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Giovedì, 18 Settembre 2014

Valori

Cosa sono i valori

A conclusione della sua Critica della ragion pratica, Kant scrive che «due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione ... : il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me».

Con espressione semplice e incisiva il filosofo tedesco ripresenta in sintesi l'orizzonte entro cui scaturisce e si articola quel fenomeno morale a cui ha dato vita l'umanità sin dal suo apparire sulla ribalta della storia.

Il fenomeno morale, [...] , scaturisce dall'intimo più i intimo della realtà personale, perché lì, per una visione religiosa della realtà, Dio ha deposto, al momento della creazione, il germe dell'istanza morale, che è sempre in tensione verso un ideale mai raggiunto pienamente.

Per tendere verso l'ideale della sua vita morale, l'uomo dovrà saper gustare tante cose, assaporarle, come appunto gli suggerisce, all'inizio della sua Etica, N. Hartmann. L'uomo [...] è colui che sa disporsi alla contemplazione di quel cielo stellato verso cui sente interiormente e profondamente di dover orientare i suoi passi e da cui sempre nuovamente, per via di quella legge morale che è dentro di lui, si sente attratto.

Il cielo stellato di cui parla Kant può essere chiaramente riletto come regno ideale dei valori, di cui parlano i fenomenologi e la tradizione della morale teologica. E la vita morale è sempre rileggibile come quella interiore forza che, scaturendo nell'intimo del cuore umano, spinge la persona al raggiungimento di quel cielo stellato posto li davanti, sopra ai suoi occhi, lontano e vicino al tempo stesso, sempre più lontano e sempre più vicino. [...]

Sulla scia del pensiero platonico, con i fenomenologi, bisogna affermare che al mondo dell'esistente fa riscontro il mondo delle essenze, alla fattualità delle cose la loro idealità, quella meta mai del tutto raggiungibile, verso cui, però, la fattualità della dimensione personale esistente si ritrova a dover sempre tendere.

I valori sono essenze, come afferma lo stesso Hartmann, a p. 167 della sua Etica, che «si lasciano cogliere direttamente, come le idee di Platone, solo da un interiore sguardo». Essi sono «dato così evidente da essere presupposto in ogni momento da noi», aggiunge D. Von Hildebrand, a p. 80 della sua Ethik.

Il tentativo che ha continuamente caratterizzato la storia del pensiero occidentale dai tempi di Socrate, Platone ed Aristotele fino ai nostri giorni, di raggiungere conoscitivamente la res, anche quella che si pone come oggetto del processo conoscitivo morale, trova nei diversi sostenitori della teoria fenomenologica la sua formulazione esplicita: Zu den Sachen selbst! è il famoso motto husserliano.

La contemplazione dei valori, a differenza di ciò che succede a N. Hartmann, porta D. Von Hildebrand, sulla scia di certe affermazioni tomasiane terminologicamente differenti, a porre Dio a fondamento di ogni valore.

La tensione verso i valori 

I valori devono essere realizzati dall'uomo, ad essi egli dovrà tendere nella quotidianità della sua esistenza terrena. Ma perché possano essere realizzati, i valori devono essere prima conosciuti, per conoscerli ci si dovrà disporre a quell'atteggiamento di profonda contemplazione che, guidato dall'originario sentimento dei valori, attua l'«autentica anamnesi platonica, in grande stile», come sostiene Hartmann a p. 79 dell'opera già citata.

Il regno ideale dei valori sta di fronte, al di sopra dell'uomo, esso esiste prima dell'uomo, non viene creato dall'uomo, ma solo scoperto, conosciuto, riconosciuto, accettato o rifiutato.

Perché «i valori, afferma Hartmann a p. 76, non si modificano nella rivoluzione dell'ethos. La loro essenza è sopra temporale, e sopra-storica». Nell'uomo semmai si modifica la consapevolezza che egli ha del valore.

