora lontana ma in costante avvicinamento: una gaia e lieve dolcezza dell’aria che di tanto in tanto tremolava e si raccoglieva e prorompeva nel grande scampanio gioioso.

Gioioso! Come si può parlare della gioia? Come descrivere i cittadini di Omelas?

Non erano gente semplice, vedete, sebbene fossero felici. Ma noi non diciamo molto spesso, ormai, le parole della gioia. Tutti i sorrisi sono divenuti arcaici. Data una descrizione come questa, si tende a formulare certe ipotesi. Data una descrizione come questa si tende a cercare il re, montato su uno splendido stallone e circondato dai suoi nobili cavalieri, o magari su una lettiga d’oro portata da schiavi muscolosi. Ma non c’era un re. Non usavano le spade, e non avevano schiavi. Non erano barbari. Non conosco le regole e le leggi della loro società, ma credo che fossero pochissime. Come facevano a meno della monarchia e della schiavitù, così facevano a meno anche della borsa-titoli, della pubblicità, della polizia segreta e della bomba.

Eppure ripeto che non erano gente semplice, pastori zuccherosi, buoni selvaggi, miti utopisti. Non erano meno complessi di noi. Il guaio è che noi abbiamo la pessima abitudine, incoraggiata dai pedanti e dai sofisticati, di considerare la felicità come qualcosa di abbastanza stupido. Solo la sofferenza è intellettuale, solo il male è interessante. Questo è il tradimento dell’artista: il rifiuto di riconoscere la banalità del male e la terribile noia della sofferenza.

Se non potete batterli, unitevi a loro Se fa male ripetete. Ma elogiare la disperazione significa condannare la gioia, abbracciare la violenza significa abbandonare tutto il resto. Abbiamo quasi perduto la presa: non sappiamo più descrivere un uomo felice, né celebrare la gioia. Come posso parlarvi degli abitanti di Omelas? Non erano bambini ingenui e felici, anche se i loro figli erano effettivamente felici.

Erano adulti maturi, intelligenti, appassionati, le cui vite non erano disastrate. Oh miracolo! Ma vorrei poterlo descrivere meglio. Vorrei riuscire a convincervi. Nelle mie parole, Omelas sembra una città di favola, lontana nel tempo e nello spazio, “c’era una volta”. Forse sarebbe meglio che la immaginaste come ve la suggerisce la fantasia, ammesso che sia all’altezza della situazione, perché di certo non posso accontentarvi tutti. Per esempio, la tecnologia? Credo che non ci sarebbero vetture o elicotteri per le vie e sopra le vie: questo consegue dal fatto che gli abitanti di Omelas sono felici. La felicità si basa sulla giusta discriminazione di ciò che è necessario. Nella categoria mediana, però (quella del superfluo non distruttivo, della comodità, del lusso, dell’esuberanza, e così via), potrebbero benissimo avere il riscaldamento centrale, la metropolitana, le lavatrici, e tutti i meravigliosi congegni non ancora inventati qui: sorgenti luminose fluttuanti, energia senza combustibile, la cura per guarire il comune raffreddore. Oppure potrebbero non averli: non importa. Come vi piace. Io tendo a pensare che la gente venuta dalle città più in su e più in giú sulla costa sia arrivata negli ultimi giorni prima della Festa su trenini velocissimi e tram con l’imperiale, e che la stazione ferroviaria di Omelas sia il più bell’edificio della città, benché più semplice del magnifico mercato agricolo. Ma anche concedendo i treni, temo che finora Omelas non vi faccia una bella impressione. Sorrisi, campane, sfilate, cavalli ... Beh! In tal caso, vi prego di aggiungere un’orgia. Se un’orgia può servire, non esitate. Però non immaginate templi da cui escono sacerdotesse e sacerdoti di fattezze bellissime, già per metà in estasi e pronti ad accoppiarsi con chiunque, uomo o donna, innamorato o estraneo, che aspiri all’unione con la profonda divinità del sangue, sebbene questa fosse la prima idea. Ma per la verità sarebbe meglio non avere templi, a Omelas: o almeno non templi gestiti dagli umani. Religione sì, clero no. Senza dubbio i bellissimi ignudi possono andarsene in giro offrendosi come divini soufflé alla fame del bisognoso e all’estasi della carne. Lasciamo che si uniscano alle processioni. Lasciamo che i tamburelli risuonino sopra gli accoppiamenti e che lo splendore del desiderio sia proclamato dai gong, e (particolare non privo d’importanza) lasciamo che poi la progenie di questi riti deliziosi sia amata e curata da tutti. Una cosa che a Omelas so che non esiste è il rimorso. Ma cos’altro dovrebbe esserci? In un primo momento pensavo che non ci fossero droghe, ma questa è una mentalità puritana. Per quelli che l’apprezzano, la lieve e persistente dolcezza del drooz può profumare le vie della città, il drooz che dapprima arreca grande leggerezza e splendore alla mente e alle membra, e poi, dopo alcune ore, un languore sognante, e infine meravigliose visioni degli arcani e dei segreti dell’universo, oltre a eccitare incredibilmente il piacere del sesso; e non dà assuefazione. Per i gusti più modesti, credo che dovrebbe esserci la birra. Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa? Il senso della vittoria, sicuramente; la celebrazione del coraggio. Ma come abbiamo fatto a meno del clero, così facciamo a meno dei soldati. La gioia costruita sul massacro non è la gioia giusta, non va bene: è spaventosa e banale. Una sconfinata e generosa contentezza, un trionfo magnanimo sentito non già contro un nemico esterno ma in comunione con le più belle e raffinate anime di tutti gli uomini e lo splendore dell’estate del mondo: è questo che colma i cuori degli abitanti di Omelas, e la vittoria che festeggiano è quella della vita. Davvero, non credo che siano in molti ad aver bisogno del drooz.

