Etica e politica

Abbiamo detto che il bene comune è la totalità delle condizioni che permettono il progresso di tutti i cittadini.
Ora, parlando della politica diciamo che con questo termine intendiamo quella forma dell'agire umano che ha come fine proprio il bene comune.
Appunto da qui deriva il fatto che al «bene comune» deve pensare ogni cittadino - non solo chi è impegnato in politica - , secondo il principio della «partecipazione democratica».
Etimologicamente il sostantivo «politica» viene dal greco polis che significa «città». E il termine politeia, derivato da «polis», indica:
- sia la cittadinanza, l'essere membro di una città,
- sia la partecipazione al governo della città.
Le due realtà sono inseparabili. Lo stesso san Paolo, nelle sue Lettere, usa la parola politeuma (che ha la stessa radice) quando afferma che la cittadinanza del cristiano è nei cieli, si allarga cioè dalla terra alla cittadinanza eterna.
Se dunque la politica è l'arte del governo della città e insieme la capacità di produrre le condizioni del bene comune di essa, qual è il suo rapporto con l'etica?
Un rapporto strettissimo, perché l'etica - e l'abbiamo visto - ha attinenza con i valori sommamente degni dell'uomo, e la politica ha come fine la creazione del progresso umano della città.
Non si può mai separare l'etica dalla politica.
Qualcuno potrebbe obiettare che talora si intende per politica l'arte della mediazione tra opposti interessi; di fatto avviene che in politica si debba mediare. Tuttavia la domanda fondamentale è la seguente:
- la politica ha o non ha un fine? Ha o non ha una speranza?
Se essa tende davvero al «bene comune», se ha davvero la speranza di provvedervi, allora la politica è ben al di là dell'arte del possibile e della mediazione.
È, appunto, l'arte del bene comune per tutti.

Viaggio nel vocabolario dell'etica

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