Che cos'è la coscienza?

La parola COSCIENZA, su cui ci intratteniamo, è probabilmente una delle più difficili del vocabolario dell'etica.
Tuttavia è una parola portante, fondamentale, formidabile. Niente infatti si può opporre alla coscienza.
Ma che cos'è allora la «coscienza»? Ciascuno pensa di sapere, ciascuno sente di avere dentro di sé qualcosa che può chiamare con questo nome.
«Coscienza» deriva dal termine «conscio»:
- è conscio chi «sa con se stesso»,
- chi si rende conto, che è consapevole,
- e possiamo anche dire chi è vigile, sveglio, presente a se stesso.
Vediamo dunque i diversi significati di «coscienza».
Anzitutto c'è la coscienza sensoriale, che è la capacità di rendersi conto di esistere (quindi che si sta vedendo, parlando, ascoltando, gustando, toccando, operando).
Più oltre c'è la coscienza di sapere, o coscienza intellettuale, che risponde alla domanda: che cosa so veramente? So di sapere?
Più oltre ancora, c'è la coscienza morale che è la capacità di valutarsi nell'agire morale, ossia di sapere se le mie azioni sono degne o sono indegne.
Il secondo e il terzo aspetto della coscienza - quella intellettuale o critica e quella morale - sono pure le radici della libertà, anzi praticamente sono un tutt'uno con la libertà umana.
Può forse sorprenderci il fatto che la parola «coscienza» non si trova nell'Antico Testamento e solo raramente nel Nuovo Testamento. La usa san Paolo, però il termine syneidesis è greco, appartenente quindi a quella cultura, non al mondo ebraico.
Eppure la Bibbia parla spesso di questa realtà. Quale vocabolo usa? Il vocabolo cuore.
Dice, ad esempio, Giobbe: «Il cuore non mi rimprovera nulla».
La coscienza, dunque, è il cuore della persona e nulla ad essa va preferito; va invece curata e coltivata con tutta l'attenzione possibile.

Viaggio nel vocabolario dell'etica

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