Quasi tutte le processioni hanno raggiunto ormai i Campi Verdi. Un meraviglioso odore di cucina esce dalle tende rosse e blu dei mercanti di commestibili. Le facce dei bambini sono amabilmente appiccicose; nella benigna barba grigia di un uomo sono aggrovigliate alcune briciole di torta. I giovani e le ragazze sono montati sui loro cavalli e cominciano a radunarsi intorno alla linea di partenza. Una vecchietta grassa e ridente distribuisce fiori da un canestro, e giovani uomini alti portano quei fiori nei lucenti capelli. Un bambino di nove o dieci anni siede al limitare della folla, solo, e suona un flauto di legno. La gente si ferma ad ascoltare, e tutti sorridono; ma non gli parlano, perché non smette mai di suonare e non li vede, e i suoi occhi scuri sono completamente assorti nell’esile e dolce magia della musica. Finisce, e abbassa lentamente le mani che stringono il flauto di legno.

Come se quel piccolo silenzio privato fosse un segnale, all’improvviso squilla una tromba dal padiglione accanto alla linea di partenza: imperiosa, malinconica, penetrante. I cavalli s’impennano sulle snelle zampe, e alcuni rispondono con un nitrito. Seri in volto, i giovani cavalieri accarezzano il collo dei cavalli e li calmano mormorando: - Buono, buono, bello, speranza mia -. Cominciano a schierarsi lungo la linea di partenza. La folla lungo la pista è come un campo d’erba e di fiori al vento. La Festa dell’Estate è incominciata.

Lo credete? Accettate la festa, la città, la gioia? No? Allora lasciate che descriva un’altra cosa.

In un seminterrato, sotto uno dei bellissimi edifici pubblici di Omelas, o forse nella cantina di una delle spaziose case private, c’è una stanza.