Le affermazioni dei fenomenologi sui valori sono accostabili a quel discorso tradizionale della teologia morale cattolica che lo Schema constitutionis dogmaticae de ordine morali christiano, presentato in aula ai Padri conciliari e poi purtroppo non approvato, nel capitolo primo (De fundamento ordinis moralis christiani), ripresentava come ordine morale oggettivo, assoluto, realmente esistente, vigente sempre e dovunque, indipendentemente dalle circostanze, di cui Dio non è solo autore e fine, ma anche custode, giudice e garante.

In queste affermazioni del Vaticano II è chiaramente visibile la prospettiva di assolutezza, di oggettività e di universalità entro cui bisogna inserire il discorso morale. Prospettiva che trova riscontri storici nelle affermazioni della tradizione etico-filosofica e persino in seno a prospettive di fondo atee, come appunto quelle di N. Hartmann.

Cercando adesso di addentrarci all'interno di questo regno, in modo da vedere più da vicino i singoli valori, capire meglio quanti, cosa, come siano distinguibili l'uno dall'altro e reciprocamente rapportabili, dobbiamo necessariamente fare un'affermazione previa: come non sarà mai possibile conoscere il numero esatto delle stelle, così non sarà mai possibile, nemmeno allo sguardo più acuto e contemplativo, afferrare l'immensa quantità dei valori che costellano l'orizzonte morale della storia. Ma, come per il cielo stellato, anche per questo regno ideale l'importante non è conoscere il numero esatto dei valori, ma sapere come ci si dovrà collocare di fronte ad essi e vivere in tensione verso la loro realtà ideale. A tale scopo è indispensabile quell'atteggiamento contemplativo, di cui si è già parlato, e lasciar operare in noi il sentimento che essi istillano.

In quanto idee platoniche, eidos aristotelico o essenze, secondo la terminologia della filosofia aristotelica e scolastica, i valori esistono come appello insito nella stessa realtà della persona umana, come idealità che attrae continuamente il soggetto personale o come dover essere verso cui orientare il suo essere, diventando così la condizione fondamentale o il presupposto dell'esistere del discorso morale come fatto personale e come riflessione scientifica.

La loro esistenza ideale, in altri termini, tende sempre a varcare i confini dell'idealità ed a riportarsi imperiosamente nella sfera della reale esistenza attraverso la mediazione dell'essere personale: Dio innanzitutto, in cui essenza ed esistenza dell'infinita ed eterna Bontà si identificano, la persona umana secondariamente. Proprio all'essere personale, però, spetta il ruolo di dar consistente esistenza ai valori nella dimensione storica del tempo: quello che Dio realizza in modo infinitamente perfetto sin dall'eternità nella Sua Persona, l'uomo è chiamato a realizzarlo in misura proporzionale alle sue limitate possibilità.

La realizzazione dei valori

Perché anche l'uomo, ogni persona umana, può dare consistente esistenza ad un valore che, per quanto infinitamente distante dalla santa perfezione di Dio, porta sempre la caratteristica di valore in sé, o di valore fine che, identificandosi con la bontà di questa o di quella persona, meritevole di ogni considerazione e rispetto anche da parte dell'Essere perfettissimo, il quale proprio perché tale non può non volere ogni bene possibile.

Il valore della bontà personale, per quanto infinitamente limitato, viene apprezzato da Dio perché il valore che riceve la potenzialità dell'esistere proprio dall'atto creativo della Sua volontà e perché al di fuori della sua Bontà infinita non può esistere altro bene che non sia così infinitamente limitato e, quindi, non può essere voluto da Lui altro bene che non sia immerso nella limitatezza.

Ma mentre l'Essere di Dio è eternamente identificato con il Bene e non può porsi in tensione verso ciò che possiede già in modo infinito, la persona umana, e solo essa, può orientarsi alla realizzazione del valore morale, perché solo essa è soggetto morale che può dare esistenza al valore della propria bontà morale o alla sua negazione, al non valore morale. Mentre in Dio, cioè, la realizzazione del valore morale si identifica col Suo stesso essere come attualizzazione infinita, nella persona umana il valore morale della bontà interiore può realizzarsi e può pure non realizzarsi, in forza della libertà che le è stata data di orientarsi pure verso il male. Mentre per Dio il bene è un patrimonio connaturale ed eternamente acquisito, per la persona esso resta sempre, anche nella più rosea prospettiva, solo una meta verso cui tendere, una possibilità da acquisire e da raggiungere, una conquista da realizzare giorno dopo giorno nel contesto della propria esistenza storica ed una tensione da vivere nel dischiuso orizzonte dell'eternità.

