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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Utilitarismo

La decifrazione del problema

La teoria classica dell'utilitarismo afferma che in campo etico bisogna agire in vista del maggior bene possibile per il maggior numero possibile di persone. Ma anche all'interno della tradizione della teologia morale con S. Tommaso il bene comune viene considerato il fine della legge morale. L'una e l'altra prospettiva corrispondono a quello che viene definito eudemonismo sociale.

Il problema consiste nel sapere se l'eudemonismo sociale, come felicità e fine orizzontale della morale da perseguire per gli altri, debba essere considerato fine primario, solo secondario o persino unico della stessa vita morale.

Quelli che vengono chiamati utilitaristi e che fondano la loro teoria sul principio fondamentale del «maggior bene possibile per il maggior numero possibile di persone» sono, oltre a Mill, anche La Mettrie, Hume, Helvetius, Comte, Bentham. Ma mentre per Bentham e La Mettrie la felicità degli altri è da perseguire in vista della propria felicità, e quindi in senso edonistico, per gli altri essa dovrà essere perseguita per se stessa.

Utilitarismo come eudemonimo sociale

La teoria etica dell'utilitarismo, considerata come eudemonismo sociale, in tempi molto più recenti assumenrà poi o espliciterà più chiaramente l'idea dell'impossibilità di dare all'esigenza morale altro fondamento che non sia quello del benessere o della più adeguata organizzazione della necessaria convivenza sociale. Con ciò si vuol dire che in ultima analisi si dovrà dare una giustificazione non morale della moralità o del punto di vista della morale. Ma è possibile dare una risposta non morale ad una domanda di tipo essenzialmente morale ? Cosa significa rispondere sul piano non morale ad una domanda di tipo morale?

Questa risposta non morale può essere intesa nel senso che lo scopo della morale consista essenzialmente e solo in una dimensione di tipo orizzontale, e non possieda, o è impossibile darle, una dimensione di tipo verticale.

Ma lo scopo della moralità può essere così facilmente riportato all'interno di questo solo orizzonte sociale? È questo l'orizzonte unico o primario del vivere morale? Cosa significa collocare lo scopo della vita morale solo nella beatitudine o felicità per se stessi e in egual misura anche per gli altri?

Naturalmente non appena ci si pone di fronte a domande simili, ci si accorge subito come il fondamento ultimo del vivere morale, nella suddetta prospettiva, è determinato dalla condizione esistenziale della convivenza umana. Se l'essere umano si ritrovasse in contesti di solitudine, come Robinson Crusoe, non avrebbe più l'esigenza di vivere moralmente.

Restare all'interno della società potrebbe identificarsi con la possibilità di raggiungere meglio la propria felicità, ma nulla vieterebbe il tentativo di cercare altre modalità per il conseguimento di una vita ancora più beata.

Ora se alla moralità si desse come solo scopo quello di rendere più vivibile la permanenza degli esseri umani su questa terra, non si darebbe certo una prospettiva del tutto, sempre o fin alle sue estreme conseguenze accettabile.

Rendere più vivibile questo mondo può essere considerato scopo della vita morale solo secondariamente o a livello di comportamento che mira alla realizzazione di valori non morali, mentre scopo primario della vita morale dovrà essere considerato sempre quello di tendere alla realizzazione del valore morale della propria bontà interiore o della vita spirituale di cui parla appunto Lc 9,24.

 

Voce a cura di:
Salvatore Privitera, 1945-2004

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.