Ha una porta chiusa a chiave, e non ha finestre. Un po’ di luce polverosa filtra fra le crepe delle tavole, e indirettamente da una finestra coperta di ragnatele di fronte alla cantina. In un angolo della stanzetta un paio di strofinacci, ancora induriti e incrostati e fetidi, stanno vicino a un secchio arrugginito. Il pavimento è sporco, un po’ umido, com’è di solito nelle cantine. La stanzetta è lunga circa tre passi e larga due: uno stanzino delle scope o un ripostiglio in disuso. Nella stanza è seduto un bambino. Potrebbe essere un maschietto o una femminuccia. Dimostra circa sei anni, ma in realtà si avvicina ai dieci. E' scemo. Forse è nato così, o forse è diventato stupido per la paura, la denutrizione e l’abbandono. Si mette le dita nel naso e di tanto in tanto giocherella vagamente con le dita dei piedi o i genitali, mentre siede aggobbito nell’angolo più lontano dal secchio e dai due strofinacci. Ha paura degli strofinacci. Li trova orribili.

Chiude gli occhi, ma sa che gli strofinacci ci sono lo stesso e che la porta è chiusa a chiave e che non verrà nessuno. La porta è sempre chiusa a chiave; e non viene mai nessuno, solo che qualche volta – il bambino non sa cosa sia il tempo – la porta fa un rumore terribile e si apre e lascia apparire una persona, o parecchie persone. Una, magari, entra e sferra un calcio al bambino per costringerlo ad alzarsi. Le altre non si avvicinano mai, ma sbirciano con occhi impauriti e disgustati. La ciotola del cibo e la brocca dell’acqua vengono riempite in fretta, la porta viene richiusa, gli occhi scompaiono. La gente sulla porta non dice mai niente; ma il bambino, che non è vissuto sempre nel ripostiglio e può ricordare la luce del sole e la voce di sua madre, talvolta parla.- Sarò buono – dice. – Fatemi uscire, per favore. Sarò buono. – Loro non rispondono mai. Un tempo il bambino urlava per invocare aiuto, di notte, e piangeva parecchio; ma adesso si limita a piagnucolare, “ehhaa, ehhaa”, e parla sempre meno spesso. E' così magro che le sue gambe non hanno polpacci; il ventre è gonfio; vive di una mezza ciotola di farina di granturco e di grasso al giorno.
E' nudo. Le natiche e le cosce sono una massa di piaghe infette, perché sta seduto di continuo tra i suoi escrementi.

Tutti sanno che è lì, tutti gli abitanti di Omelas. Alcuni sono venuti a vederlo, altri si accontentano di sapere che è lì. Tutti sanno che deve stare lì. Alcuni di loro comprendono perché, e alcuni no; ma tutti capiscono che la loro gioia, la bellezza della loro città, la tenerezza delle loro amicizie, la salute dei loro figli, la saggezza dei loro dotti, l’abilità dei loro fabbricanti, perfino l’abbondanza dei loro raccolti e il benigno clima dei loro cieli, dipendono interamente dall’ abominevole infelicità di quel bambino.

Di solito ciò viene spiegato ai bambini tra gli otto e i dieci anni, appena sembrano in grado di comprendere; e quasi tutti quelli che vengono a vedere il bambino sono giovani, sebbene spesso un adulto venga (o torni) a vedere il bambino. Per quanto la cosa sia stata loro spiegata bene, i giovani spettatori sono sempre scandalizzati o nauseati da quello spettacolo. Provano disgusto, al quale si ritenevano superiori. Provano collera, sdegno, impotenza, nonostante tutte le spiegazioni. Vorrebbero fare qualcosa per il bambino. Ma non possono far nulla. Se il bambino venisse portato alla luce del sole, fuori da quel posto fetido, se venisse pulito e nutrito e confortato, sarebbe davvero una bella cosa; ma se questo avvenisse, in quel giorno e in quell’ora tutta la prosperità e la bellezza e la gioia di Omelas avvizzirebbero e verrebbero annientate. Queste sono le condizioni.

Scambiare tutto il bene e la grazia di ogni vita di Omelas per quel piccolo unico miglioramento: gettare via la felicità di migliaia di persone per la possibilità di renderne felice una sola: questo significherebbe veramente lasciar entrare il rimorso tra quelle mura.