Poiché solo alla persona, sempre che lo voglia, è dato penetrare nel circuito della moralità, solo al valore da essa realizzato o con essa identificantesi attribuiamo la qualità di valore morale, che deve essere apprezzato sempre e più di ogni altro. Il valore morale della persona si identifica con quella bontà interiore che essa è riuscita e riesce a raggiungere giorno dopo giorno.

In questo modo diventa chiara la terza formulazione con cui Kant, nei Fondamenti per una metafisica dei costumi, presenta il suo imperativo categorico: «Agisci in modo da trattare l'umanità tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre e ad un tempo come fine, e mai semplicemente come mezzo».

I tanti altri beni di fatto esistenti sono pure valori, che meritano in quanto tali di essere desiderati, cercati, voluti, ma che non possono mai competere col valore morale della bontà interiore della persona umana. Essi sono valori, ma non ineriscono alla sfera della moralità e non si identificano mai con la bontà della persona umana: per questo vengono chiamati valori non morali o, con terminologia non molto appropriata, valori premorali o anche inframorali.

Definendoli qui valori non morali, si vuole evidenziare con coloro che preferiscono questa formula il fatto che essi, pur essendo beni molto significativi per la persona umana, valori appunto, non sono mai identificabili col valore morale, non determinano la bontà interiore della persona ed esulano dal contesto della sua più intima moralità. [...]

La gerarchia dei valori

Sin dai tempi di Platone e di Aristotele si son fatti parecchi tentativi per classificare i beni, per distinguere il sommo Bene, il bene supremo dagli altri beni. La classificazione dei valori dovrebbe rendere possibile la compilazione di una scala gerarchica dei valori, molto utile poi per la soluzione di tanti problemi di carattere normativo, come si vedrà in seguito. Non è possibile, però, elaborare una sola scala gerarchica.

Bisogna aver chiaro, infatti, che si può e si deve elaborare una scala gerarchica di valori per ogni criterio seguito: così se si segue il criterio dell'altezza, il valore più alto sarà sempre quello morale rispetto ai valori non morali della stessa vita fisica. Se si prende in considerazione il criterio della fondamentalità, invece, come [...] accade quando si affrontano i problemi della bioetica, sarà proprio quello della vita il valore più fondamentale, secondo lo stesso principio stoico primum vivere, deinde philosophari, perché solo se si possiede la vita si possono realizzare gli altri valori, compreso quello della propria bontà interiore. Si può dare il caso pure, in base a come si presenta di fatto il loro reciproco intrecciarsi, di dover seguire il criterio dell'urgenza, in quanto un valore è più impellente di un altro o il criterio della possibilità materiale, in quanto di fatto si ha la possibilità di realizzare un valore e non l'altro.

Ogni scala gerarchica è relativa al criterio in base al quale viene elaborata e dipende dalla fattualità delle condizioni storiche in cui si incarna. In ogni caso, comunque, bisogna tenere presente che una teoria generale dei valori resta indispensabile per l'uso dell'argomentazione etico-normativa di tipo teleologico, mentre la teoria argomentativa di tipo deontologico può fare a meno di ricorrere ai valori quando fa uso dei suoi specifici argomenti.

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Bibliografia: - V. De Ruvo, I valori morali, Il Mulino, Bologna 1970 - F. Battaglia, Il valore nella storia, Il Mulino, Bologna 1984- P. Valori, L'esperienza morale, Morcelliana, Brescia 1985 - S. Privitera, Il volto morale dell'uomo, Avvio allo studio dell'etica filosofica e teologica, EDI OFTES, Palermo 1992 - N. HARTMANN, Etica. Fenomenologia dei costumi, Guida, Napoli 1969.

 

Voce a cura di:
Salvatore Privitera, 1945-2004

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.