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Giovedì, 19 Ottobre 2017

Welfare state

Il termine

Il termine Wohlfahrtstaat (Stato del benessere) viene adoperato per la prima volta nel giugno del 1932 dal Cancelliere tedesco von Papen in occasione di un suo attacco al Wohlfahrtstaat della Repubblica di Weimar. Il primo uso dell'omologo termine inglese Welfare State è rintracciabile invece nelle parole di un ecclesiastico inglese, l'arcivescovo di Canterbury, Temple, che nel 1941 «coniò l'espressione in un tentativo di caratterizzare il radicale contrasto con lo Stato di "potenza" e di "guerra" dei nazisti (Flora e Heidenheimer, 28). È però dopo il 1942, anno di pubblicazione del piano Beveridge, che questo termine è venuto a connotare la realtà più propria di uno Stato dei servizi o Social Service State, come, piuttosto che Welfare State, dovremmo denominarlo, stando al suggerimento dello stesso Lord Beveridge.

Il concetto

Accettando qui la modifica proposta da Ferrara (1993,49) ad integrazione e semplificazione della definizione proposta da Alber (1988,456), definiamo il Welfare State come «un insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezione sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale, introducendo fra l'altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti, nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria».

La tipologia

Con questa definizione, che fa centro sui processi di modernizzazione (industrializzazione, espansione del mercato, transizione demografica, secolarizzazione, democratizzazione e professionalizzazione burocratica) come contesto necessario per la creazione di sistemi di welfare, si raggiungono due importanti obiettivi. In primo luogo "l'inclusione dei diritti sociali (e dei corrispettivi doveri fiscali) come elemento connotativo essenziale (anche se non l'unico) del welfare state non solo consente di tracciare demarcazioni più precise nello spazio e nel tempo, ma promuove quasi immediatamente trattamenti di tipo classificatorio». In secondo luogo, evitando un «inventario di tutti quegli "interventi pubblici di protezione" che configurano precisi diritti sociali», costringe i ricercatori ad «identificare ed inseguire i "confini mobili" del welfare state» e «richiede la elaborazione di una mappa analitica di tutte le diverse forme o sfere di produzione di welfare e non solo di quella pubblica: pensiamo naturalmente alle forme volontariali-sociali (famiglie, chiese, associazioni) e a quelle mercantili-private (individui, aziende, associazioni)» (Ferrera 1993, 49-51, passim).

Determinata in via preliminare la distinzione tra l'assistenza, fornita su basi largamente discrezionali (ad hoc e ad personam) a particolari categorie di persone bisognose, l'assicurazione sociale obbligatoria, erogata sotto forma di prestazioni standardizzate (automatiche ed imparziali) a determinate categorie (prevalentemente occupazionali) di cittadini che abbiano preventivamente assolto ai propri doveri contributivi, e la sicurezza sociale, intesa come protezione sociale obbligatoria, con prestazioni uguali (di ammontare fisso) per tutti, estesa a tutti i cittadini di uno stato-nazione, e finanziata con il gettito fiscale, possiamo poi utilizzare le differenze nel modello di copertura di assicurazione e sicurezza sociale (rispettivamente di tipo occupazionale ed universalistico) e nel modello di finanziamento (rispettivamente contributivo e fiscale) per dar luogo ad una classificazione tipologica dei sistemi di welfare in sistemi universalistici e sistemi occupazionali (puri o misti).

Ciò consente di valutare le trasformazioni nel tempo dei Welfare States ed il loro passaggio da forme pure (sia occupazionali sia universalistiche) a forme miste, e di apprezzare le variazioni nello spazio, ovvero le differenze di specie e di genere, fra Welfare States tra loro contemporanei.

Spunti analitici 

La discussione critica del concetto di Welfare State, iniziata nei primi anni '70 a seguito della cosiddetta "crisi fiscale dello Stato", ha suggerito ipotesi di vario spessore e portata sulla funzione anti-ciclica in senso economico e su quella di stabilizzazione politica del complesso di interventi pubblici che denominiamo politiche sociali. Al di là della qualità dei risultati dei diversi tentativi di verifica empirica di queste ipotesi (tutti piuttosto modesti a causa del ridotto numero di casi disponibili per testare ipotesi con un elevato numero di variabili) rimangono, come acquisizioni ormai consolidate di quegli sforzi di ricerca, quella sul ruolo centrale della burocrazia e quella sull'importanza cruciale delle coalizioni governative come variabili intervenienti nello sviluppo dei sistemi di welfare.

Oltre alle acquisizioni frutto di quelle discussioni, restano comunque in eredità agli anni '90, in uno con la critica (piuttosto diffusa a livello di opinione pubblica di orientamento conservatore) del Welfare State come "dilapidatore di risorse pubbliche", anche i risultati di una vasta azione di ridimensionamento, se non di vero e proprio smantellamento, dello Stato dei servizi, messa in atto dai governi europei e non europei nel corso degli anni '80, e reiterata ancor oggi. Rilevanti, in molte di queste azioni, i tentativi di recuperare, in funzione redistributiva, alcuni tratti propri dell'assistenzialismo delle origini, e, in funzione di un riequilibrio finanziario, altri tratti, propri dei sistemi di assicurazione obbligatoria che storicamente hanno preceduto il Welfare State quale noi lo conosciamo.

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Bibliografia: - J. Alber, Continuities and Change in the Idea of Welfare State, in: «Politics and Society» XVI (1988) 451-468 - U. Ascoli, Welfare State all'italiana, Laterza, Bari, 1984 - P. Donati, (a cura di), Le frontiere della politica sociale: redistribuzione e nuova cittadinanza, Angeli, Milano 1984 - M. Ferrara, Modelli di solidarietà, Bologna, Il Mulino, 1993 - P. Flora, A.J. Heidenheimer (a cura di), Lo sviluppo del welfare state in Europa e in America, Bologna, Il Mulino, 1983 - H. Heclo, Modern Social Politics in Britain and Sweden, New Haven, Yale University Press, 1974 - M. Janowitz, Social Control of the Welfare State, New York, Elsevier, 1976 - M. Paci, Il Welfare State come problema di egemonia, in: «Stato e Mercato» 22 (1988) 3-35 - M. Paci, Il mutamento della struttura sociale in Italia, Il Mulino, Bologna 1992 - F. Parkin, Disuguaglianza di classe e ordinamento politico, Torino, Einaudi, 1976 - G.V. Rimlinger, Welfare Policy and Industrialization in Europe, America and Russia, NewYork, John Wiley & Sons, 1971- G. Rossi, P. Donati (a cura di), Welfare State: problemi e alternative, Angeli, Milano 1982 - R. Titmuss, Saggi sul Welfare State», Edizioni Lavoro, Roma 1986 - E. Ranci Ortigana (a cura di), Welfare State e politiche sociali in Italia, F. Angeli, Milano 1990.

 

Voce a cura di:
Roberto Rovelli, Docente di Sociologia dell'educazione, Università di Palermo

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Tratto da: S. Leone, S. Privitera, Dizionario di Bioetica, ISB, Acireale 1994. Si veda anche il più recente: S. Leone, S. Privitera, Nuovo Dizionario di Bioetica, Città Nuova - ISB, Roma - Acireale 2004.