Le condizioni sono rigorose e assolute: al bambino non si può rivolgere neppure una parola gentile.

Spesso i giovani tornano a casa in lacrime, o in preda a una rabbia senza lacrime, quando hanno visto il bambino e fronteggiato il terribile paradosso. Magari ci rimuginano sopra per settimane o per anni. Ma col passare del tempo cominciano a rendersi conto che, anche se il bambino potesse essere liberato, non guadagnerebbe molto dalla sua libertà: il piccolo e vago piacere del calore e del cibo, senza dubbio, ma poco di più. E troppo degradato e scemo per conoscere la vera gioia. Ha avuto paura troppo a lungo per poter essere libero dalla paura. Le sue abitudini sono troppo squallide perché possa reagire a un trattamento umanitario. Dopo tanto tempo, probabilmente si dispererebbe perché non avrebbe intorno i muri che lo proteggono, e l’oscurità per i suoi occhi, e i suoi escrementi su cui sedersi. Le loro lacrime per la tremenda ingiustizia si asciugano quando incominciano a percepire la terribile giustizia della realtà e ad accettarla. Eppure sono le loro lacrime e la loro collera, la prova della loro generosità e l’accettazione della loro impotenza, a costituire forse la vera fonte dello splendore delle loro vite. La loro non è una felicità svampita e irresponsabile. Sanno che loro, come il bambino, non sono liberi.

Conoscono la pietà. Sono l’esistenza del bambino e la conoscenza della sua esistenza a rendere possibile la nobiltà della loro architettura, il significato della loro musica, la profondità della loro scienza. E' a causa del bambino che sono così gentili con i bambini. Sanno che se quell’infelice non fosse là a piagnucolare nel buio, l’altro, il suonatore di flauto, non potrebbe suonare una musica gaia mentre i giovani cavalieri si allineano, bellissimi, per la corsa, nel sole della prima mattina d’estate.

Adesso credete in loro? Non sono un po’ piú credibili? Ma c’è un’altra cosa da aggiungere, e questa è veramente incredibile.

Talvolta uno degli adolescenti (maschio o femmina) che va a vedere il bambino non torna a casa per piangere o ribollire di rabbia: anzi, non torna a casa per niente. Talvolta anche un uomo o una donna di età più avanzata tace per un giorno o due e poi se ne va via da casa. Costoro escono in strada e s’incamminano soli per la via. Continuano a camminare ed escono dalla città di Omelas, attraverso le bellissime porte.

Continuano a camminare, attraverso le terre coltivate di Omelas. Ognuno va solo, giovane o ragazza, uomo o donna. Cade la notte: il viandante deve percorrere le vie dei villaggi, tra le case con le finestre illuminate di giallo, e procedere nell’oscurità dei campi. Da solo, ognuno di loro si dirige a ovest o a nord, verso le montagne.

Proseguono. Lasciano Omelas, procedono nell’oscurità, e non tornano indietro. Il luogo verso cui si dirigono è un luogo ancora meno immaginabile, per molti di noi, della città della gioia. Non posso descriverlo. E’ possibile che non esista. Ma sembra che loro sappiano dove stanno andando, quelli che si allontanano da Omelas.

 

FINE

 

"E voi cosa fareste? Rimarreste o ve ne andreste?"

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Ursula Kroeber Le Guin (1929), figlia dello storico antropologo Alfred Kroeber, è stata una delle primi donne a scrivere di fantascienza assurgendo all’apice della notorietà con La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974). La sua produzione ha messo al centro della fantascienza i temi del conflitto sociale, culturale, sessuale. Ha vinto cinque premi Hugo e sei premi Nebula - i massimi riconoscimenti della letteratura fantastica - ed è considerata una delle principali autrici di fantascienza. La profondità e attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all'utopia e al pacifismo, hanno reso i suoi romanzi noti e apprezzati ben oltre il tradizionale circolo di lettori di genere.